Diffamazione su Facebook – Nuova sentenza del Tribunale di Roma

Diffamazione su Facebook: il Tribunale di Roma si pronuncia con la sentenza dell’8 novembre 2018 in materia di diffamazione su Facebook, tracciando la linea di confine tra il “diritto di satira” e la tutela della reputazione.

Diffamazione su Facebook – La vicenda

Il procedimento veniva incardinato dall’attrice (nota chef italiana specializzata nel settore della panificazione), nei confronti di due soggetti amministratori di un gruppo Facebook, nel quale erano stati pubblicati dei post ritenuti “diffamatori” e “calunniosi” nei confronti dell’attrice. Si costituivano i convenuti contestando la riferibilià dei commenti all’attrice (mai citata esplicitamente) e comunque la natura satirica e goliardica dei messaggi pubblicati nel gruppo Facebook.

Il confine tra il diritto di satira e la tutela della reputazione

Con la Sentenza dell’ 8 novembre 2018 il Tribunale di Roma ha rilevato che “Nel caso in esame, difettano per i messaggi indicati i requisiti della chiara e univoca identificabilità dell’attrice”. Il Tribunale ha, inoltre, evidenziato il contenuto satirico dei messaggi oggetto di contestazione tracciando una linea di confine fra diritto di critica e diritto di satira. A tal riguardo evidenziava che “Come noto, il diritto di cronaca implica la descrizione di fatti che trovino un’effettiva corrispondenza nella realtà, mentre ciò che rileva in tale sede è il cd. diritto di critica e satira, volto a una manifestazione valutativa delle proprie opinioni ,che può richiedere anche toni forti o accentuati, volti a contrastare la tesi opposta, il diverso punto di vista di altro soggetto. Richiamava, poi, la Sentenza della Suprema Corte n. 21235/2013 a mente della quale: “la satira costituisce una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica, sicché, diversamente dalla cronaca, è sottratta all’obbligo di riferire fatti veri, in quanto esprime mediante il paradosso e la metafora surreale un giudizio ironico su un fatto, pur soggetta al limite della continenza e della funzionalità delle espressioni o immagini rispetto allo scopo di denuncia sociale o politica perseguito. Conseguentemente, nella formulazione del giudizio critico, possono essere utilizzate espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o comportamento preso di mira e non si risolvono in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore e della reputazione del soggetto interessato, non potendo invece, essere riconosciuta la scriminante di cui all’art. 51 c.p. nei casi di attribuzione di condotte illecite o moralmente disonorevoli, di accostamenti volgari o ripugnanti, di deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo della persona e ludibrio della sua immagine pubblica.

Conclusioni

Per tutti i motivi esposti, dunque, il tribunale respingeva le domande proposte dall’attrice, condannando la stessa ala pagamento delle spese processuali nei confronti delle parti convenute.

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Autonomia del franchisee: nuova sentenza della Cassazione

Autonomia del franchisee: la Corte Suprema di Cassazione si pronuncia con la Sentenza n. 29096 del 13 novembre 2018 in materia di autonomia del franchisee rispetto al franchisor.

L’orientamento già maturato presso la giurisprudenza di merito

Viene accreditandosi, in questo modo, l’orientamento della giurisprudenza di merito che si era già pronunciata in questo senso (segnatamente Trib. Bologna, 28 giugno 2016, per la quale “in mancanza -dell’autonomia, n.d.r.-, qualora si configuri di fatto, attraverso le specifiche previsioni negoziali adottate dai contraenti, una dipendenza dall’affiliante dell’attività e dell’operatività dell’impresa affiliata, viene meno lo “scopo pratico, la sintesi, cioè, degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare (c.d. causa concreta), quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato“.

