Concorrenza sleale e correttezza professionale

Concorrenza sleale e correttezza professionale: una recente sentenza del Tribunale di Torino si è espressa in tema di concorrenza sleale in ambito assicurativo.

Il socio unico della società di assicurazioni lamentava, a seguito delle dimissioni degli altri due soci, il compimento di “plurimi atti di concorrenza sleale rientranti nelle fattispecie ex art. 2598 n. 3 c.c.”

Sostiene il Tribunale che “Ai sensi dell’art. 2301 c.c. il socio non può, senza il consenso degli altri soci, esercitare un’attività concorrente con quella della società, né partecipare come socio illimitatamente responsabile ad altra società concorrente. Il divieto vale finché persista il vincolo sociale e decade alla sua cessazione. Rientra nell’autonomia delle parti prevederne una più ampia estensione, ma non consta che nel caso di specie i soci si siano avvalsi di tale facoltà, giacché parte ricorrente non ha fatto valere alcun divieto di concorrenza successivo alla perdita della qualità di socio”

Prosegue indicando che “L’acquisizione, conservazione, consultazione e utilizzo a fini contrattuali” di anagrafiche e polizze dei clienti,  “dopo aver perso la qualità di agenti Y e di soci K., configura pertanto un illecito e, al contempo, una modalità concorrenziale non conforme ai principi di correttezza professionale, pertanto colpita da divieto ex art. 2598 n. 3 c.c..”, definendola “concorrenza parassitaria perché resa possibile dal possesso illecito di informazioni riservate del concorrente“.

Ritine inoltre che “è altresì illecito lo sviamento della clientela, fatto con l’utilizzo delle anzidette informazioni riservate e modalità “aggressive” contrarie alla correttezza professionale”.

Pertanto ha inibito alla società di assicurazione  “di utilizzare, consultare, riprodurre o trasferire a terzi i dati contenuti nelle polizze e ogni altra informazione aziendale e commerciale di proprietà X; il tutto direttamente o tramite soci e/o dipendenti e/o altri ausiliari”, nonché “di continuare in danno di X attività di sviamento della clientela, con particolare riferimento all’utilizzo delle informazioni predette e alla sollecitazione della clientela alla disdetta delle polizze assicurative in corso e alla loro riforma presso altra compagnia assicuratrice”.

Ha infine ordinato “la restituzione del materiale cartaceo in originale e informatico di pertinenza di X rinvenuto presso l’ufficio”.

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Internet

Privacy. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Ue il nuovo Regolamento sulla protezione dati personali.

A seguito dell’approvazione del Parlamento Europeo del 14 aprile 2016 – dopo un travagliato iter legislativo durato 4 anni – il 4 maggio 2016 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il testo del nuovo Regolamento europeo sulla privacy.

Il Regolamento (UE) 2016/679, “relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati” costituisce l’insieme normativo idoneo a definire un quadro comune in materia di tutela dei dati personali per tutti gli Stati membri dell’UE.

La nuova normativa, infatti, sostituisce la Dir. n. 95/46/CE che per venti anni ha fissato i principi generali cui ogni Stato membro doveva attenersi nella regolamentazione della disciplina interna in tema di trattamento dei dati personali. Il nuovo Regolamento introduce, invece, una legislazione uniforme e valida in tutta Europa, che impone direttamente a tutti i soggetti interessati (imprese, professionisti e pubbliche amministrazioni) una serie rilevante di novità.
Obiettivo delle regole contenute nel documento è quello di adeguare le norme di protezione dei dati ai cambiamenti determinati dall’evoluzione delle tecnologie, considerato che la precedente disciplina risale agli anni novanta cioè ad un’epoca “preistorica” se paragonata allo sviluppo attuale delle nuove tecnologie e di internet.

Al contempo vengono codificati diritti già tutelati dalla giurisprudenza comunitaria, quali il diritto all’oblio, il diritto di rettifica e il diritto di limitazione del trattamento.

Il corpo normativo

Il Regolamento è composto da quasi 100 articoli divisi in 11 Capi (I. Disposizioni generali; II. Principi; III. Diritti dell’interessato; IV. Titolare del trattamento e responsabile del trattamento; V. Trasferimento di dati personali verso Paesi terzi o organizzazioni internazionali; VI. Autorità di controllo indipendenti; VII. Cooperazione e coerenza; VIII. Mezzi di ricorso, responsabilità e sanzioni; IX. Disposizioni relative a specifiche situazioni di trattamento; X. Atti delegati e atti di esecuzione; XI. Disposizioni finali)

L’entrata in vigore

L’art. 99, Reg. n. 2016/679 del 27 aprile 2016 stabilisce però che il Regolamento sarà vigente 20 giorni dopo la pubblicazione in GUUE, per diventare definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018, quando dovrà essere garantito il perfetto allineamento fra la normativa nazionale e le disposizioni del Regolamento.

