Franchising e lite temeraria: nuova Sentenza della Corte d’Appello di Brescia

Franchising e lite temeraria: la Corte d’appello di Brescia si è pronunciata in materia di clausola compromissoria, peraltro aderendo al prevalente ed ormai consolidato indirizzo della Suprema Corte che ne sancisce l’individualità l’autonomia rispetto al contratto nel quale si inserisce.

Franchising e lite temeraria – la vicenda

La Sentenza della Corte d’Appello di Brescia trae origine dall’ appello proposto da una società, avverso la Sentenza del Tribunale di Mantova, con la quale quest’ultimo aveva rigettato tutte le domande avanzate dall’attrice in ordine alla richiesta di nullità di due lodi irrituali emessi fra le medesime parti dall’arbitro unico ed alla conseguente richiesta di condanna della convenuta al pagamento della somma di Euro 3.200.000,00. In particolare la società appellante proponeva sei motivi d’appello, cinque dei quali strettamente connessi alla presunta nullità e/o annullabilità dei contratti stipulati fra le parti l’uno nel settembre del 2005, tramite accordo verbale, e l’altro sottoscritto nel febbraio del 2006. Solo attraverso uno dei motivi d’appello la società appellante si doleva, in subordine, del mancato accoglimento della eccezione di inefficacia dell’articolo del contratto contenente la clausola compromissoria “per mancata specifica approvazione per iscritto, essendo il contratto in questione non già oggetto di trattativa tra professionisti, come affermato dal Tribunale, bensì palesemente il primo di una serie di contratti di affiliazione commerciale previsti dalla L. n. 129 del 2004”.

La decisione della Corte d’Appello di Brescia

Con la Sentenza del 6 dicembre 2018, la Corte d’Appello di Brescia si pronunciava esaminando unicamente il motivo di gravame relativo alla presunta inefficacia della clausola compromissoria del contratto stipulato fra le parti, ritenendo tale questione “assorbente, pur se logicamente subordinataIn buona sostanza la Corte d’Appello di Brescia aderisce all’orientamento espresso dalla Suprema Corte, secondo cui: “in virtù del principio di autonomia della clausola compromissoria rispetto al negozio cui si riferisce, la clausola compromissoria non costituisce un accessorio del contratto nel quale è inserita, ma ha propria individualità nettamente distinta da quella del contratto cui accede, per cui ad essa non si estendono le cause di invalidità del negozio sostanziale; ne consegue che la nullità del contratto non travolge la clausola compromissoria in esso contenuta, restando rimesso agli arbitri l’accertamento della dedotta invaliditàIn questo senso, dunque, la Corte d’Appello di Brescia ha confermato quanto statuito dal Tribunale di Mantova con la Sentenza oggetto di impugnazione, nella parte in cui ha affermato che: “l’accertamento della validità della clausola compromissoria contenuta nel contratto stipulato tra le parti e datato 24.1.2006, ha carattere pregiudiziale rispetto alla qualificazione del predetto contratto come franchising e all’accertamento della sua validità, in quanto, ai sensi dell’art. 808 cpv c.p.c., la validità della clausola compromissoria deve essere valutata in modo autonomo rispetto al contratto al quale si riferisce, per cui “ove la clausola sia valida, solo l’arbitro ha il potere di sindacare il contenuto contrattuale e quindi la sua validità”.

Conclusioni e condanna dell’appellante ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

La Corte d’Appello di Brescia, dunque, rigettava l’appello condannando l’appellante al pagamento delle spese processuali. Condannava, altresì, la società appellante al pagamento della somma pari ad euro 12.000,00, a titolo di risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c., per avere la stessa impugnato la Sentenza “per fini meramente dilatori in palese contrasto con l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità di materia di clausola compromissoria e sua autonomia rispetto al contratto che la contiene e al di fuori delle previsioni dettate dall’art. 808 ter c.p.c. per l’impugnazione del lodo irrituale, sulla base di motivi del tutto pretestuosi, fondati su tesi difensive già ritenute manifestamente infondate dal giudice di prime cure”.

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