Le statuizioni della Corte di Cassazione

La Sentenza n. 29096 del 13 novembre 2018 matura in ambito tributaristico (si trattava, infatti, della imputabilità alla impresa franchisor di imposte di pubblicità relative ad attività svolte dai franchisee). Ma contiene rilevanti implicazioni civilistiche proprio in materia di autonomia delle parti quale requisito obbligatorio del contratto di franchising, poiché afferma espressamente come “infatti un requisito imprescindibile del contratto di franchising è quello dell’indipendenza economica e giuridica dei soggetti contraenti così come riconosciuto dalla L. n. 129 del 2004, art. 1 che ha tipizzato i requisiti fondamentali di tale tipologia contrattuale“.

Il franchisor dunque è soggetto del tutto autonomo rispetto al franchisee e solo quest’ultimo deve considerarsi responsabile verso i terzi per quanto concerne l’esercizio della propria attività imprenditoriale, compresa l’esecuzione della pubblicità del marchio concesso in godimento“.

Conclusioni sull’indipendenza economica e giuridica del franchisee

A seguire il ragionamento (come si è visto, già sviluppato anche dalla giurisprudenza di merito in tempi recenti) della Corte di Cassazione, pertanto, va necessariamente esclusa l’autonomia e/o l’indipendenza economica e giuridica dei contraenti, con conseguente necessaria declaratoria di invalidità del contratto di franchising, in tutti quei casi nei quali, per effetto di previsioni negoziali o di prassi negoziale invalsa tra le parti, le stesse non godano – o non godano più – della indispensabile indipendenza giuridica e/o economica (si pensi al caso, pure recentemente trattato dalla giurisprudenza di merito, nel quale il franchisor finanzi il franchisee al fine di far sì che quest’ultimo possa effettuare pagamenti al primo).

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Garante privacy: “La fattura elettronica presenta gravi criticità

Fattura Elettronica – Dura presa di posizione del Garante Privacy nei confronti della fatturazione elettronica.

L’Autorità richiama  l’opportunità della preventiva consultazione da parte del Legislatore, che avrebbe consentito il contraddittorio in relazione alle esigenze di protezione dei dati personali poste dalla nuova disciplina.

Le criticità della fattura elettronica

Per l’Autorità, infatti, “In primo luogo, l’Agenzia delle Entrate, dopo aver recapitato le fatture in qualità di “postino” attraverso il sistema di interscambio (SDI) tra gli operatori economici e i contribuenti, archivierà e utilizzerà i dati anche a fini di controllo. Tuttavia non saranno archiviati solo i dati obbligatori a fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé informazioni di dettaglio ulteriori sui beni e servizi acquistati, come le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni (es. regolarità nei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti), o addirittura la descrizione delle prestazioni sanitarie o legali. Altre criticità derivano dalla scelta dell’Agenzia delle entrate di mettere a disposizione sul proprio portale, senza una richiesta dei consumatori, tutte le fatture in formato digitale, anche per chi preferirà comunque continuare a ricevere la fattura cartacea o digitale direttamente dal fornitore, come garantito dal legislatore

Ed inoltre, “Ulteriori problemi pone il ruolo assunto dagli intermediari delegabili dal contribuente per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture, alcuni dei quali operano anche nei confronti di una moltitudine di imprese, accentrando enormi masse di dati personali con un aumento dei rischi, non solo per la sicurezza delle informazioni, ma anche relativi a ulteriori usi impropri, grazie a possibili collegamenti e raffronti tra fatture di migliaia di operatori economici“.

Infine, “Anche le modalità di trasmissione attraverso lo SDI e gli ulteriori servizi offerti dall’Agenzia (come la conservazione dei dati) presentano criticità per quanto riguarda i profili di sicurezza, a partire dalla mancata cifratura della fattura elettronica, tanto più considerato l’utilizzo della PEC per lo scambio delle fatture, con la conseguente possibile memorizzazione dei documenti sui server di posta elettronica

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Cancellazione del protesto – nuova Ordinanza ottenuta dallo Studio

Cancellazione del protesto: la vicenda

Cancellazione del protesto: con ricorso ex art. 700 c.p.c. il ricorrente esponeva di aver subìto l’iscrizione nel registro dei protesti presso la Camera di Commercio per l’emissione di assegni senza l’autorizzazione del trattario. Assegni di cui contestava la sottoscrizione, che sarebbe risultata apocrifa  (anche sulla base di una già disposta CTU grafologica che confermava la natura apocrifa della stessa).

