Cancellazione dalla Centrale d’Allarme Interbancaria – Nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio

Cancellazione dalla Centrale d’Allarme Interbancaria: nuovo provvedimento del Tribunale di Vicenza

Il Tribunale di Vicenza si è espresso confermando il principio per il quale “i pagamenti sono stati effettuati prima del decorso del termine di sessanta giorni ex art. 8 della L. 386/1990, con ciò rendendo priva di giustificazione la permanenza del nominativo della ricorrente nell’archivio CAI“. In altri termini, il provvedimento in commento conferma l’orientamento più recente e “sostanzialista” della giurisprudenza, che tende a valorizzare, ai fini della cancellazione dalla Centrale d’Allarme Interbancaria, non tanto il dato “formale” della comunicazione della quietanza alla banca (può infatti accadere che la mancata consegna della quietanza alla banca non dipenda dal correntista, ma da un eventuale ritardo del terzo nel formularla), quanto piuttosto il dato “sostanziale” dell’effettivo pagamento dell’importo indicato nell’assegno (oltre agli accessori di legge, ovviamente) entro il termine di 60 giorni espressamente previsto dall’art. 8 della L. 386/1990.

In casi simili, allora, non sarebbe tanto in questione la legittimità del contegno della banca che abbia proceduto all’iscrizione nella Centrale d’Allarme Interbancaria (iscrizione che rimane obbligatoria in caso di mancata consegna della quietanza da parte del correntista), quanto piuttosto il vero e proprio diritto del correntista ad ottenere la cancellazione dalla Centrale d’Allarme Interbancaria nel caso in cui sia in grado di dimostrare, anche a posteriori, di avere correttamente pagato l’assegno entro i termini previsti dalla legge.

Quanto al periculum, poi, anche il Tribunale di Vicenza conferma il principio già espresso da altri Tribunali, e che pertanto può considerarsi anch’esso ormai consolidato in sede giurisprudenziale, per il quale “l’omessa cancellazione della iscrizione è senz’altro suscettibile di determinare un pregiudizio grave ed irreparabile all’impresa, sotto il profilo della lesione del diritto all’immagine nonché in ragione dei noti effetti stigmatizzanti che la stessa è idonea a provocare sul piano dell’accesso al credito“.

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Concorrenza sleale ed inibitoria cautelare

Concorrenza sleale ed inibitoria: nuovo provvedimento del Tribunale di Napoli

Concorrenza sleale ed inibitoria cautelare: il Tribunale di Napoli si pronuncia con un nuovo, recentissimo provvedimento di inibitoria cautelare in materia di concorrenza sleale.

Si trattava, nel caso di specie, dell’impiego, da parte di un concorrente, di talune immagini in realtà di proprietà della ricorrente, della quale veniva riprodotto il marchio e perfino l’indirizzo.

Concorrenza sleale ed inibitoria: il contenuto del provvedimento

Il Tribunale ha ritenuto che “la documentazione versata in atti da parte ricorrente sembra confermare, allo stato, l’effettivo utilizzo, da parte della società resistente, di immagini pubblicitarie appartenenti alla xxx …. dalla documentazione prodotta in atti si desume l’incontestabile abusivo utilizzo, sul sito riconducibile alla yyy, delle ricevute riportanti il marchio e addirittura la sede e l’indirizzo della società stessa“.

Quanto, poi, al periculum in mora, il Tribunale ha ritenuto che “proprio in ragione della massima diffusività dell’illecito posto in essere dalla resistente, derivante dall’utilizzo, via web, delle immagini abusivamente acquisite, non può che confermarsi il concreto pericolo del pregiudizio in danno della xxx, anche nella forma dello sviamento di clientela. Inoltre, il perdurare nel tempo della riferita condotta sleale, massimamente amplificata dall’utilizzo dei riferiti strumenti informatici, accresce di giorno in giorno la temuta perdita di clientela, l’ipotizzata lesione all’immagine della società ricorrente, difficilmente quantificabili e ristorabili ex post“.

Le conseguenze del legame tra concorrenza sleale ed inibitoria cautelare, pertanto, nel caso di specie, conducevano il Tribunale ad una valutazione di sicura illiceità della fattispecie in esame.