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Marchio comunitario. La Corte di Giustizia dell’UE conferma la protezione del simbolo Adidas.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea conferma la decisione del Tribunale dell’UE, consentendo alla multinazionale tedesca di potersi opporre alla registrazione di un marchio comunitario i cui tratti distintivi erano molto simili alle famose strisce dell’Adidas.

Il fatto

Nel 2009 la Shoe Branding Europe, società belga, ha chiesto all’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (UAMI) di registrare il marchio comunitario per calzature raffigurato nell’immagine in alto.  La società Adidas si è opposta alla registrazione di tale marchio invocando, tra gli altri, uno dei suoi marchi, tipico della società e raffigurante le sue famose tre strisce parallele.

L’UAMI, tuttavia, decise a favore della registrazione del marchio belga, sostenendo l’assenza di una somiglianza visiva tra i due marchi.

A tutela dei propri diritti, Adidas si è rivolta nel 2014 al Tribunale dell’Unione europea per ottenere l’annullamento della decisione dell’UAMI. Con sentenza del 21 maggio 2015 , il Tribunale ha accolto il ricorso dell’Adidas, ribaltando completamente quanto rilevato dall’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno. Il tribunale, in particolare, ha affermato che l’impressione complessiva prodotta dal marchio comunitario registrato era, in un certo grado, simile in ragione di elementi ictu oculi comuni (ossia l’esistenza di strisce parallele oblique, equidistanti, della stessa larghezza, che contrastano con il colore di base della calzatura e poste sulla parte laterale della stessa).

La decisione della Corte di Giustizia

Il 17 febbraio 2016, la Corte ha confermato, con ordinanza, la sentenza del Tribunale.

La Corte, in particolare, ha ribadito che l’UAMI non aveva sufficientemente motivato circa la sua valutazione sulla dissomiglianza dei marchi in conflitto, e che le differenze che sussistono tra gli stessi (la diversa lunghezza delle strisce che dipende dalla diversa inclinazione) sono molto blande e tali da non influenzare l’impressione complessiva data dalla presenza di larghe strisce oblique sulla parte laterale della calzatura.

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Franchising, esclusiva, concorrenza e buona fede

Il caso

Il Tribunale di Milano si è recentemente occuFranchisingpato di un caso estremamente delicato ed interessante in materia di franchising (QUI il testo della L. 6 maggio 2004, n. 129). Il Franchisor, nota azienda della GDO con organizzazione in franchising senza esclusiva territoriale a favore dei franchisee, aveva acquisito una serie di punti vendita, alcuni dei quali, a dire dei franchisee, eccessivamente vicini ai punti vendita dagli stessi gestiti. In ragione di tale circostanza, i franchisee avevano comunicato unilateralmente la risoluzione dei contratti ed erano, in pratica, passati con la concorrenza. Agiva in via cautelare il franchisor, richiedendo al Tribunale di ordinare ai franchisee l’immediato ripristino della situazione preesistente. I franchisee resistevano, eccependo la condotta abusiva e contraria a buona fede del franchisor, il quale, pur in assenza di una specifica pattuizione di esclusiva a favore dei franchisee, avrebbe tenuto una condotta di alterazione illecita degli equilibri contrattuali preesistenti a scapito dei franchisee stessi, con evidente distrazione di clientela.

L’opinione del Tribunale di Milano

L’apertura di un nuovo punto vendita come scelta potenzialmente abusiva

Il patto di esclusiva non costituisce un elemento naturale del contratto di franchising. Esso può essere presente o meno, e nel caso di specie ai franchisee non era stata riconosciuta alcuna esclusiva territoriale. Tuttavia, a parere del Tribunale, “un pur minimo grado di protezione territoriale appare indispensabile giacché in caso contrario il franchisee non si assumerebbe l’onere di sostenere ingenti spese per integrarsi nella rete e lo schema negoziale rischierebbe di essere minato in radice, sotto il profilo causale“. Ed allora, ritiene il Tribunale, “l’inserimento da parte dell’affiliante nella propria rete distributiva di un altro distributore, tenuto conto della asimmetria economica nella quale si collocano i due contraenti, appare una scelta particolarmente delicata, che potrebbe essere potenzialmente abusiva, riducendo le capacità di profitto del vecchio affiliato e massimizzando quelle dell’affiliante (a fortiori qualora il nuovo rivenditore sia lo stesso franchisor)“.