Ricorreva, quindi, nei confronti della Banca, rilevando l’inadempimento di questa ai doveri di diligenza “dell’accorto banchiere” e la cancellazione del proprio nominativo dal registro, con ogni necessario ordine a carico della Camera di Commercio, tenutaria del registro.

Le difese della Banca

La Banca si costituiva rilevando, tra l’altro, il difetto di potere in capo a sé di provvedere alla cancellazione, trattandosi di potestà configurata in capo alla Camera di Commercio.

Le valutazioni del Tribunale

Il Tribunale rilevava che:

  •  quanto alla questione di legittimazione, che “in linea generale l’attività della camera di commercio consiste in una mera operazione materiale di verifica della “regolarità dell’adempimento o della sussistenza della illegittimità o dell’errore del protesto”, mentre le contestazioni circa la nullità deltitolo di credito e/o inesistenza del rapporto sottostante come nel caso di specie, involgono la responsabilità della banca convenuta e l’interpretazione costituzionalmente orientata consente al Giudice ordinario di emettere in sede cautelare e di merito ogni eventuale provvedimento“;
  • quanto alla giurisdizione, che “la domanda volta ad ottenere il divieto di pubblicazione sul bollettino ufficiale della Camera di commercio di un protesto già elevato rientra nella giurisdizione del giudice ordinario“;
  • quanto all’impiego del procedimento ex art. 700 c.p.c., che esso “conserva la sua funzione sussidiaria, non costituendo la possibilità del ricorso al Presidente della Camera di commercio un strumento giurisdizionale autonomo in grado di tutelare nelle medesime forme di urgenza e stabilità il diritto del ricorrente alla sospensione della pubblicazione nel bollettino dei protesti, tanto a maggior ragione nelle ipotesi in cui da un lato si tratta di dichiarazione di illegittimità o erroneità del protesto di assegni bancari e non di titoli cambiari, e dall’altro di contestazioni circa la nullità del titolo di credito e/o inesistenza del rapporto sottostante e non di ipotesi che non rientrano propriamente nei vizi del protesto in sé (illegittimità o errore nel protesto)“.

Conclusioni

Per i motivi esposti, dunque, il Tribunale di Venezia, “ORDINA la cancellazione dal registro informati dei protesti del nominativo del ricorrente, da svolgersi a cura degli uffici competenti della Camera di Commercio“.

 

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b)

AGCM sanziona per 500.000 euro operatore nel settore energia

Sanzione AGCM da 500.000 euro: l’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato commina una sanzione di euro 500.000 complessivi ad un operatore del settore energia.

Sanzione AGCM – gli addebiti

L’AGCM ha contestato ad una Società operante nel settore energia, ai fini dell’applicazione di una sanzione AGCM, tre distinte condotte assunte come “scorrette”:

  • l’attivazione di contratti di fornitura di energia elettrica in assenza di un valido consenso del consumatore, ed il prelievo dai conti correnti dei  consumatori, in assenza di espressa autorizzazione, della somma di euro 130,00;
  • l’utilizzo improprio di dati ed informazioni tecniche, personali e finanziarie dei consumatori;
  • l’opposizione di ostacoli all’esercizio dei diritti contrattuali dei consumatori.

Le difese svolte dall’operatore

In estrema sintesi, l’operatore rappresentava non solo di avere, sostanzialmente, “appaltato” il servizio commerciale e di acquisizione della clientela a società terze specializzate in tale attività, ma altresì che dette società avrebbero omesso di informare l’operatore dei numerosi reclami ricevuti dai consumatori coinvolti. Rilevava, inoltre, di avere provveduto ad effettuare rimborsi ai consumatori stessi anche oltre i limiti di quanto contrattualmente convenuto.