Sulla base di tali considerazioni, pertanto il Tribunale di Napoli pronunciava inibitoria cautelare urgente in relazione ad ogni e qualsiasi impiego commerciale non autorizzato del marchio xxx e/o comunque l’impiego di immagini di prodotti recanti il marchio xxx e fissava in Euro 100,00 la somma da versarsi in favore di parte ricorrente per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del provvedimento nonché per ogni violazione contestata successivamente al presente provvedimento“.

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Sequestro del software – Provvedimenti cautelari confermati

Sequestro del software – Il Tribunale di Genova, con Ordinanza del 18 gennaio 2018 (Consulta il provvedimento), ha confermato il provvedimento precedentemente reso “inaudita altera parte” in materia di sequestro del software. Il Tribunale ha compiuto interessanti valutazioni sia in punto di “fumus boni iuris”, sia in punto di “periculum in mora”.

Sotto il profilo del fumus boni iuris, in particolare, il Tribunale ha avuto modo di statuire che “la controversia sulla proprietà emerge già dalla sola pendenza del giudizio arbitrale tra le parti, avente ad oggetto, tra l’altro, l’opzione invocata da parte resistente“.

Sotto il profilo del periculum in mora, poi, il destinatario della richiesta di sequestro, nell’intento di elidere tale elemento, aveva provveduto al deposito direttamente in sede di udienza dei c.d. codici sorgente del software oggetto di sequestro, proprio per scongiurare il sequestro del software stesso. Il Tribunale, tuttavia, ha ritenuto che “ciò non elimini il rischio che, a seguito del contestato esercizio del diritto di op<ione, venga fornita al pubblico e si diffonda sul mercato la notizia della titolarità del software in capo alla resistente, con un pregiudizio di parte ricorrente difficilmente quantificabile“.

Tutto ciò, a parere del Tribunale, “è sufficiente per rendere ‘opportuna’ la misura cautelare richiesta, anche alla luce dell’orientamento della giurisprudenza già citata nel decreto (v. Cass. n. 854 del 12/2/1982)“.

Di estremo interesse, poi, il richiamo, da parte del Tribunale, alla regola del c.d. bilanciamento dei pregiudizi di cui all’art. 2378, co. 4, c.c., principio che, secondo il Tribunale, nel caso di specie sarebbe stato ampiamente rispettato poiché “il decreto di sequestro del 28/12/2017 non preclude, in concreto, l’ordinaria attività di commercializzazione del software da parte della resistente” e che, in particolare, sarebbe anche espressione di un principio generale che dovrebbe ispirare l’ordinamento, e sulla base del quale valutare il provvedimento emesso, che, nella specie, “consente la salvaguardia dell’interesse della ricorrente con minimo sacrificio della resistente

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Franchising e riduzione del rischio d’impresa

Franchising: la Corte di Cassazione si pronuncia nuovamente in materia di causa del contratto di franchising in data 21 dicembre 2017 con l’Ordinanza n. 30671, confermando l’orientamento precedentemente espresso da Cass., n. 647/2007, e statuendo espressamente che “con il contratto di affiliazione commerciale (o “franchising“) un produttore o rivenditore di beni od offerente di servizi (“franchisor”), al fine di allargare il proprio giro commerciale e di aumentare le proprie capacità di penetrazione nel mercato, creando una rete di distribuzione senza dover intervenire direttamente nelle realtà locali, concede, verso corrispettivo, di entrare a far parte della propria catena di produzione o rivendita di beni o di offerta di servizi ad un autonomo ed indipendente distributore (“franchisee”), che, con l’utilizzarne il marchio e nel giovarsi del suo prestigio, ha modo di intraprendere un’attività commerciale e di inserirsi nel mercato con riduzione del rischio“.

In questo modo, la Corte di Cassazione sembra confermare che la riduzione del rischio di impresa si inserisca nel sinallagma contrattuale, costituendone elemento essenziale. Detto in altre parole: laddove la affiliazione determini, per l’affiliato, non una riduzione del rischio, bensì, per le ragioni più varie, un aggravamento, ciò non potrebbe non generare riflessi significativi sulla “tenuta” complessiva del meccanismo contrattuale.