I criteri di valutazione

Il Tribunale di Milano ritiene, poi, che per valutare la concreta sussistenza di un abuso per contrasto con gli obblighi di protezione occorre considerare, fra l’altro, il grado di affidamento sul quale poteva contare il franchisee. Nel caso di specie, accertava il Tribunale, “il grado di affidamento del franchisee circa la ‘piazza’ dove operare senza concorrenza ‘intrabrand’ si era consolidato per ben otto anni… l’affiliante ha preso così ad erodere illecitamente la quota di mercato dei franchisee… l’affiliante poteva del resto godere di un vantaggio competitivo: tramite i ‘prezzi consigliati’ poteva infatti prevedere i prezzi praticati dal franchisee, costringendo l’affiliato ad ‘inseguire’ su questo terreno l’affiliante“.

Il ruolo della buona fede nel franchising

Conclude, il Tribunale, rilevando che “il ricorso al canone della buona fede consente di sanzionare anche le condotte che, formalmente corrette sotto il profilo formale (come ricordato qui manca una esclusiva a favore del franchisee), hanno reciso il rapporto fiduciario sotteso al contratto ed inciso negativamente sull’assetto contrattuale, giacché in contrasto con l’obiettivo della integrazione imprenditoriale quale finalità ultima del franchising, giustificandone la risoluzione“.

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Dipendenza economica, abuso – Tribunale di Milano, Sentenza dell’1 febbraio 2016

Il caso

Il Tribunale di Milano si  è pronunciato con la recentissima Sentenza n. 1344/2016 dell’1 febbraio 2016, in materia di abuso di dipendenza economica e violazione del dovere di buona fede. La Sentenza riguardava un contratto di appalto di servizi di logistica e marketing concluso da una multinazionale del settore dell’elettronica con un’altra società che avrebbe dovuto fornire, sul territorio italiano, servizi, appunto, di marketing e logistica. Il tutto veniva regolato da un contratto di appalto. La multinazionale decideva di interrompere ad nutum il rapporto in discorso, senza assegnare alcun termine di preavviso. I collaboratori della Società di marketing venivano poi riallocati, mediante diversi contratti “a progetto”, presso il nuovo soggetto subappaltatore che nel frattempo aveva ottenuto la nuova commessa dalla multinazionale.

Le valutazioni del Tribunale di Milano

Il Tribunale ha compiuto una serie di assai interessanti rilievi in materia di abuso di dipendenza economica, elencati qui di seguito per materia.

La tipologia di contratto

A parere del Tribunale, “contratti quali quelli di cui si controverte, analogamente ai contratti di distribuzione, sono idonei in astratto a porre il distributore in posizione di dipendenza economica, in quanto trasferiscono sul “SP” tutti gli oneri ed i costi dell‟organizzazione di una efficiente e capillare rete di vendita, sottoposta al costante controllo della committente, per un corrispettivo omnicomprensivo, non adeguabile in relazione a costi e spese vive (anche in ipotesi eccezionali) effettivamente sostenute, con assunzione di rischi imprenditoriali che potrebbero essere squilibrati rispetto a quelli assunti dal concedente“.

Il contegno della multinazionale

Secondo il Tribunale. “l’indubbia titolarità in capo a xxxxxx del diritto di scegliere un diverso partner per il suo progetto yyyyyy, allo spirare del contratto annuale, le avrebbe comunque imposto di adottare una tempistica che tenesse conto delle esigenze dell‟appaltatrice di riorganizzare la sua attività produttiva, ricollocandosi sul mercato (se del caso offrendo la sua esperienza ad un diretto concorrente di xxxxxx, attraverso la partecipazione ad una gara da questi indetta). Per il vero, seguendo i criteri dettati dal S.C. il concreto esercizio di quel diritto di scelta, non essendo vincolato da modalità rigidamente predeterminate, ben poteva, senza apprezzabile sacrificio da parte di xxxxx, essere effettuato con modalità più idonee a salvaguardare gli interessi della controparte“.