Le valutazioni dell’AGCM

A parere dell’AGCM, “i documenti dimostrano che l’operatore ha sfruttato l’asimmetria informativa che caratterizza il settore interessato, inducendo i consumatori a credere che l’offerta provenisse dal loro stesso fornitore di energia elettrica e avesse ad oggetto una semplice riduzione del costo dell’energia. Le informazioni fornite hanno, dunque, indotto i consumatori ad accettare l’offerta, ignari di fornire il consenso all’attivazione di un contratto di fornitura elettrica con un nuovo operatore del mercato. Dalle evidenze documentali emerge, infatti, che gli operatori del call center, nel presentare l’offerta, non chiarivano che l’operatore era la società con la quale il consumatore avrebbe stipulato un nuovo contratto di fornitura, anzi, confondevano appositamente il cliente sul fatto che la “distribuzione” sarebbe stata effettuata in ogni caso da altra società, lasciando intendere che tale società – deputata alla gestione della rete – fosse la stessa società di fornitura dell’energia elettrica, con la quale il consumatore aveva precedentemente stipulato il contratto“.

La sanzione

Alla luce di tali premesse, pertanto, l’AGCM:

inibiva all’operatore la continuazione delle pratiche ritenute “scorrette”;

comminava altresì la sanzione (complessivamente per le singole violazioni accertate) di euro 500.000.

La sanzione NON è definitiva ed il provvedimento è impugnabile avanti il TAR Lazio.

Consulta il Bollettino AGCM, pagg. 44 e ss.

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Segreto aziendale e concorrenza sleale – Nuova Sentenza ottenuta dallo Studio

Segreto aziendale – Il valore della lista clienti di un’impresa

Segreto aziendale: la Corte d’Appello di Bologna si pronuncia con una nuova e recentissima Sentenza (si tratta della n. 2690/2018 del 24 ottobre 2018) in materia di risoluzione di un rapporto di collaborazione a causa dell’inadempimento, da parte del collaboratore, dei doveri di buona fede e correttezza nei confronti dell’azienda committente

Leggi la Sentenza

 

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La vicenda

La Sentenza in commento, della Corte d’Appello di Bologna conferma la precedente Sentenza del Tribunale di Bologna, la quale aveva dichiarato illegittimo il contegno del collaboratore che, intendendo avviare in proprio un’attività di impresa, aveva sottratto all’azienda committente taluni materiali (liste clienti con i nominativi dei dirigenti delle aziende clienti, etc.) che l’azienda riteneva “riservati” ai sensi degli arti. 98 e 99 CPI.

Le valutazioni della Corte d’Appello di Bologna

A parere della Corte d’Appello di Bologna “i testi, nelle qualità di legali rappresentanti delle rispettive società, hanno confermato di essere stati contattati dalla dott.ssa X, che aveva loro richiesto se erano interessati a lavorare con lei in Serbia, poiché non lavorava più con la Y… Tali comportamenti, valutati unitamente alla sottrazione della documentazione, comprendente fra l’altro le liste di clienti, le offerte personalizzate e materiale vario relativo proprio alla clientela acquisita faticosamente e progressivamente nel tempo dalla Società Y hanno legittimato, secondo il Tribunale, la risoluzione… Si conviene con la difesa della Società appellata là dove afferma che, nell’ambito della documentazione sottratta, vi sono le liste di clienti, con acclusi i riferimenti personali dei legali rappresentanti e dei responsabili aziendali diretti, di vitale importanza in quanto raccolte e ‘costruite’ progressivamente nel tempo attraverso lo sforzo aziendale della società Y, documenti ed elenchi impossibili da ottenere se non sottraendoli dagli archivi di una determinata società“.

La valenza di vero e proprio “segreto aziendale” delle informazioni riservate

Prosegue, poi, la Corte d’Appello: “Non meno condivisibile è l’affermazione per cui le c.d. offerte tecniche sottratte costituiscono un vero e proprio segreto aziendale in quanto base tecnico-commerciale non ottenibile se non dall’interno dell’0rganizzazione aziendale della Società Y…. Proprio l’appropriazione delle offerte commerciali ai clienti, che erano assolutamente personalizzate, avrebbe potuto consentire alla Dott.ssa X di effettuare un incrocio tra i vari dati e di conseguire risultati economici dal punto di vista commerciale. Di qui la vitale importanza del materiale documentale trasferito. In tutti i casi, la grande mole di documentazione sottratta può essere considerata un vero e proprio archivio storico della società, e quindi know how ventennale di rilevanza strategica essenziale nel contesto di qualsiasi impresa commerciale“.

