Diffamazione su Facebook – Nuova sentenza del Tribunale di Roma

Diffamazione su Facebook: il Tribunale di Roma si pronuncia con la sentenza dell’8 novembre 2018 in materia di diffamazione su Facebook, tracciando la linea di confine tra il “diritto di satira” e la tutela della reputazione.

Diffamazione su Facebook – La vicenda

Il procedimento veniva incardinato dall’attrice (nota chef italiana specializzata nel settore della panificazione), nei confronti di due soggetti amministratori di un gruppo Facebook, nel quale erano stati pubblicati dei post ritenuti “diffamatori” e “calunniosi” nei confronti dell’attrice. Si costituivano i convenuti contestando la riferibilià dei commenti all’attrice (mai citata esplicitamente) e comunque la natura satirica e goliardica dei messaggi pubblicati nel gruppo Facebook.

Il confine tra il diritto di satira e la tutela della reputazione

Con la Sentenza dell’ 8 novembre 2018 il Tribunale di Roma ha rilevato che “Nel caso in esame, difettano per i messaggi indicati i requisiti della chiara e univoca identificabilità dell’attrice”. Il Tribunale ha, inoltre, evidenziato il contenuto satirico dei messaggi oggetto di contestazione tracciando una linea di confine fra diritto di critica e diritto di satira. A tal riguardo evidenziava che “Come noto, il diritto di cronaca implica la descrizione di fatti che trovino un’effettiva corrispondenza nella realtà, mentre ciò che rileva in tale sede è il cd. diritto di critica e satira, volto a una manifestazione valutativa delle proprie opinioni ,che può richiedere anche toni forti o accentuati, volti a contrastare la tesi opposta, il diverso punto di vista di altro soggetto. Richiamava, poi, la Sentenza della Suprema Corte n. 21235/2013 a mente della quale: “la satira costituisce una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica, sicché, diversamente dalla cronaca, è sottratta all’obbligo di riferire fatti veri, in quanto esprime mediante il paradosso e la metafora surreale un giudizio ironico su un fatto, pur soggetta al limite della continenza e della funzionalità delle espressioni o immagini rispetto allo scopo di denuncia sociale o politica perseguito. Conseguentemente, nella formulazione del giudizio critico, possono essere utilizzate espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o comportamento preso di mira e non si risolvono in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore e della reputazione del soggetto interessato, non potendo invece, essere riconosciuta la scriminante di cui all’art. 51 c.p. nei casi di attribuzione di condotte illecite o moralmente disonorevoli, di accostamenti volgari o ripugnanti, di deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo della persona e ludibrio della sua immagine pubblica.

Conclusioni

Per tutti i motivi esposti, dunque, il tribunale respingeva le domande proposte dall’attrice, condannando la stessa ala pagamento delle spese processuali nei confronti delle parti convenute.

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