Tribunale di Milano sulla concorrenza parassitaria – Sentenza 5 ottobre 2016 del Tribunale di Milano

Tribunale di Milano sulla concorrenza parassitaria – Il Tribunale di Milano torna ad occuparsi di concorrenza parassitaria, tracciando utilmente il perimetro entro il quale si muove tale fattispecie di illecito concorrenziale. In particolare, il Tribunale chiarisce che “X, con il concorso di Y, si è posta sulla scia della concorrente, in modo sistematico e continuativo, traendo profitto dagli investimenti da essa effettuati, imitandone i prodotti, il marchio, la confezione, le modalità promozionali e pubblicitarie. I prodotti offerti in vendita dalle convenute sono stati proposti al pubblico agganciandosi in modo plateale al segno e ai prodotti originali in modo da trarre beneficio dalla loro notorietà e dalla conoscenza che il mercato ha delle loro caratteristiche, equiparandoli a quelli del concorrente, senza bisogno di alcun accreditamento e approfittando degli investimenti altrui“.

Lo sfruttamento degli sforzi organizzativi e degli investimenti di carattere pubblicitario, effettuati da un altro soggetto imprenditoriale, unitamente alla ripresa pedissequa delle sue iniziative, costituisce concorrenza parassitaria, contraria alle regole di correttezza professionale, che altera le regole del mercato e del meccanismo concorrenziale, concretandosi nell’appropriazione del risultato di merito conseguito grazie all’organizzazione dell’impresa concorrente“.

La fattispecie di ‘concorrenza parassitaria’ è integrata quando, come nel caso di specie, l’imitatore si ponga sulla scia del concorrente in modo sistematico, sfruttando la creatività altrui e avvalendosi delle idee e dei mezzi di ricerca altrui. Quand’anche i singoli atti, isolatamente considerati, fossero leciti (e così non è nel caso in esame), essi costituirebbero nel loro insieme un illecito, in quanto idonei a concretizzare una forma di imitazione delle iniziative del concorrente che sfrutta in maniera sistematica il lavoro e la creatività altrui“.

Sulla base di tali presupposti il Tribunale condannava le convenute non solo, e non soltanto, al risarcimento del danno squisitamente economico patito dall’attrice, ma anche, “tenuto conto dell’effettivo danno all’immagine, degli esborsi effettuati, della molteplicità ed intensità delle violazioni“, anche alla corresponsione della somma ulteriore di Euro 50.000,00.

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