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Legge 192 del 1998 –  Abuso di dipendenza economica – Tutela solo per l’imprenditore “indifeso”: non per l’imprenditore “inesperto” o “disinformato”

Il caso

Il Tribunale di Roma si pronuncia in materia di abuso di dipendenza economica ai sensi dell’art. 9, Legge 192 del 1998, con una interessante Sentenza del 10 ottobre 2018.

L’abuso di dipendenza economica: cos’è e a quali rapporti si applica

L’abuso di dipendenza economica è fattispecie espressamente prevista dall’art. 9, Legge 192 del 1998, secondo il quale “1. È vietato l’abuso da parte di una o più imprese dello stato di dipendenza economica nel quale si trova, nei suoi o nei loro riguardi, una impresa cliente o fornitrice. Si considera dipendenza economica la situazione in cui un’impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi. La dipendenza economica è valutata tenendo conto anche della reale possibilità per la parte che abbia subito l’abuso di reperire sul mercato alternative soddisfacenti. 2. L’abuso può anche consistere nel rifiuto di vendere o nel rifiuto di comprare, nella imposizione di condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose o discriminatorie, nella interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto. 3. Il patto attraverso il quale si realizzi l’abuso di dipendenza economica è nullo“.

La norma è stata introdotta nell’ambito delle subforniture industriali, ma per consolidato orientamento giurisprudenziale è ormai ritenuta applicabile all’intera gamma dei rapporti tra imprese (è opinione sostanzialmente comune che essa sia espressione di un generale divieto di “abuso del diritto”).

Abuso di dipendenza economica: i presupposti

Per il Tribunale di Roma nella Sentenza in commento, “La fattispecie necessita sia della “dipendenza economica”, vale a dire di una situazione economica in cui un soggetto si trova, avendo effettuato investimenti specifici per adeguarsi al sistema di produzione dell’altro contraente, a dover contrattare con una parte che, nei suoi confronti, si presenta come monopolista o quasi monopolista, con un suo conseguente minor potere contrattuale (ed incapacità di imporre all’altro condizioni economiche eccessivamente gravose a suo esclusivo vantaggio), sia del suo abuso, con la conseguente presenza di un contratto fortemente squilibrato“.

Imprenditore “indifeso” sì, imprenditore “inesperto” no

Ed è valutando i presupposti applicativi della disciplina che il Tribunale capitolino giunge alla statuizione più interessante, limitando l’ambito di tutela della disciplina in materia di abuso di dipendenza economica: “Il legislatore – attraverso l’art. 9 Legge 192 del 1998 – non si propone di tutelare l’imprenditore “inesperto” o disinformato (come avviene invece nel caso del consumatore), ma solo quello “indifeso”, perché sottoposto all’abuso dell’altro imprenditore munito di maggiore potere contrattuale nei suoi confronti. In effetti, la dipendenza economica comporta che il subfornitore (o l’affiliato), per adeguarsi al particolare sistema di produzione (o di distribuzione) dell’impresa cliente o fornitrice, effettua investimenti specialistici e acquista conoscenze, caratterizzati dal poter essere usati esclusivamente nei rapporti con quell’unico partner commerciale e dal non essere facilmente reinvestibili in un altro futuro ed eventuale rapporto, così da perdere, ai sensi dell’art. 9 L. n. 192 del 1998, soddisfacenti alternative sul mercato. L’art. 9 della Legge 192 del 1998 non è norma di carattere eccezionale, in quanto derogatoria rispetto al principio dell’autonomia negoziale, ma è espressione dei principi di buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.) e correttezza nei rapporti tra imprenditori ed è anche un corollario del generale principio del divieto di abuso del diritto, ravvisabile in tutte quelle ipotesi nelle quali l’esercizio di un diritto, pur previsto dal contratto, avvenga “secondo connotati del tutto imprevisti ed arbitrari” ed al solo scopo di recare danno all’altra parte e non secondo modalità e tempi rispondenti ad un interesse del titolare meritevole di tutela (Cass. n. 9321/2000)“.

