EDITORIALE: La Cassazione, con la Sent. 11130 / 2009, si è pronunciata nuovamente sulla responsabilità della Banca nel caso di protesto illegittimo. Argomento, quest’ultimo, affrontato più volte dai professionisti che operano all’interno del ns. Studio assai sensibile riguardo alla tematica del contraente “debole”. Nella specie il problema sottoposto all’attenzione della Suprema Corte riguardava l’obbligo di effettuazione di tutte le verifiche necessarie, secondo il canone “dell’accorto banchiere”, ad evitare la verificazione ingiustificata di un evento lesivo come, appunto, il protesto. Provvedimento che, oltre a comportare notevoli disagi in capo al soggetto protestato, è in grado di generare, tra l’altro, una notevole lesione alla reputazione dello stesso con conseguente discredito personale e danno sul piano finanziario. Sul tema si registra una precedente pronuncia della Cassazione dell’agosto 2007 nella quale veniva rilevata la possibilità di convenire in giudizio una Banca responsabile di una levata di protesto illegittima. Nella Sentenza in esame la Corte in primis rileva che affinché una condotta omissiva possa essere assunta come fonte di responsabilità per danni occorre individuare, caso per caso, la sussistenza di un obbligo giuridico, in capo al soggetto che non abbia impedito il verificarsi dell’evento, di impedirlo. Il dovere, argomenta la Corte, può risultare “da un lato direttamente da una norma, dall’altro da uno specifico rapporto negoziale intercorrente tra il titolare dell’interesse leso ed il soggetto chiamato a rispondere della lesione.”. Rapporto negoziale che, tra l’altro, è integrato anche dal dovere di buona fede, che la Banca deve osservare in modo assai stringente. Conseguentemente la Corte rileva la sussistenza in capo alla Banca di un vero e proprio obbligo giuridico di impedire il verificarsi di un protesto illegittimo; a tal fine la stessa deve adottare tutte le misure necessarie, compresa anche, come nel caso di specie, la comunicazione al Notaio della cessazione del presupposto che giustificava il protesto, per evitare conseguenze dannose in capo al soggetto protestato.

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EDITORIALE: La Legge 69/2009, entrata in vigore il 4 luglio 2009, ha, tra l’altro, riformato il codice di procedura civile. Ad un primo esame delle nuove disposizioni la riforma suscita diffidenza in seno all’avvocatura, rappresentando l’ennesimo tentativo di velocizzare il processo secondo un “criterio matematico” che riduce ulteriormente le fasi del giudizio rimesse all’osservanza delle parti costituite, ma che nulla dispone in ordine alla discrezionalità dei termini per tutti gli altri passaggi (si pensi, ad esempio, al termine per lo scioglimento delle riserve o al deposito della sentenza; i tempi e le modalità di comunicazione o notificazione degli atti endo processuali; il tempo intercorrente tra le udienza). Infatti ogni procedimento verrà scadenzato da un calendario della causa, solo virtualmente idoneo a delinearne i tempi e lo svolgimento dello stesso. La riforma ha introdotto un sistema di cognizione sommaria nel quale la decisione (pienamente vincolante) è ancorata ad una valutazione sommaria, appunto, delle fonti di prova. Viene elevata, inoltre, la competenze per valore del Giudice di Pace che passa dagli attuali 2.582,28 ad euro 5.000 (fino a 20 mila per il risarcimento da sinistri stradale). Del tutto originale risulta, poi, il sistema di testimonianza scritta “a distanza”, che sarà poco utilizzata, in quanto i capitoli di prova dovrebbero essere rivolti al testimone tramite un formulario, escludendo, quindi, la possibilità di chiedere delucidazioni (adr) e/o senza lasciare al teste la facoltà di precisare alcunché. Inoltre la testimonianza scritta è rimessa alla concorde volontà delle parti, o meglio dei loro difensori. Viene, inoltre, modificato l’art. 91 c.p.c. in ordine al rifiuto ingiustificato della proposta conciliativa che comporta il pagamento delle spese processuali. Infatti il giudice che accolga la domanda di parte attrice in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, dovrà sentenziare la condanna della parte che ha rifiutato – senza apporre un giustificato motivo – la medesima proposta, al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta. Infine vengono abrogati il rito societario ed il rito del lavoro per i sinistri stradali che tanti dubbi interpretativi avevano suscitato.

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