Assegni postdatati e coronavirus: che fare?

In pericolo numerosissime attività commerciali

Assegni postdatati e coronavirus – Il blocco delle attività commerciali non essenziali recentemente disposto dal Governo ha generato (e probabilmente genererà in misura via via crescente) il progressivo blocco dei pagamenti ai fornitori.

L’assegno per la Legge è un mezzo di pagamento, non uno strumento di garanzia. Tuttavia è noto che, nell’ambito numerosissimi comparti (si pensi a quello della moda o a quello della ristorazione), la prassi sia quella di consegnare al fornitore, a fronte di fatture con scadenza a 30 o a 60 giorni, assegni postdatati alla medesima data di scadenza.

Tale prassi non pone problemi pratici in circostanze “normali”: alla “scadenza” l’assegno viene versato e, in presenza della provvista sul conto dell’emittente, il relativo importo viene trasferito al prenditore / fornitore.

In  tempi di emergenza COVID-19, e di “fermo tecnico” di tutte le attività imprenditoriali definite “non essenziali”, le cose possono essere ben diverse, ed il rischio che assegni emessi in tempi “non sospetti” possano essere privi di provvista è drammaticamente evidente.

La messa all’incasso di un assegno in assenza di provvista determina il protesto e la segnalazione sia alla Centrale d’Allarme Interbancaria, sia alla Centrale Rischi Finanziari (CRIF).

Vi sono già proposte di interventi normativi (Deputato Furgiuele, Lega) sul punto, con la prospettiva di una “maxisanatoria”, ma non vi è nulla di sicuro, e dunque non possiamo che riflettere sulla base dell’assetto normativo vigente, ed ovviamente in mancanza di una rinegoziazione dei termini di incasso con il fornitore

Un possibile strumento di tutela è la richiesta di sequestro giudiziario, o di inibitoria all’incasso, degli assegni postdatati

Tale strumento è stato diverse volte escluso dalla giurisprudenza della Cassazione. Tuttavia si versa, al momento, in circostanze del tutto eccezionali, tali da rendere la messa del titolo all’incasso priva di giustificazione economica e, forse, contraria a buona fede. Circostanze che potrebbero giustificare anche il sequestro del titolo e, comunque, l’inibitoria all’incasso.

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