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Sanzione AGCM: sanzionato un produttore di “the antiparassitario”

Sanzione AGCM: l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha emesso, in data 12 novembre 2018, un Provvedimento in materia di pratiche commerciali scorrette, sanzionando un produttore di the del quale venivano reclamizzate asserite “capacità antiparassitarie”.

La condotta contestata

La condotta contestata ai fini della eventuale applicazione della sanzione AGCM consisteva nella promozione ingannevole su un sito internet di un tè “antiparassitario”, che veniva pubblicizzato come un prodotto in grado di “prevenire e contrastare infezioni parassitarie e, dall’altro, migliorare la complessiva funzionalità dell’organismo.La condotta veniva contestata nei confronti del produttore, nonché di una società di “Advertising” che si occupa principalmente di inserzioni pubblicitarie su siti internet.

Le difese svolte dagli operatori

Da parte del produttore, al fine di prevenire l’applicazione della sanzione AGCM, non perveniva alcuna memoria difensiva. Presentava, invece, memoria difensiva il secondo dei due professionisti. La condotta di tale società si basava, sostanzialmente, sul ruolo dalla stessa svolto, che sarebbe consistito in quello di mero “inserzionista pubblicitario”. Sosteneva, inoltre, la Società come la stessa non avesse mai avuto contatti con il produttore, avendo svolto solamente funzione di intermediario fra lo stesso e la piattaforma che sponsorizzava il prodotto. In questo senso, secondo la Società, avrebbero dovuto trovare applicazione la Direttiva CE n. 2000/21 in materia di commercio elettronico e l’art. 17 del D.I. n. 70/2003 che regola l’attività degli intermediari della comunicazione. Tale disciplina avrebbe permesso di esonerare da responsabilità coloro che si limitano a prestare servizi di intermediazione non gravando sugli stessi “alcun obbligo di controllo o di sorveglianza dei contenuti delle informazioni che trasmette o memorizza”.

Le conclusioni dell’Autorità

Per l’Autorità “Il professionista ha preso parte alla realizzazione della pratica in esame traendone anche uno specifico e diretto vantaggio economico”. Riteneva, pertanto, l’Autorità, che il Professionista fosse responsabile della violazione ai sensi dell’art. 18 del codice del Consumo. Quanto specificamente alla pratica scorretta contestata, l’Autorità rilevava come le affermazioni utilizzate nel messaggio pubblicitario “sono idonee ad indurre nei consumatori l’erroneo convincimento che il prodotto abbia proprietà terapeutiche che, in realtà, non possono essere vantate dal produttore” e come l’ingannevolezza della vantata efficacia curativa del prodotto fosse rafforzata “dall’enfasi posta in relazione ai vanti prestazionali del prodotto. Tali claims pubblicitari sarebbero quindi contrastanti con l’art. 7 del Regolamento UE n. 1169/2011 con riferimento particolare “sia alle caratteristiche di tale prodotto alimentare sia all’attribuzione a tale prodotto di effetti di natura terapeutica.

La sanzione AGCM

Nell’irrogazione delle sanzioni, l’Autorità ha tenuto conto della particolare diffusione del messaggio pubblicitario nella rete internet e della natura salutistica del claim pubblicitario. Ha differenziato poi la sanzione sulla base della considerazione secondo cui, mentre al produttore sarebbe ascrivibile la creazione e la diffusione del claim pubblicitario, alla società di inserzione pubblicitaria sarebbe ascrivibile l’aver contribuito alla diffusione del messaggio pubblicitario. Tenuto conto di ciò, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha irrogato una sanzione pari ad Euro 20.000,00 nei confronti del produttore ed una sanzione pari al minimo edittale, e quindi ad Euro 5.000,00 nei confronti della Società di intermediazione.

