Franchising e riduzione del rischio d’impresa

Franchising: la Corte di Cassazione si pronuncia nuovamente in materia di causa del contratto di franchising in data 21 dicembre 2017 con l’Ordinanza n. 30671, confermando l’orientamento precedentemente espresso da Cass., n. 647/2007, e statuendo espressamente che “con il contratto di affiliazione commerciale (o “franchising“) un produttore o rivenditore di beni od offerente di servizi (“franchisor”), al fine di allargare il proprio giro commerciale e di aumentare le proprie capacità di penetrazione nel mercato, creando una rete di distribuzione senza dover intervenire direttamente nelle realtà locali, concede, verso corrispettivo, di entrare a far parte della propria catena di produzione o rivendita di beni o di offerta di servizi ad un autonomo ed indipendente distributore (“franchisee”), che, con l’utilizzarne il marchio e nel giovarsi del suo prestigio, ha modo di intraprendere un’attività commerciale e di inserirsi nel mercato con riduzione del rischio“.

In questo modo, la Corte di Cassazione sembra confermare che la riduzione del rischio di impresa si inserisca nel sinallagma contrattuale, costituendone elemento essenziale. Detto in altre parole: laddove la affiliazione determini, per l’affiliato, non una riduzione del rischio, bensì, per le ragioni più varie, un aggravamento, ciò non potrebbe non generare riflessi significativi sulla “tenuta” complessiva del meccanismo contrattuale.

Riduzione del rischio: se è assente, il contratto è inadempiuto o invalido?

Occorrerà, poi, verificare, in quale misura debba affermarsi detta incidenza: se, in altri termini, l’aumento del rischio di impresa per l’affiliato a seguito dell’affiliazione determini inadempimento ad un contratto la cui validità intrinseca non viene messa in discussione. O se, invece, l’aggravamento del rischio imprenditoriale debba condurre a valutazioni più incisive, riguardanti anche la stessa validità del contratto, che potrebbe divenire un contratto nullo per difetto di perseguimento di un interesse meritevole di tutela.

La seconda soluzione, pur con taluni distinguo da analizzare in altra sede (qui qualche approfondimento) sembrerebbe invero quella più plausibile, a voler seguire la lettera dei suindicati pronunciamenti della Corte di Cassazione. La quale, nel provvedimento indicato, e nel precedente arresto 647/2007, inserisce espressamente la “riduzione del rischio” nell’ambito della causa del contratto di franchising.

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Sequestro del software

Sequestro del software – Nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio

Sequestro del software: il TRIBUNALE DI GENOVA si è pronunciato, in via provvisoria, con un decreto inaudita altera parte in materia di sequestro del software (trattasi di sequestro giudiziario ai sensi dell’art. 670 c.p.c.).

La vicenda riguarda un importante e delicato software gestionale, in relazione alla cui proprietà pende giudizio arbitrale. In pendenza di giudizio, l’utilizzatore ha ritenuto di avanzare pretese “operative” sulla proprietà del software, e il titolare originario ha proposto ricorso cautelare per sequestro del software. 

Il Tribunale, ovviamente in via provvisoria ed inaudita altera parte, ha ritenuto che “che è sufficiente, ai fini dell’opportunità richiesta dall’art. 670, n. 1, cod. proc. civ., che lo stato di fatto esistente in pendenza del giudizio comporti la mera possibilità, sia pure astratta, che si determinino situazioni tali da pregiudicare l’attuazione del diritto controverso; che nella specie è certamente possibile, quantomeno in astratto, che ricevuta la notifica del ricorso X disponga dei diritti che afferma di avere acquistato sulla licenza d’uso del software; che ciò renda anzi opportuna l’autorizzazione della misura inaudita altera parte; che, d’altra parte, la fissazione dell’udienza di discussione del ricorso in tempi brevi minimizzerà eventuali disagi per la parte convenuta; che pertanto il sequestro giudiziario richiesto possa essere autorizzato“. 

Nel contesto suindicato, peraltro, il Tribunale ha ritenuto di potere nominare quale custode, medio tempore, la stessa resistente X, “anche in considerazione degli obblighi gravanti sul custode, ex art. 676, 521 e 560 CPC“.

Alla luce delle considerazioni che precedono, dunque, il Tribunale ha autorizzato il sequestro del software a favore della ricorrente.

Si tratta, peraltro, di provvedimento il cui contenuto si pone in linea con altre e precedenti statuizioni giurisprudenziali (nel medesimo senso, infatti, anche Cass., n. 854 del 12 febbraio 1982, pronuncia presa in considerazione e citata anche dallo stesso decreto in commento), e ai fini della concessione del sequestro del software, valorizza il mero dato oggettivo e documentale della esistenza di una “controversia sulla proprietà o sul possesso” (come richiesto dall’art. 670, n. 1, c.p.c.).

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