Le tempistiche dettate dalla multinazionale

A parere del Giudice, la tempistica adottata dalla multinazionale risulta eccessivamente pregiudizievole rispetto agli interessi della controparte contrattuale e concreterebbe l’abuso di dipendenza economica delineato dalla L. 192 / 1998. La interruzione improvvisa dei rapporti, operata con le modalità concrete accertate dal Tribunale, in pratica “ha precluso alla appaltatrice la possibilità di porre in essere strategie imprenditoriali che la compensassero della perdita dell‟importante commessa. Peraltro, tutta la storia dei rapporti tra gli odierni contendenti dimostra la disinvoltura contrattuale con cui xxxxx, evidentemente ben conscia del suo ruolo dominante nelle relazioni con le controparti, organizza lì esternalizzazione dei suoi servizi di marketing sul territorio“. In altri termini, tutta l’operazione si sarebbe svolta in maniera “tale da rendere plausibile il sospetto dell‟attrice che l‟intera condotta sia stata dettata principalmente dalla finalità di privare l’appaltatrice della possibilità di offrire i propri servizi ad altri competitori del marcato (magari trattenendo una parte dei promotori già esperti, certamente utilizzabili in assenza di obblighi post-contrattuali di limitazione della concorrenza)“.

Le conclusioni

Il Tribunale, pertanto, valorizza la condotta complessiva delle parti, al fine di pervenire alla conclusione che il comportamento della multinazionale non si è rivelato rispettoso dei canoni di buona fede e correttezza, e, come da costante orientamento della Cassazione, l’una parte ha perseguito, sì, i propri interessi, ma travalicando il limite dell’ingiustificato pregiudizio delle ragioni dell’altra.

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Frode alimentare: 85 tonnellate di olive verniciate col solfato di rame

L’operazione “olive verniciate”, condotta dagli agenti del Corpo forestale dello Stato sulla sicurezza agroalimentare guidata da Giuseppe Silletti, si è conclusa con il sequestro di oltre 85 tonnellate di olive colorate, secondo gli inquirenti, con solfato di rame, 19 persone denunciate e 26 comunicazioni di notizia di reato, dopo una campagna straordinaria di controlli sulle olive verdi da tavola che ha portato in totale 66 controlli e 39 campionamenti. La sospetta ennesima (e pericolosissima) frode alimentare a danno dei consumatori: la colorazione, con il fine di nascondere i difetti delle olive, avveniva utilizzando sia la clorofilla ramata, sostanza alimentare classificata dalla UE come colorante E141 – un procedimento vietato dalla legislazione nazionale e da quella europea – sia il solfato di rame, che è particolarmente nocivo per la salute, infatti un eccessivo consumo della sostanza, di solito impiegata nei pesticidi, può causare nausea, vomito e dolori addominali, nei casi peggiori rischia di essere letale, conducendo anche alla morte. Così è scattato il sequestro di oltre 10.000 kg di prodotto e del colorante vietato.

Il metodo con l’aggiunta di additivi chimici

Le olive interessate sono quelle dolci da tavola di tipo “Castelvetrano”. Il coordinatore dell’attività di indagine, il dott. Giuliano Palomba del Corpo Forestale dello Stato, Comandante del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Altamura ha spiegato che “il metodo di lavorazione principale per le olive dolci da tavola, il Castelvetrano, prevede l’utilizzo di soda caustica che permette la “deamarizzazione” del frutto, da cui deriva il nome “dolce”, ma durante la lavorazione il loro color verde tende a sfumare verso il giallo e questo fa emergere le macchie e i difetti delle stesse olive. L’ingannevole l’utilizzo della clorofilla ramata E141 e del solfato di rame, con la conseguente colorazione verde brillante delle olive, ha il fine di mascherare tali difetti di qualità.” I 19 imprenditori denunciati per la sospetta frode alimentare dovranno rispondere di commercio di sostanze alimentari nocive e produzione di alimenti con aggiunta di additivi chimici non autorizzati dalla legge, titolari di aziende nelle città di San Ferdinando, Polignano a Mare, Bitetto, Bitritto, Bisceglie, Margherita di Savoia, Bari, Sannicandro di Bari, Modugno, Noicattaro, Andria, San Giovanni Rotondo, Cassano delle Murge e Lucera. In diverse aziende sono stati accertati la presenza e l’utilizzo del colorante clorofilla ramata nei locali di produzione, in altri casi è risultato fondamentale il campionamento delle olive. I controlli effettuati dalla Forestale hanno fatto emergere ulteriori reati: frode in commercio, relativamente a olive etichettate falsamente come “made in Italy” (olive spagnole e greche venivano infatti spacciate per olive italiane), sia per illecito utilizzo di denominazione protetta, con riferimento a numerosi lotti di falsa “Nocellara del Belice”. Infine, nel corso delle operazioni condotte sono stati sequestrati all’incirca 5.250 quintali di olive in cattivo stato di conservazione.