Deve darsi atto che tale provvedimento NON è definitivo e potrà essere impugnato avanti il TAR Lazio entro 60 giorni dalla notificazione.

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Pubblicità ingannevole – Nuovo provvedimento dell’AGCM

Pubblicità ingannevole

Pubblicità ingannevole: l’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha emesso, in data 12 novembre 2018, un PROVVEDIMENTO in materia di pratiche commerciali scorrette.

La condotta contestata

All’operatore veniva contestato il fatto che, attraverso gli operatori di call center ed il sito internet, avrebbe diffuso affermazioni di appartenenza al programma “Google Partner” e sostenuto di avere la relativa certificazione, lasciando erroneamente intendere di essere legata da un rapporto di partnership con Google. Tuttavia, l’operatore non sarebbe risultato incluso tra i soggetti iscritti al programma che avevano ottenuto la certificazione del motore di ricerca.

Le difese dell’operatore

 Nel merito, poi, osservava che “diversamente da quanto prospettato telefonicamente e nel sito internet, la documentazione in atti dimostra che, al momento dell’avvio dell’istruttoria il professionista non rientrava tra i soggetti qualificabili come ‘Google Partner’ in quanto priva della relativa certificazione che, per stessa ammissione della società, sarebbe stata ottenuta nelle more istruttorieNè la locuzione ‘iscritti al programma Google Partner’ chiarisce la reale qualifica del professionista, in quanto il destinatario della comunicazione non è in grado di distinguere la differenza tra ‘iscritto’ al programma, in attesa della certificazione, e ‘Google Partner’ effettivo, in quanto tale approvato da Google“.

Le conclusioni dell’Autorità

Sulla base di quanto sopra, pertanto, l’Autorità rilevava che l’operatore, “omettendo o riportando in maniera ingannevole e non veritiera informazioni rilevanti circa la propria qualifica quale ‘Google Partner’ e le caratteristiche e le condizioni economiche del servizio offerto, confuso con quello ‘Google my Business’ ha indotto in errore i destinatari delle proprie comunicazioni commerciali, inducendoli ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbero altrimenti preso“.

La sanzione

Nella determinazione della sanzione, l’Autorità ha valutato che la “pratica posta in essere dal professionista era caratterizzata da significative carenze informative in ordine all’attività svolta e al conseguimento di una indimostrata certificazione rilasciata da uno dei maggiori attori, come Google, operanti sulla rete Internet, in mercati che risultano in rapido sviluppo e ad alto contenuto tecnologico. Si sottolinea altresì, il fatto che la condotta contestata ha avuto ampia diffusione. Si osserva, inoltre, la particolare asimmetria informativa esistente tra il professionista e i soggetti a cui sono state rivolte le comunicazioni oggetto del presente provvedimento… Si deve infine tener conto del rilevante pregiudizio economico subìto da coloro che sono stati raggiunti dalle comunicazioni e che poi hanno aderito al servizio… Sulla base di tali elementi si ritiene di determinare l’importo della sanzione pecuniaria applicabile nella misura di 150.000 €“.

Deve darsi atto della circostanza che detto provvedimento NON è definitivo ed è impugnabile avanti il Tar Lazio entro 60 giorni dalla notificazione.

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Vendita sottocosto: “L’unico originale ad un prezzo più basso

Il Tribunale di Milano in materia di concorrenza sleale scorretta e vendita sottocosto

Vendita sottocosto e slealtà concorrenziale: nuova Ordinanza del Tribunale di Milano in materia di slealtà concorrenziale ai sensi dei nn. 2 e 3 dell’art. 2598 c.c..

La vicenda

La Società X aveva annunciato e presentato al mercato taluni prodotti, qualificandoli espressamente come “L’ORIGINALE“, e ciò nonostante solo pochi mesi prima la Società Y avesse commercializzato, con un certo successo di vendite, prodotti della stessa natura e destinati al medesimo pubblico di riferimento.