Riduzione del rischio: se è assente, il contratto è inadempiuto o invalido?

Occorrerà, poi, verificare, in quale misura debba affermarsi detta incidenza: se, in altri termini, l’aumento del rischio di impresa per l’affiliato a seguito dell’affiliazione determini inadempimento ad un contratto la cui validità intrinseca non viene messa in discussione. O se, invece, l’aggravamento del rischio imprenditoriale debba condurre a valutazioni più incisive, riguardanti anche la stessa validità del contratto, che potrebbe divenire un contratto nullo per difetto di perseguimento di un interesse meritevole di tutela.

La seconda soluzione, pur con taluni distinguo da analizzare in altra sede (qui qualche approfondimento) sembrerebbe invero quella più plausibile, a voler seguire la lettera dei suindicati pronunciamenti della Corte di Cassazione. La quale, nel provvedimento indicato, e nel precedente arresto 647/2007, inserisce espressamente la “riduzione del rischio” nell’ambito della causa del contratto di franchising.

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Sequestro del software

Sequestro del software – Nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio

Sequestro del software: il TRIBUNALE DI GENOVA si è pronunciato, in via provvisoria, con un decreto inaudita altera parte in materia di sequestro del software (trattasi di sequestro giudiziario ai sensi dell’art. 670 c.p.c.).

La vicenda riguarda un importante e delicato software gestionale, in relazione alla cui proprietà pende giudizio arbitrale. In pendenza di giudizio, l’utilizzatore ha ritenuto di avanzare pretese “operative” sulla proprietà del software, e il titolare originario ha proposto ricorso cautelare per sequestro del software. 

Il Tribunale, ovviamente in via provvisoria ed inaudita altera parte, ha ritenuto che “che è sufficiente, ai fini dell’opportunità richiesta dall’art. 670, n. 1, cod. proc. civ., che lo stato di fatto esistente in pendenza del giudizio comporti la mera possibilità, sia pure astratta, che si determinino situazioni tali da pregiudicare l’attuazione del diritto controverso; che nella specie è certamente possibile, quantomeno in astratto, che ricevuta la notifica del ricorso X disponga dei diritti che afferma di avere acquistato sulla licenza d’uso del software; che ciò renda anzi opportuna l’autorizzazione della misura inaudita altera parte; che, d’altra parte, la fissazione dell’udienza di discussione del ricorso in tempi brevi minimizzerà eventuali disagi per la parte convenuta; che pertanto il sequestro giudiziario richiesto possa essere autorizzato“. 

Nel contesto suindicato, peraltro, il Tribunale ha ritenuto di potere nominare quale custode, medio tempore, la stessa resistente X, “anche in considerazione degli obblighi gravanti sul custode, ex art. 676, 521 e 560 CPC“.

Alla luce delle considerazioni che precedono, dunque, il Tribunale ha autorizzato il sequestro del software a favore della ricorrente.

Si tratta, peraltro, di provvedimento il cui contenuto si pone in linea con altre e precedenti statuizioni giurisprudenziali (nel medesimo senso, infatti, anche Cass., n. 854 del 12 febbraio 1982, pronuncia presa in considerazione e citata anche dallo stesso decreto in commento), e ai fini della concessione del sequestro del software, valorizza il mero dato oggettivo e documentale della esistenza di una “controversia sulla proprietà o sul possesso” (come richiesto dall’art. 670, n. 1, c.p.c.).

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APPROFONDIMENTI SUL DIRITTO D’AUTORE

Concorrenza sleale parassitaria

Concorrenza sleale parassitaria: Il Tribunale di Venezia si è pronunciato con provvedimento del 4 gennaio 2018 sui presupposti per la concorrenza sleale parassitaria. Il Tribunale ha deciso in sede di reclamo presentato dal “concorrente sleale” avverso altro e precedente provvedimento ottenuto dallo Studio che inibiva la continuazione di attività slealmente concorrenziale proprio sotto il profilo della concorrenza parassitaria.