La Forestale stima  che il mercato nazionale della contraffazione di prodotti alimentari valga almeno un miliardo di euro all’anno, con effetti pesanti per il settore dell’olio d’oliva, ancora fortemente in crisi dopo l’annata negativa, 2014-2015, causata della mosca bianca dell’ulivo che ha determinato enormi perdite di produzione.

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La vittima del reato alla luce del decreto legislativo 212 del 15 dicembre 2015

Dal 20 gennaio sono entrate in vigore le nuove norme poste a tutela della vittima del reato, in attuazione della diretta 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 2 ottobre 2012.

Il provvedimento in commento apporta importantissime modifiche al codice di procedura penale e alle norme di attuazione, conferendo alla persona offesa dal reato maggiori diritti e poteri. L’obiettivo del legislatore (quello europeo in primis) è quello di predisporre un’efficace strumento per la tutela, l’assistenza e partecipazione consapevole nel procedimento penale.

Tra le novità di maggior rilievo meritano di essere menzionate: il nuovo comma 2 bis dell’art. 90 del Codice di procedura penale, ad esito del quale se vi è incertezza sulla minore età della persona offesa dal reato, il giudice può disporre anche d’ufficio una perizia. Se l’incertezza persiste la minore età si considera presunta, ma ai soli fini processuali. Non meno rilevante la modifica apportata al comma 3 della stessa norma. Con essa il legislatore ha voluto dare un formale riconoscimento normativo della famiglia di fatto; in caso di decesso della persona offesa, infatti, le facoltà e diritti di questa sono attribuiti anche al convivente more uxorio.

DIRITTO DI INFORMAZIONE

Importanti novità anche in tema di diritto della vittima del reato ad essere informata del procedimento penale che la coinvolge.

In tale ottica viene introdotto l’art. 90 bis c.p.p., con il quale la persona offesa, fin dal suo primo contatto con l’autorità procedente, deve essere informata in merito: alle modalità di presentazione della denuncia o querela; della facoltà di ricevere comunicazione dello stato del procedimento; di essere informata della richiesta di archiviazione; della possibilità di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato e di interpretazione e traduzione; della possibilità di chiedere il risarcimento dei danni derivanti del reato.

Di particolare rilievo è il diritto, introdotto dal nuovo art. 90 ter c.p.p., per la vittima di delitti commessi con violenza alla persona di essere informata circa la scarcerazione dell’autore del reato o della sua evasione.

LA CONDIZIONE DI PARTICOLARE VULNERABILITA’

Le maggiori novità riguardano la condizione di particolare vulnerabilità in cui possono trovarsi talune tipologie di vittima del reato.

Secondo il nuovo art. 90 quater tale condizione è “desunta, oltre che dall’eta’ e dallo stato di infermita’ o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalita’ e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se e’ riconducibile ad ambiti di criminalita’ organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalita’ di discriminazione, e se la persona offesa e’ affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato”.

In questa prospettiva, il legislatore ha introdotto specifiche cautele per l’audizione della vittima particolarmente vulnerabile in tutte le fasi del processuali: così il nuovo ultimo comma dell’art. 134 c.p.p. ha disposto l’obbligo della riproduzione audiovisiva anche al di fuori dei casi di assoluta indispensabilità; nuove disposizioni affinché la persona particolarmente vulnerabile non abbia contatti con l’indagato e non venga chiamata più volte (comma 1 ter dell’art. 351 c.p.p.); la possibilità che il suo esame in sede di incidente probatorio o in dibattimento avvenga con modalità protette (artt. 392, comma 1-bis c.p.p., art. 398, comma 5-quater).

La riforma, così sinteticamente riportata, costituisce certamente un passo avanti per una piena tutela della persona offesa dal reato. Ovviamente resta da capire come e con quale grado di efficacia le nuove disposizioni saranno materialmente recepite dagli uffici giudiziari.

Clicca qui per consultare il decreto legislativo 212 del 15 dicembre 2015.

A cura di Pasquale Distefano

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La Suprema Corte di Cassazione ritorna sul nuovo delitto di false comunicazioni sociali ex artt. 2621 – 2622 c.c., mutando radicalmente orientamento.

