Franchising: gli affiliati non sono come filiali di una holding

Nuova Sentenza del Tribunale di Primo Grado UE del 16 maggio 2019

Franchising e autonomia del franchisee. Il Tribunale di Primo Grado UE, con una Sentenza del 16 maggio 2019, ha statuito che gli affiliati in franchising non sono nella medesima posizione delle filiali di una holding.

Franchising e autonomia: cosa dice la legge

Il requisito dell’autonomia, giuridica ed economica, del franchisee, è peraltro sancito espressamente anche dalla Legge 129/2004, la quale stabilisce che “L’affiliazione commerciale (franchising) è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi“.

Le statuizioni del Tribunale UE

Il Tribunale di Primo Grado UE, nella Sentenza in commento, ha statuito che “la situazione di un negozio in franchising è diversa da quella di un negozio che opera secondo il modello della holding. Il primo è infatti, in linea di principio, giuridicamente e finanziariamente autonomo dal suo affiliante, contrariamente a quanto avviene nel caso di un negozio che opera secondo il modello della holding nei confronti dell’impresa che lo controlla, sia esso una filiale o una succursale all’interno di una rete di distribuzione“.

Se il franchisee non ha autonomia il contratto è nullo

Il rapporto tra franchising e autonomia del franchisee non appare di poco conto, e la problematica dell’autonomia ed indipendenza del franchisee è già stata affrontata dalla giurisprudenza di merito italiana. In particolare, per Trib. Bologna, 31 ottobre 2016, “qualora si configuri di fatto, attraverso le specifiche previsioni negoziali adottate dai contraenti, una dipendenza dall’affiliante dell’attività e dell’operatività dell’impresa affiliata, viene meno lo “scopo pratico”, la sintesi, cioè, degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare (c.d. causa concreta), quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato (Corte di cassazione 23941/09 e 1040/06, alla cui ampia motivazione si fa rinvio). La nozione di causa in concreto, avanzata dalla migliore dottrina e fatta propria dalla giurisprudenza, vede quindi la causa pur sempre iscritta nell’orbita della dimensione funzionale dell’atto, ma, ormai, quale funzione individuale del singolo e specifico contratto posto in essere, a prescindere dal relativo stereotipo astratto, seguendo un iter evolutivo del concetto di funzione economico-sociale del negozio che, muovendo dalla cristallizzazione normativa dei vari tipi contrattuali, si volge a cogliere l’uso che di ciascuno di essi hanno inteso compiere i contraenti adottando quella determinata, specifica (a suo modo unica) convenzione negoziale“.

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