Il Tribunale, nel rigettare il reclamo proposto avverso il provvedimento di inibitoria precedente, ha formulato una serie di statuizioni interessanti sui presupposti per individuare la concorrenza sleale parassitaria. In particolare ha espressamente statuito in merito alla autonomia della concorrenza parassitaria dalla eventuale violazione di singole privative: “a rilevare, dunque, non è tanto il fatto che uno o più arredi di X assomiglino più o meno a quelli della Società Y e possano, quindi, essere tra loro confusi, ma bensì il fatto che vi sia sta una ripresa pedissequa e ad ampio raggio dei prodotti della reclamata, associata all’appropriarsi parassitariamente degli investimenti altrui compiuti nello studio e nelle ricerche di settore sui gusti e sulle scelte della clientela“.

Il Tribunale ha ritenuto sussistente la concorrenza sleale parassitaria poiché “le somiglianze tra gli arredi realizzati dalle parti riguardano un numero molto elevato di prodotti (almeno 6) e si estendono all’atmosfera di insieme creata da Y, la quale viene ripresa in maniera pedissequa da X“. Ed ancora, il Tribunale rileva che “a ciò si aggiunga che la produzione degli arredi sopra indicati e la ricerca della medesima atmosfera sono state realizzate in un unico contesto temporale, comportando la vera  e propria clonazione, di anno in anno, della produzione di Y“.

Soprattutto, il Tribunale rileva che “appare superflua ogni valutazione sulla capacità individualizzante e sulla novità dei prodotti, poiché la fattispecie esaminata ( la concorrenza parassitaria ) si applica anche nei casi di pluralità di condotte lecite senza che assumano rilievo, ai fini della sussistenza della condotta vietata, la confondibili dei prodotti nonché la novità e il carattere individualizzante degli stessi“.

In questo modo, prosegue il Tribunale, “la assunzione dei provvedimenti richiesti si appalesa come improcrastinabile, al fine di evitare uno sviamento della clientela in favore della società reclamante e ai danni della reclamata, la quale propone i propri arredi per farmacie ad un prezzo nettamente inferiore a quello praticato da Y“.

 

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Contraffazione del marchio e inibitoria cautelare

Contraffazione del marchio: il Tribunale di Firenze si pronunzia con uno dei primissimi provvedimenti del 2018 (l’Ordinanza in commento data infatti 3 gennaio 2018) in materia di contraffazione del marchio e inibitoria cautelare.

Contraffazione del marchio: la vicenda

La associazione X nel caso di specie agiva a tutela del proprio diritto all’utilizzo esclusivo del marchio, ed agiva, altresì, quale associazione di categoria, ai sensi dell’art. 2601 c.c., per ottenere la inibitoria del contegno lesivo dei diritti dei propri associati, ritenuti lesi dall’impiego, da parte di un imprenditore non associato, del marchio in questione.

La tutela ai sensi dell’art. 2601 c.c.

Il Tribunale di Firenze ha in primo luogo negato la tutela ai sensi dell’art. 2601 c.c.., sul presupposto che, non essendo l’associazione in un rapporto di concorrenza diretta con l’imprenditore ritenuto sleale, non sarebbe legittimata ad agire nei suoi confronti.

La tutela del marchio

Il Tribunale fiorentino ha invece riconosciuto la tutela contro la contraffazione del marchio, ritenendo che “dalla documentazione versata in atti emerge chiaramente come la resistente sia nella propria insegna, sia nella propria documentazione commerciale, utilizzi indebitamente il marchio registrato dalla ricorrente, in violazione dei diritti di proprietà industriale della medesima. 

Contraffazione del marchio e periculum in mora

Sotto il profilo del periculum in mora, il Giudice ha ritenuto che “la contraffazione del marchio comporta per la ricorrente un pregiudizio di difficile ristoro, determinato dall’attenuazione della forza distintiva del marchio registrato e della propria attività associativa, con conseguente potenziale danno all’immagine e svilimento degli investimenti economici effettuati con il fine di acquisire un vantaggio competitivo nel mercato di riferimento. 

