Franchising e patto di non concorrenza

Franchising e patto di non concorrenza – La Sezione specializzata in materia d’Impresa del Tribunale di Milano si è recentemente pronunciata in tema di franchising e patto di non concorrenza.

Si chiedeva di inibire alla “resistente A l’esercizio dell’attività di vendita al dettaglio di fiori e piante, mediante l’utilizzo dei segni relativi al marchio” ,.

Tra le parti sussisteva un contratto di franchising nel quale era previsto che alla cessazione degli effetti del contratto l’affiliato sarebbe stato obbligato a “smettere l’attività di vendita di fiori e piante sotto la denominazione, il marchio e l’insegna “B” con il connesso obbligo di distruzione di tutti i segni distintivi”

La resistente continuava a svolgere l’attività oggetto del contratto violando il patto di non concorrenza, ritenendo che “la clausola di non concorrenza era contraria ai principii costituzionali che assicurano il diritto al lavoro, poiché aveva un contenuto così ampio da impedire all’affiliato, successivamente alla scadenza del contratto, di svolgere attività lavorativa, impedendogli di procurarsi mezzi di sostentamento e di esercitare l’attività ovunque sul suolo nazionale, sia autonomamente che come dipendente”.

Pertanto il Tribunale ha ritenuto che “la resistente non ha più il diritto all’uso dei segni di titolarità della ricorrente, come ribadito pleonasticamente dall’art. 12 del contratto di affiliazione stipulato dalle parti”, in quanto “lo scioglimento del vincolo contrattuale di affiliazione fa venire meno la fonte che autorizzava l’affiliato ad utilizzare i segni distintivi per l’esercizio dell’attività contrattuale, consentendogli di azionare sia i diritti nascenti dal contratto che quelli assoluti di privativa”.

In secondo luogo rimanda alla disciplina comunitaria per “la valutazione della validità delle clausole di non concorrenza inserite negli accordi verticali, le norme di riferimento, per la valutazione della liceità delle intese restrittive della concorrenza, non sono solo quelle nazionali che regolano la disciplina della concorrenza, e specificamente i limiti contrattuali della concorrenza ( art 2596 c.c.), ma anche quelle comunitarie, per lo stretto collegamento esistente tra i principi comunitari a tutela della concorrenza e la L. 287/90, le cui disposizioni debbono essere interpretate ed applicate sulla base dei principi comunitari in materia di disciplina della concorrenza ( art. 101 TFEU). “

Franchising e patto di non concorrenza – i presupposti di applicazione

Premesso che “Il patto di non concorrenza in esame, infatti, è valido solo se: -si riferisca a beni e servizi in concorrenza con i beni e servizi contrattuali; – sia limitato ai locali e terreni da cui l’acquirente ha operato durante il periodo contrattuale; – sia indispensabile per la protezione del know how trasferito dal fornitore all’acquirente; – la durata dell’obbligo di non concorrenza sia limitata al periodo di un anno a decorrere dalla scadenza dell’accordo ( art. 5 reg CE 2790/99)”,ritiene non sia affatto “ superfluo rilevare che il trasferimento di Know how è un fattore molto importante per la valutazione della liceità e indispensabilità delle restrizioni alla concorrenza perché sono proprio i vantaggi, in termini di incremento dell’efficienza e di investimento dovuti al trasferimento di know-how, a giustificare le restrizioni volte alla sua protezione”.

Quindi il giudizio cautelare ha accertato “la non significatività del trasferimento di Know how nel caso di specie, sicché è dubbio che tale clausola fosse indispensabile a proteggere il know how trasferito. La pacifica pregressa esperienza professionale dell’affiliata, che da anni esercitava la medesima attività nel punto vendita già aperto e aveva già acquisito, come riconosciuto documentalmente dalla controparte, “abilità nell’ambito dell’arte floreale”, unitamente alla modestissima formazione da parte dell’affiliante, proprio in considerazione della sua pacifica professionalità, costituiscono riconoscimento da parte dello stesso ricorrente del basso livello di know how trasferito”

Conseguentemente, il Tribunale, in allineamento con la disciplina comunitaria, pur inibendo la prosecuzione, da parte del franchisee, dell’utilizzo dei segni distintivi già oggetto del contratto, ha rigettato la richiesta del franchisor di inibire anche la prosecuzione dell’attività svolta. 

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Concorrenza sleale e correttezza professionale

Concorrenza sleale e correttezza professionale: una recente sentenza del Tribunale di Torino si è espressa in tema di concorrenza sleale in ambito assicurativo.