La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali, così come riformate dalla legge 69/2015, ha, fin dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, suscitato forti dubbi in dottrina e giurisprudenza circa la portata del nuovo delitto.

Come è noto, il legislatore del 2015 ha profondamente modificato la precedente disciplina, trasformando il reato di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., da illeciti contravvenzionali in due distinti delitti (art. 2621 c.c. per le società non quotate e art. 2622 c.c. per le società quotate), entrambe concepite come reati di pericolo e perseguibili d’ufficio, innalzando notevolmente, altresì, la cornice edittale della pena.

Dubbi tuttavia sono sorti in merito al significato letterale delle parole utilizzate dal legislatore per circoscrivere la rilevanza penale delle condotte ivi descritte. In particolare, ci si interrogava sul significato delle parole “fatti materiali rilevanti” e parallelamente sulle intenzioni del legislatore nell’aver abbandonato la precedente dizione “ancorché oggetto di valutazioni”. In altre parole, se la nuova formulazione avesse notevolmente ridotto l’area del penalmente rilevante ai soli fatti falsi (inteso come fatto / evento fisico), con esclusione dei c.d. falsi valutativi (interpretazione pacificamente ammessa nella previgente disciplina), o se, viceversa, l’ambito applicativo sia rimasto lo stesso.

La prima pronuncia della Cassazione. La Sentenza Crespi.

Subito dopo l’entrata in vigore della novella, la Corte di Cassazione si è pronunciata optando per una interpretazione rigorosa e restrittiva del riformato delitto di false comunicazioni sociali. I giudici di legittimità sostennero così l’avvenuta abrogazione della condotta relativa ai falsi valutativi.

La Sentenza n. 890/2016. Il fatto

La sentenza in commento riguarda il fallimento di una Società a responsabilità limitata il cui amministratore unico, al fine di ingannare il pubblico ed ottenere per la società un ingiusto profitto, nei bilanci degli esercizi dal 2002 al 2005 indicava fatti non corrispondenti al vero.

Tra i fatti oggetto di informazioni fraudolente vi era una parte considerevole di crediti c.d. incagliati, sostanzialmente inesigibili. L’esistenza dei crediti era sì reale, ma il suo valore veniva però sovrastimato, adducendo un improbabile capacità di realizzo, creando di conseguenza una artificiosa rappresentazione sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società.

Il nuovo criterio interpretativo

La Corte, ha messo in secondo piano l’approccio interpretativo testuale della norma, privilegiando una lettura logico – sistematico dei concetti “fatti materiali rilevanti”,  dando agli stessi un significato tecnico e non di linguaggio comune. In particolare i Giudici di legittimità hanno rilevato che la parola materiale deve essere intesa come sinonimo di essenzialità, “nel senso che, nella redazione del bilancio devono trovare ingresso – ed essere valutati – solo dati informativi essenziali ai fini dell’informazione, restandone al di fuori tutti i profili marginali e secondari”.

Inoltre, la Corte, con espresso richiamo all’art. 2, punto 16, della Direttiva 213/34/UE (relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese), ha affermato che il concetto di “rilevanza” (al pari della materialità) “deve, dunque, essere apprezzato in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali dirette ai soci ed al pubblico, nel senso che l’informazione non deve essere “fuorviante”, tale, cioè, da influenzare, in modo distorto le decisioni degli utilizzatori”.

Anche il termine “fatti” deve essere inteso in senso lato, come “dato informativo della realtà che i bilanci e le altre comunicazioni, obbligatorie per legge, sono destinati a proiettare all’esterno”. Tale termine, nota ancora la Corte, non è stato scelto a caso dal legislatore, ma per la sua flessibilità, in quanto utile per ricomprendere non soltanto il bilancio ma anche le altre, obbligatorie, comunicazioni sociali.

Alla luce di tale interpretazione, la Corte è approdata alla conclusione che nella locuzione “fatti materiali rilevanti” possono senz’altro rientrarvi le valutazioni, poiché – “il bilancio -principale strumento di informazione- si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore espresso in grandezza numerica”.

Sulla base di tali considerazioni la Suprema Corte, negando rilevanza alla rimozione della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, ha sconfessato il precedente orientamento elaborando il principio secondo cui “nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai ‘fatti materiali’ quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengono in contesti che implicano l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere una funzione informativa e possono dirsi veri o falsi

Stante l’evidente contrasto giurisprudenziale venutosi a creare sul nuovo delitto di false comunicazioni sociali è legittimo aspettarsi a breve un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite.