Conclusioni

Alla luce di quanto sopra, pertanto, il Tribunale: 1) inibisce alla resistente l’utilizzo e la pubblicizzazione della denominazione e del marchio; 2) ordina l’immediata rimozione dell’insegna contenente la denominazione ed il marchio ed il ritiro dal commercio di tutto il materiale riportante segni simili o confondibili con il marchio dalla sede del resistente; 3) dispone il sequestro dell’insegna e del materiale di cui al punto che precede; 4) fissa la somma di euro 300,00 per ogni violazione o inosservanza alla disposta inibitoria; 5) ordina la pubblicazione del provvedimento per estratto a cura della ricorrente ed a spese della resistente su due quotidiani.

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APPROFONDIMENTI SULLA CONCORRENZA SLEALE

 

Abuso di dipendenza economica ed abuso di posizione dominante – Nuova Sentenza del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano si è pronunciato, in data 6 dicembre 2017, con una interessante  Sentenza in materia, tra l’altro, di differenza tra abuso di dipendenza economica ed abuso di posizione dominante. I due istituti sono effettivamente diversi, ma spesso confusi anche dagli operatori di settore. Il primo (abuso di dipendenza economica) è delineato dall’art. 9, L. 10 giugno 1998, n. 192. Il secondo (abuso di posizione dominante) attiene alla materia antitrust e viene recepito dalla L. 287/1990.

Quanto, nello specifico, all’abuso di posizione dominante, il Tribunale di Milano rileva, in primo luogo, che “per l’integrazione della fattispecie di abuso di posizione dominante, deve innanzitutto individuarsi il mercato rilevante, sia geografico che di prodotto, e quindi la specifica condotta di abuso perpetrata (artt. 2 e 3 L. 287/1990 e artt. 101 e 102 TFEU)“.

Ma la Sentenza in commento è utilissima in quanto fornisce una serie di principi generali applicabili al di fuori del caso concreto.

Continua, infatti, il Tribunale, rilevando che “nel caso in esame la fattispecie in concreto sottoposta al vaglio del Tribunale, per come è emersa successivamente all’integrazione dell’atto introduttivo ex art. 164 c.p.c., è da qualificare non ‘antitrust’ per abuso di posizione dominante, ma responsabilità per violazione del contratto di franchising e per abuso di dipendenza economica“.

Ed ancora, sulla differenza tra abuso di dipendenza economica ed abuso di posizione dominante, il Tribunale rileva che “mentre l’abuso di posizione dominante, rilevante per integrare la fattispecie antitrust, comporta la necessità di individuare anzitutto il mercato rilevante, l’abuso di dipendenza economica attribuisce rilievo non alla posizione dominante di un’impresa sul mercato, ma all’abuso e allo squilibrio delle imprese nell’ambito di un rapporto negoziale… Non è decisivo, invece, che l’abuso di dipendenza economico sia previsto dal legislatore espressamente con riguardo solo alla fattispecie della subfornitura nelle attività produttive, poiché, per giurisprudenza costante, esso rappresenta un principio generale“.

Per il Tribunale, insomma, “mentre le norme antitrust sono disposizioni generali dirette a tutelare il processo concorrenziale in relazione all’assetto di mercato, la norma relativa alla dipendenza economica, prevista nella disciplina della subfornitura nelle attività produttive, costituisce una regola inerente alla disciplina dei rapporti contrattuali fra le parti, con finalità che possono prescindere dalla loro incidenza sui meccanismi concorrenziali“.

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Approfondimenti sull’abuso di dipendenza economica

 

Approfondimenti in materia antitrust

Diritto d’autore ed industrial design – Nuova Sentenza del Tribunale di Milano

Diritto d’autore ed industrial design: il TRIBUNALE DI MILANO si è pronunciato con una recentissima Sentenza (estensore dott.ssa Silvia Giani) in materia di tutelabilità del prodotto di industrial design anche mediante la disciplina del diritto d’autore.

La fattispecie decisa dal Tribunale di Milano coinvolgeva in realtà altri aspetti: si trattava, in particolare, della asserita contraffazione di prodotti d’arredo (nella specie poltrone), che avrebbe concretato imitazione servile illecita ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c.. L’imitazione servile veniva ravvisata, nella sentenza in esame, ma la stessa ha altresì’ trattato nello specifico il peculiare tema della possibilità di tutelare il prodotto di design industriale anche mediante la disciplina del diritto d’autore.