Il socio unico della società di assicurazioni lamentava, a seguito delle dimissioni degli altri due soci, il compimento di “plurimi atti di concorrenza sleale rientranti nelle fattispecie ex art. 2598 n. 3 c.c.”

Sostiene il Tribunale che “Ai sensi dell’art. 2301 c.c. il socio non può, senza il consenso degli altri soci, esercitare un’attività concorrente con quella della società, né partecipare come socio illimitatamente responsabile ad altra società concorrente. Il divieto vale finché persista il vincolo sociale e decade alla sua cessazione. Rientra nell’autonomia delle parti prevederne una più ampia estensione, ma non consta che nel caso di specie i soci si siano avvalsi di tale facoltà, giacché parte ricorrente non ha fatto valere alcun divieto di concorrenza successivo alla perdita della qualità di socio”

Prosegue indicando che “L’acquisizione, conservazione, consultazione e utilizzo a fini contrattuali” di anagrafiche e polizze dei clienti,  “dopo aver perso la qualità di agenti Y e di soci K., configura pertanto un illecito e, al contempo, una modalità concorrenziale non conforme ai principi di correttezza professionale, pertanto colpita da divieto ex art. 2598 n. 3 c.c..”, definendola “concorrenza parassitaria perché resa possibile dal possesso illecito di informazioni riservate del concorrente“.

Ritine inoltre che “è altresì illecito lo sviamento della clientela, fatto con l’utilizzo delle anzidette informazioni riservate e modalità “aggressive” contrarie alla correttezza professionale”.

Pertanto ha inibito alla società di assicurazione  “di utilizzare, consultare, riprodurre o trasferire a terzi i dati contenuti nelle polizze e ogni altra informazione aziendale e commerciale di proprietà X; il tutto direttamente o tramite soci e/o dipendenti e/o altri ausiliari”, nonché “di continuare in danno di X attività di sviamento della clientela, con particolare riferimento all’utilizzo delle informazioni predette e alla sollecitazione della clientela alla disdetta delle polizze assicurative in corso e alla loro riforma presso altra compagnia assicuratrice”.

Ha infine ordinato “la restituzione del materiale cartaceo in originale e informatico di pertinenza di X rinvenuto presso l’ufficio”.

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Franchising e fallimento – Due nuovi provvedimenti

Franchising e fallimento: la Corte d’Appello di Bologna ed il Tribunale di Bologna hanno recentemente emesso due provvedimenti estremamente interessanti in due distinte vicende che vedevano coinvolte, da un lato, il medesimo franchisor (Imap Export S.p.A., titolare del noto marchio “Original Marines”), e, dall’altro, due ex affiliate.

Provvedimento Corte d’Appello di Bologna

Provvedimento del Tribunale di Bologna

Franchising e fallimento: le vicende

Franchising e fallimento: Le vicende prendevano le mosse da due distinte cause civili, avviate da due affiliate nei confronti del medesimo franchisor. Entrambe le affiliate lamentavano sostanzialmente nei confronti di Imap Export S.p.A. una serie di doglianze inerenti, in particolare, l’assoluto difetto di autonomia economica ed imprenditoriale del franchisee, la imposizione, da parte del franchisor, di sconti, promozioni ed iniziative a carico dei franchisee, la unilaterale attribuzione di “extracosti” non previsti dal contratto e la grave riduzione della marginalità dei franchisee, determinatasi in misura tale da non consentire più la prosecuzione dell’attività, in quanto non più remunerativa.

Imap Export S.p.A. aveva proposto nei confronti di una di esse, avanti il Tribunale di Ferrara, istanza di fallimento, la quale era stata rigettata sul presupposto che “le argomentazioni, fattuali e giuridiche, poste a sostegno dell’azione proposta dalla resistente in tempi antecedenti l’istanza di fallimento non prestano il fianco ad allegazioni di pretestuosità e meritano un approfondimento di merito, allo stato non potendosi raggiungere una tranquillante conclusione circa la piena esistenza del diritto di credito e, di conseguenza, circa la sua legittimazione a richiedere il fallimento della debitrice“. Avevamo già commentato il provvedimento del Tribunale di Ferrara (Consulta qui il provvedimento ed il relativo commento).