Per leggere il testo della Sentenza clicca qui

A cura di Pasquale Distefano

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Diritto Bancario: Antitrust apre inchiesta su Abi per l’accordo Seda

Diritto Bancario e Antitrust: L’AGCM apre un’istruttoria sull’Abi (Associazione Bancaria Italiana) per far luce sull’accordo Seda, il servizio aggiuntivo sulle domiciliazioni bancarie offerto da tutte le banche aderenti all’Abi dall’ ottobre 2013 per il pagamento di bollette, tasse e tariffe. Come si legge nel Bollettino settimanale dell’ AGCM, il relativo accordo interbancario “potrebbe costituire un’intesa restrittiva della concorrenza con il possibile aumento dei prezzi complessivi a carico delle imprese rispetto al vecchio modello Rid“, aumento “che potrebbe essere trasferito a valle a carico dei consumatori“. Alla luce delle informazioni fornite dai principali consumatori del servizio Seda, ovvero le grandi imprese fatturatrici di servizi, secondo l’Antitrust “risulta che, ad una prima stima, il passaggio dal rid al Seda abbia comportato un significativo aumento delle commissioni complessivamente pagate. In particolare, alcune imprese e associazioni di imprese hanno evidenziato aumenti variabili per un minimo del 30% fino ad arrivare all’80%“.

La politica dei prezzi

La novità del nuovo sistema prevede che il prezzo per il servizio sia scomposto in due: uno da pagare alla banca che domicilia le bollette e l’altro da riconoscere a quella dell’impresa che fattura. L’Abi ha però deciso che a dover pagare sia solo la parte che incassa il credito e che la commissione non sia contrattata fra l’azienda e la banca del cliente, ma debba essere “pari alla commissione massima definita in maniera unilaterale” dalla banca medesima e aggiornata ogni due mesi. L’Antitrust sottolinea da parte di Abi “la definizione di un sistema di pricing per la corresponsione delle commisisoni seda che, generando il lock-in del beneficiario del servizio che paga la corrispondente commissione, inibisce le normali spinte concorrenziali, non consentendo a chi deve pagare la commissione per il servizio di scegliere la controparte a cui pagarla sulla base del minore livello delle commissioni applicate“.

La replica di Abi

Abi si dice pronta a dare i necessari chiarimenti. Giovanni Sabatini, Direttore generale dell’Associazione, ha dichiarato che “l’associazione bancaria già prima del lancio di Seda aveva avviato un’interlocuzione con la Banca D’Italia e con l’Antitrust per spiegare le novità del modello” e conferma la piena disponibilità nel fornire delucidazioni e nell’esplorare ogni possibile spazio di miglioramento.

La conclusione del procedimento dell’Antitrust è fissata entro il 31 marzo 2017.

Articolo su “Il Sole 24 ore”

A cura di Loredana Spezzano

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Concorrenza: il diritto comunitario mira a garantire l’applicazione uniforme delle regole poste a tutela della concorrenza attraverso lo “European Competition Network (ECN)”, che favorisce la cooperazione tra la Commissione Europea e le Autorità nazionali garanti della concorrenza. Lo ECN si configura come un efficace strumento di contrasto alle pratiche limitative della concorrenza poste in essere dalle imprese operanti a livello transnazionale.

Attraverso questa rete le Autorità nazionali attuano un virtuoso scambio di informazioni, condividono le proposte di decisioni, ottenendo opinioni e commenti dalle altre Autorità, al fine di condividere la propria esperienza e le migliori tecniche.

Il punto 1 della comunicazione della Commissione sulla cooperazione nell’ambito della rete delle Autorità garanti della concorrenza (GU 2004, C 101, pag. 43) afferma: “Il Regolamento n. 1/2003 (…) istituisce un sistema di competenze parallele in base al quale la Commissione e le Autorità garanti della concorrenza degli Stati membri (…) possono applicare l’articolo [101 TFUE] e l’articolo [102 TFUE]. La Commissione e le Autorità garanti della concorrenza degli Stati membri formano insieme una rete di pubbliche Autorità: esse operano nell’interesse pubblico e cooperano strettamente per tutelare la concorrenza. La rete costituisce un foro di discussione e di cooperazione in materia di applicazione e di vigilanza sul rispetto della politica comunitaria della concorrenza. Essa costituisce il quadro nel quale si realizza la cooperazione tra le Autorità europee garanti della concorrenza sui casi ai quali si applicano gli articoli [101 TFUE] e [102 TFUE] e rappresenta la base per instaurare e preservare una cultura comune in materia di concorrenza in Europa. La rete è denominata “European Competition Network” (ECN) (…)“.