Il rapporto tra diritto d’autore ed industrial design

Il Tribunale di Milano, dunque, coglie l’occasione per tracciare il perimetro della tutelabilità dell’industrial design. Rileva, il Tribunale, che “sebbene il valore artistico richiesto per la proteggibilità dell’opera di industrial design non sia più escluso dal carattere industriale della produzione, esso deve essere ricavato da criteri oggettivi, quali il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, circa la sussistenza di qualità artistiche, che consentano di attribuire al bene un valore ed un significato che trascende quello della sua stretta funzionalità, l’esposizione in mostre e musei, la pubblicazione su riviste specializzate a carattere scientifico e non meramente commerciale, l’attribuzione di premi, la vendita sul mercato artistico o comunque il raggiungimento da parte del bene di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità. In altre parole, ai fini del riconoscimento delle qualità artistiche dell’opera del design industriale, è necessario che l’opera sia apprezzata non nel contesto ordinario in cui essa è abitualmente commercializzata o semplicemente esposta (fiere di settore, concorsi per designer), ma generi interesse e apprezzamento da parte degli ambienti culturali in senso lato, come ad esempio i critici d’arte, le riviste d’arte, i musei e le esposizioni artistiche”

Specifica, inoltre, il Tribunale, che “l’onere della prova della sussistenza dei requisiti per la tutela autorale del disegno industriale e quindi, in particolare, del valore artistico, incombe sulla parte che invoca la detta protezione del diritto d’autore“.

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Concorrenza sleale per imitazione servile – Nuova Ordinanza del Tribunale di Venezia

Nuova Ordinanza del TRIBUNALE DI VENEZIA in materia di concorrenza sleale per imitazione servile. I Giudici veneziani si sono pronunciati, in sede di reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., su una fattispecie imitativa di arredi per farmacia, a seguito della impugnazione, da parte della reclamante, di una precedente ordinanza cautelare di inibitoria alla commercializzazione ex art. 700 c.p.c.. L’ordinanza cautelare impugnata, in particolare, inibiva alla allora resistente, ed oggi reclamante, la commercializzazione di svariate linee di arredi per farmacia, sul presupposto della natura contraffattoria ed imitativa non solo delle menzionate linee di arredo, ma, più complessivamente, delle “idee” poste alla base della realizzazione delle stesse, e delle “atmosfere” che attraverso di esse l’impresa allora ricorrente intendeva creare.

Concorrenza sleale per imitazione servile: le statuizioni del Tribunale

Il Collegio ha ritenuto sussistente la concorrenza sleale per imitazione servile, fra l’altro, poiché “parte reclamante si è limitata ad allegare l’asserita esistenza di elementi di generica differenziazione tra la “xxx” circolare e i retro banchi a quadri, peraltro senza neppure supportare l’allegazione con una produzione fotografica comparativa dei prodotti”… 

Rilevava, ancora, il Tribunale di Venezia, che “né assumono rilievo le generiche doglianze svolte dalla reclamante in relazione ai singoli prodotti, ovvero all’asserita mancanza did istintività degli arredi per farmacia, tenuto conto che il provvedimento impugnato risulta fondato non solo sul rilievo di singole condotte contraffattive, ma altresì sul rilievo della ravvisata sussistenza di un comportamento concorrenzialmente scorretto, anche a prescindere dalla violazione e contraffazione di privative industriali, consistente nell’attività parassitaria  e comunque non conforme ai principi di correttezza professionale“.

Concorrenza sleale per imitazione servile: le conclusioni

In buona sostanza, ed in sintesi, il Tribunale riteneva sussistenza la concorrenza sleale per imitazione servile non in relazione al singolo prodotto contestato ed oggetto di contraffazione, bensì alla complessiva attività ed alle complessive “atmosfere” create dalla reclamata.

Concludeva, il Tribunale, rigettando integralmente il reclamo e per l’effetto confermando integralmente l’ordinanza del 30 giugno 2017.

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