La concorrenza dell’ex dipendente

La concorrenza dell’ex dipendente – Nuova Sentenza della Corte d’Appello di Perugia: “L’ex datore di lavoro non può avere un monopolio sull’esperienza e sulle conoscenze del lavoratore

La concorrenza dell’ex dipendente – Quando l’ex dipendente “ruba” i clienti – La Corte d’appello di Perugia si pronuncia con una Sentenza del 10 febbraio 2020 in materia di concorrenza sleale e rapporti con l’ex dipendente.

La Sentenza affronta l’annoso problema delle possibilità, per l’ex dipendente, di sfruttare informazioni ed esperienze apprese nel corso del rapporto di lavoro, nell’ambito di una nuova attività. Vi è dunque il problema di tracciare il perimetro entro il quale l’impiego di quelle informazioni e di quelle esperienza costituisca lecita esplicazione del diritto di fare impresa (art. 41 Cost.) o, comunque, di libertà individuale e professionale. Ed oltre il quale, per converso, l’attività in questione possa divenire fattispecie di concorrenza sleale ex artt. 2598 e ss. c.c. (cioè quando l’ex dipendente “ruba i clienti” all’ex datore di lavoro).

La soluzione della Corte

La concorrenza dell’ex dipendente, a parere della Corte, deve muoversi entro certi limiti

non è sufficiente, per esservi concorrenza sleale, il mero tentativo di accaparramento di clientela. Occorre che si impieghino mezzi professionalmente scorretti“.

Per la Corte, “non è sufficiente il tentativo di accaparrarsi la clientela del concorrente sul mercato nelle sue componenti oggettive e soggettive, ma è imprescindibile il ricorso ad un mezzo illecito secondo lo statuto deontologico degli imprenditori. Tale non è, di per sé, l’utilizzo delle conoscenze e dei rapporti commerciali di un ex dipendente o di un ex agente, non vincolato da legittimo patto di non concorrenza“.

Ed ancora,

“non basta trasfondere nella nuova esperienza informazioni ed esperienze apprese presso l’ex datore di lavoro. Occorre che esse siano in quantità non umanamente memorizzabile, e quindi oggetto di una sottrazione di banche dati o similari“.

Secondo la Corte d’Appello, infatti, “E’ comunque necessario che si sia in presenza di un complesso organizzato e strutturato di dati cognitivi, seppur non segretati e protetti, che superino la capacità mnemonica e l’esperienza del singolo normale individuo e che configurino così una banca dati che, arricchendo la conoscenza del concorrente, sia capace di fornirgli un vantaggio competitivo che trascenda la capacità e le esperienze del lavoratore acquisito. Diversamente opinando, attraverso la disciplina dell’illecito concorrenziale si finirebbe con l’attribuire un monopolio all’ex datore di lavoro sulle conoscenze e sull’esperienza dell’ex dipendente, in assenza di diritti di proprietà industriale su informazioni segrete e soprattutto mortificando i diritti costituzionalmente tutelati del lavoratore ex artt. 4, 35 e 36 Cost. a reperire sul mercato la miglior valorizzazione e remunerazione delle sue capacità professionali, senza che, nei limiti consentiti dalla legge per il contemperamento delle contrapposte esigenze, l’ex datore di lavoro si sia tutelato con la stipulazione di un patto di non concorrenza ex artt.2125 e 2596 cod. civ. per la «fidelizzazione ultrattiva» del dipendente, assumendosi i costi necessari

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