Nel 2006 lo ECN adottò il programma modello di clemenza, altresì fece, nel 2007, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (“Agcm”), ideando un modello simile che prevedeva, e tuttora prevede, una domanda “semplificata” di clemenza. Il modello è inteso a favorire il contrasto ai cartelli.

In particolare si è voluto dar vita ad un meccanismo che incentivasse le imprese a denunciare l’esistenza di accordi illeciti, ricompensando la prima di esse capace di fornire elementi probatori attraverso un trattamento sanzionatorio di favore, e quindi concedendole l’immunità totale o la riduzione dell’importo dell’ammenda.

Il caso

Nel caso sottoposto alla valutazione della Corte di Giustizia le Società DHL Express (Italy) Srl e DHL Global Forwarding (Italy) SpA proponevano ricorso contro l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei cofronti di Schenker Italiana SpA ed Agility Logistics Srl. Negli anni 2007 e 2008 dette società presentarono separatamente alla Commissione ed all’AGCI delle domande di clemenza adducendo la violazione del diritto della concorrenza dell’Unione nel settore dei servizi di trasporto internazionale di merci.

Con la decisone del 15 giugno 2011 l’Agcm ha stabilito che tutte le imprese anzidette avevano partecipato ad un’intesa in violazione dell’art. 101 TFUE. Riconosceva inoltre che la Schenker fosse stata la prima ad aver chiesto l’immunità dalle ammende in Italia, poiché aveva depositato la propria domanda in data 12 dicembre 2007, e le accordava l’immunità dall’irrogazione dell’ammenda. La DHL e l’Agility sono state invece condannate al pagamento delle ammende, il cui ammontare è stato successivamente ridotto. La DHL pertanto adiva i giudici italiani al fine di ottenere il parziale annullamento della decisione sostenendo che questa, ingiustamente, non le avesse attribuito la prima posizione nella graduatoria del programma nazionale di clemenza e, pertanto, il beneficio dell’immunità dalle ammende.

Secondo la DHL “i principi del diritto dell’Unione obbligano l’Autorità nazionale che riceva una domanda semplificata di clemenza a valutarla prendendo in considerazione la domanda principale d’immunità che la stessa società ha presentato alla Commissione“. La DHL sostiene pertanto che l’Agcm avrebbe dovuto tenere conto della domanda di immunità presentata dalla stessa alla Commissione in data 5 giugno 2007, quindi prima della domanda proposta dalla Schenker dinnanzi all’Agcm.

L’intervento della Corte di Giustizia

Il Consiglio di Stato sospende il procedimento e sottopone alla Corte le questioni pregiudiziali del caso.

La Corte così interpellata dichiara che:

  • gli strumenti adottati nell’ambito della rete europea della concorrenza, segnatamente il programma modello di clemenza di tale rete, non hanno effetto vincolante nei confronti delle Autorità nazionali garanti della concorrenza“;
  • “tra la domanda d’immunità che un’impresa abbia presentato o sia in procinto di presentare alla Commissione europea e la domanda semplificata presentata per la medesima intesa a un’Autorità nazionale garante della concorrenza non sussiste alcuna connessione giuridica che obblighi tale Autorità a valutare la domanda semplificata alla luce della domanda d’immunità. La circostanza che la domanda semplificata rispecchi fedelmente o meno il contenuto della domanda presentata alla Commissione è, al riguardo, irrilevante”;
  • il diritto comunitario non impedisce che “un’Autorità nazionale garante della concorrenza accetti (…) una domanda semplificata d’immunità di un’impresa che abbia presentato alla Commissione non una domanda d’immunità totale, bensì una domanda di riduzione di ammende”.

Conclusioni

Il diritto interno può prevedere che un’impresa che non sia stata la prima a depositare domanda di immunità presso la Commissione, e che pertanto possa esclusivamente beneficiare della riduzione dell’ammenda e non dell’immunità totale dinanzi a quest’ultima, possa altresì avanzare domanda semplificata di immunità totale alle Autorità nazionali garanti della concorrenza. Quanto detto è in linea con l’assunto secondo il quale gli strumenti adottati nell’ambito della Ecn non hanno carattere vincolante nei confronti delle Autorità nazionali.

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A cura di Vanessa Scartozzi