Calunnia ai danni dell’Avvocato: nuova Sentenza del Tribunale di Roma

Calunnia ai danni dell’Avvocato

Il Tribunale di Roma si è pronunziato con la Sentenza n. 11536 del 7 giugno 2017, statuendo alcuni importanti princìpi in materia di conseguenze di una calunnia operata ai danni di un Avvocato.

Le parti di un giudizio avevano attribuito ad un Avvocato i reati di patrocinio infedele, abuso di foglio firmato in bianco ed autentica di firma falsa. Tali accuse si erano rivelate false e calunniose in un giudizio penale, tanto che gli originari denunzianti avevano prestato il consenso all’applicazione della pena nella misura di anni 1 di reclusione.

Il Tribunale di Roma ha avuto modo di statuire che “l’esercizio del diritto di difesa non è assoluto, ma incontra un limite in quello altrui, di pari rango, a non essere ingiustamente incolpato di un reato pur essendo innocente. Ricorrono invero gli estremi del reato di calunnia quando l’imputato, travalicando il rigoroso rapporto funzionale tra la sua condotta e la confutazione dell’imputazione, non si limiti a ribadire la insussistenza delle accuse a suo carico, ma assuma ulteriori iniziative dirette a coinvolgere altri, di cui conosce l’innocenza, nella incolpazione, specifica e circostanziata, di un fato concreto e da ciò derivi la possibilità di inizio di un’indagine penale da parte dell’autorità“.

Spiega, ancora, il Tribunale, che “la gravità delle accuse mosse all’avv. XX, costituenti reati che sarebbero stati posti in essere nell’esercizio della sua professione, hanno certamente comportato una indiscutibile lesione della sua reputazione, intesa come la stima e la considerazione di cui la persona gode nel contesto sociale e nell’ambito professionale“.

Alla luce di ciò il Tribunale ha condannato i danneggianti alla corresponsione della somma di Euro 50.000,00 cadauno, per un totale di Euro 100.000,00, gli eredi del (nel frattempo deceduto) Avvocato XX. Il giusto ristoro per l’attività lesiva subìta.

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Abuso di posizione dominante

Antitrust – AGCM apre istruttoria Vs. Telecom

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Antitrust – Il caso

Antitrust – Alcuni concorrenti hanno segnalato all’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato taluni contegni di Telecom che, a loro dire, avrebbero costituito abuso di posizione dominante. In particolare, secondo i segnalanti, Telecom avrebbe posto in essere condotte finalizzate ad ostacolare l’ingresso di un nuovo concorrente nei mercati delle telecomunicazioni di rete fissa, con una vera e propria strategia anticoncorrenziale unica e complessa volta a bloccare la riuscita del piano di investimenti c.d. “open fiber”, in particolare attraverso le seguenti condotte:

a) sham litigation, promuovendo numerosi ricorsi aventi ad oggetto gli atti di gara, con l’obiettivo di ostacolare lo svolgimento delle gare “Infratel” e limitare la concorrenza nelle c.d. “aree bianche”;

b) regulatory gaming, ostacolando lo svolgimento della concorrenza nelle gare per l’infrastrutturazione delle aree bianche, segnatamente per mezzo della richiesta inviata a Infratel di revisionare la delimitazione delle aree a fallimento di mercato.

Antitrust – Le valutazioni dell’Autorità

A parere dell’Autorità, “il mutamento della strategia degli investimenti di Telecom ad oggi sembrerebbe trovare la propria giustificazione solo nella volontà di ostacolare il perfezionamento delle procedure per l’assegnazione dei bandi di gara pubblicati da Infratel e di ritardare, ovvero rendere meno profittevole, l’ingresso di un concorrente in grado di sviluppare una tecnologia maggiormente innovativa…. La strategia di Telecom Italia appare suscettibile di scoraggiare l’ingresso di nuovi operatori di rete favorendo soluzioni tecnologiche dinamicamente meno efficienti… I comportamenti descritti sopra, benché eterogenei tra loro, potrebbero unitariamente configurare un’ipotesi di abuso del diritto, in ragione dell’unico obiettivo perseguito da Telecom. Infatti tali comportamenti, seppure astrattamente leciti e consentiti dall’ordinamento, appaiono, infatti, finalizzati al perseguimento di uno scopo non meritevole di tutela, ossia alterare il corretto svolgimento delle dinamiche concorrenziali in un mercato strategico per lo sviluppo del Paese, nel tentativo di Telecom di preservare il proprio potere di mercato e di scongiurare ovvero ritardare l’ingresso di un concorrente“.