Imap Export S.p.A., a questo punto, proponeva reclamo avanti la Corte d’Appello di Bologna avverso il provvedimento emesso dal Tribunale di Ferrara e, contemporaneamente, proponeva, avanti il Tribunale di Bologna, altra istanza di fallimento nei confronti di altra affiliata della catena.

Franchising e fallimento: il provvedimento della Corte d’Appello di Bologna del 27 gennaio 2017

Franchising e fallimento: in data 27 gennaio 2017 si pronunziava la Corte d’Appello di Bologna, la quale aveva modo di approfondire notevolmente la vicenda, entrando ampiamente nel merito della stessa  e confermando le statuizioni già in precedenza rese dal Tribunale di Ferrara. In particolare, la Corte aveva modo di rilevare che “Anche questa Corte, effettuando un accertamento sommario e incidentale delle ragioni fatte valere dalla Sig.ra Pera nei confronti della società affiliante, ritiene, al pari del tribunale gravato, che le domande proposte innanzi al tribunale di yyy non siano meramente strumentali, né tanto meno rivolte all’unico fine di precostituire una contestazione del credito di Imap Export S.p.A., in grado di paralizzarne l’azione e di precludergli la facoltà di ottenere la dichiarazione di fallimento dell’affiliata. Dalla lettura dell’atto di citazione, fermo ed impregiudicato l’esito del relativo giudizio, si evince che il fondamento delle domande si basa sulla peculiarità del rapporto instaurato tra Imap Export S.p.A. e la signora Pera, asseritamente caratterizzato dalla stretta dipendenza del soggetto affiliato rispetto all’affiliante, per le scelte in ordine al tipo e al quantitativo di merce da acquistare e poi da vendere, sia per i prezzi delle stesse, al punto che l’iniziativa imprenditoriale del gerente il pubblico esercizio viene ad essere fortemente limitata se non addirittura esclusa del tutto. Si rappresenta tra l’altro: che era l’affiliante a decidere il numero e la frequenza delle promozioni con riduzione della marginalità, per l’affiliato, fino ad essere in perdita; che la merce veniva fornita in automatico, anche senza la previa richiesta dell’affiliato e senza tener conto delle sue specifiche esigenze, merce tra l’altro da pagare a prezzo pieno; che anche le quantità erano decise unilateralmente da zzz senza che il singolo affiliato potesse esprimere riserve, legate all’effettivo andamento dell’attività“.

Prosegue, la Corte: “tale meccanismo di dipendenza era stato ancor più accentuato dall’anomalo finanziamento che Imap Export S.p.A. effettuava in favore dell’affiliata per consentirle il pagamento delle ricevute bancarie emesse a fronte delle fatture collegate ai rapporti di fornitura merci di cui si è detto“.

Infine, poiché il franchisor sosteneva, in sostanza, che il preteso credito derivante dalla fornitura di merci all’affiliata sarebbe stato “altra cosa” rispetto al rapporto oggetto di contestazione giudiziale, la Corte d’Appello di Bologna statuisce che tale argomento difensivo “non convince“.  Per la Corte, infatti, “non è del tutto corretto sostenere, come fa la reclamante, l’impossibilità di compensare il credito derivante dalla fornitura delle merci con gli ‘asseriti’ crediti derivanti da azioni risarcitorie, attesa la stretta connessione esistente tra le reciproche domande. Alla stregua di quanto sopra osservato, non può che confermarsi quanto esposto dal Tribunale, ovvero la non palese pretestuosità delle contestazioni mosse dalla affiliata, che riguardano l’intero rapporto di franchising, compreso il rapporto di fornitura e che inducono a ritenere dubbia la legittimazione attiva del creditore“. Reclamo, conseguentemente, respinto.

Franchising e fallimento: il provvedimento del Tribunale di Bologna del 30 gennaio 2017

Franchising e fallimento: a conclusioni non dissimili è pervenuto, qualche giorno dopo, il Tribunale di Bologna, il quale, nel pronunciarsi sulla istanza di fallimento proposta, sempre da zzz, nei confronti di altra affiliata della catena, ha avuto modo di rilevare che “a fronte delle contestazioni ampiamente dispiegate dalla Khasbi in ordine alla sussistenza del credito, fondate sia sulla nullità del contratto di franchising, e sulla esistenza di crediti da restituzione e/o risarcimento oggetto di possibile compensazione, che sulla conseguente necessità di rideterminare i prezzi della merce fornita, allo stato il Collegio non ha adeguata prova della legittimazione attiva della Imap Export S.p.A.“. Istanza di fallimento, conseguentemente, respinta.