Il Tribunale aveva riscontrato, fra l’altro, che “l’immissione sul mercato dei prodotti  e la somiglianza delle iniziative commerciali a quelle della ricorrente, hanno comportato da parte del pubblico di riferimento un intenso confronto, con richiami espressi alla identità/somiglianza sia dei prodotti che del confezionamento (si vedano, tra le risposte provenienti dalla resistente ai commenti sui social network, le seguenti: “okkio a non sbagliare prodotto. L’Originale xxxxx è l’unica Pasta che ha tutti i colori profumati. E scusa se è poco ma è xxxx“ o ancora “ Okkio che vi diano l’Originale xxxxx”). Tale confronto, generato dalla stessa resistente per la ripresa da parte sua di elementi comuni al prodotto della ricorrente, è stato sfruttato dalla resistente, dopo gli investimenti effettuati da Y, assicurandosi il motivo di preferenza con i messaggi promozionali che attribuivano al suo prodotto il carattere dell’ Unico Originale”.

In tale contesto, la resistente X aveva anche  annunciato, attraverso una comunicazione del suo distributore, l’ imminente uscita sul mercato della pubblicazione del prodotto “xxxx”, accompagnandola con la seguente comunicazione promozionale: “PERCHÉ SPENDERE DI PIÙ PER UNA PASTA???! LE PASTE xxxx A UN PREZZO IRRESISTIBILE, SOLO EURO 1,99!”.

Vendita sottocosto: le valutazioni del Tribunale

Per il Tribunale, “Tenuto conto dell’articolato contesto fattuale nel quale s’inserisce, la menzionata comunicazione promozionale, in uno con l’ ingente riduzione del prezzo, palesano atti di concorrenza sleale ex art. 2598 n 2 e n 3 c., in quanto:

1) rappresentano un’implicita comparazione, volta a denigrare il concorrente, uscito per primo sul mercato con il medesimo prodotto, con il quale, come è stato documentato e riconosciuto anche dalla resistente, l’immissione sul mercato dei prodotti xxxx e la somiglianza delle iniziative commerciali a quelle della ricorrente hanno comportato da parte del pubblico di riferimento un intenso confronto, con richiami espressi alla identità/somiglianza sia dei prodotti che del confezionamento.

2) Tali messaggi manifestano, altresì, la volontà della resistente, tenuto conto della sua posizione di forza, di monopolizzare il mercato, anche in considerazione della rilevantissima e incisiva riduzione del prezzo, pari a circa la metà del prezzo finale (euro 3,50), che era già stato definito dalla stessa resistente, nei precedenti messaggi pubblicitari, un “prezzo imbattibile” 

L’ingente abbassamento del prezzo del prodotto, nonostante si partisse da un prezzo base, definito proprio dalla resistente, “eccezionale”, pare realizzare un caso di “vendita sottocosto” o di vendita non remunerativa, tenendo presente il costo medio del prodotto per la ricorrente e gli altri imprenditori e considerata ogni voce di costo.  Esso è comunque senz’altro un abbattimento notevole, la cui illiceità va considerata, non conriguardo al singolo atto isolatamente, ma unitariamente all’intera manovra sopra descritta, palesante un’evidente volontà di eliminazione dal mercato dell’impresa concorrente.

Ogni condotta di prezzo non remunerativo è, comunque, per sua natura ontologicamente caratterizzato da due fasi: la prima fase di tale politica consiste nell’abbassare i prezzi finoad escludere dal mercato i concorrenti; la seconda nell’innalzarli, recuperando l’eventualeperdita e approfittando dei profitti di monopolio.

Inoltre, e soprattutto, nel caso di specie, vanno considerati, oltre alla situazione di mercato e alla posizione di forza economica della resistente, lo sviluppo diacronico degli atti posti in essere dalla resistente e, quindi, l’unitarietà della manovra realizzata e già più volte descritta“.

Per tali motivi, il Tribunale di Milano, con valutazione ampiamente condivisibile anche sulla base della giurisprudenza precedentemente intervenuta sulla materia della vendita sottocosto, confermava il precedente decreto cautelare di inibitoria delle comunicazioni meglio indicate sopra.

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