Alla luce di quanto sopra, l’AGCM ha deliberato l’avvio dell’istruttoria, onde accertare l’esistenza di violazioni antitrust e della concorrenza ai sensi dell’art. 102 del TFUE.

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Concorrenza sleale ed imitazione servile

Concorrenza sleale ed imitazione servile – Ord. Trib. Venezia, 4 luglio 2017

Concorrenza sleale ed imitazione servile: nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio presso il TRIBUNALE DI VENEZIA . Esso è da ritenere assai particolare, in quanto viene sancita espressamente anche la tutelabilità non soltanto del prodotto in quanto tale, ma anche quella dell’ “atmosfera”, dell’ “ambientazione” dello stesso.  Il caso, in breve era il seguente. La impresa “X”, impegnata da molti anni nel settore della progettazione e realizzazione di arredamenti specialistici per determinati settori commerciali, aveva rinvenuto sul mercato taluni prodotti costituenti una ritenuta imitazione servile delle linee di prodotti dalla stessa realizzate. Effettuate le necessarie investigazioni, emergeva che il produttore di tali beni era una società (“Y”) costituita, fra l’altro, da un ex collaboratore dell’impresa, il quale, stando al provvedimento, avrebbe altresì sottratto del materiale riservato (disegni ed altro) dagli archivi di “X”, impiegandolo poi per la realizzazione dei prodotti costituenti concorrenza sleale ed imitazione servile. “X” agiva pertanto ai sensi dell’art. 700 c.p.c. per ottenere la inibitoria urgente del contegno di “Y”.

Il Tribunale di Venezia, in data 4 luglio 2017, così riteneva: “i prodotti (scaffalature e ripiani) di “X” sono pressoché identici alla linea … di “Y”; la circostanza, poi, che tali prodotti siano presenti sul mercato ed ampiamente pubblicizzati su riviste di settore da tempo, consentono di ritenere che gli stessi abbiano senz’altro acquisito nel settore di riferimento carattere distintivo; è poi indubbio che l’imitazione pedissequa di tali prodotti sia idonea ad ingenerare confusione con i prodotti di “X”, dai quali è oggettivamente difficile distinguerli; è altresì documentato che “Y” non si è limitata alla pedissequa imitazione di singoli prodotti di “X”, ma sistematicamente riproduce gli ‘ambienti’ progettati e realizzati dalla stessa; è evidente poi che, quale società neocostituita da due soggetti che fino a poco prima lavoravano per o alle dipendenze di “X”, “Y” ha potuto fare ciò non basandosi sulle proprie forze, ma proprio grazie all’insieme di conoscenze ed informazioni di pertinenza di “X” ed a questa carpito”. E’ infatti ravvisabile nella complessiva condotta di “Y” la volontà di riprodurre in tutto  e per tutto l’attività progettuale e produttiva di “X”, avvalendosi di un vantaggio competitivo acquisito illegittimamente, contro la volontà di questa ed in spregio alle regole di una competizione concorrenzialmente corretta… la clausola generale della correttezza professionale deve infatti intendersi preordinata alla salvaguardia della effettività del gioco concorrenziale e quindi, in definitiva, della stessa libertà di concorrenza, sicché è scorretto ogni comportamento imprenditoriale che sia idoneo a falsare o compromettere la funzionalità del mercato, e “Y”, in spregio a tali principi, imita servilmente i prodotti di “X” e riproduce pedissequamente “ambienti” ideati e creati da “X” e pubblicizza nella propria pagina Facebook immagini di prodotti ed “ambienti” riconducibili a “X””.

Tanto premesso, il Tribunale di Venezia, accertata la sussistenza degli estremi di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 c.c., nn. 1 e 3, inibiva a “Y”:

  1. di pubblicizzare, promuovere, offrire in vendita, commercializzare i prodotti e gli “ambienti di cui al ricorso, e comunque prodotti e “ambienti” confondibili con quelli della ricorrente;
  2. di riprodurre nella propria pagina Facebook immagini di detti prodotti ed “ambienti”;
  3. disponeva, inoltre la previsione di una penale di euro 200,00 per ogni violazione della presente ordinanza o ritardo nell’esecuzione.

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