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Diritto d’autore – Pronuncia del Tribunale di Roma sui prodotti audiovisivi in Internet

Con una recentissima sentenza pubblicata in data 5 ottobre 2016, il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di imprese, è intervenuto in materia di tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali in internet, pronunciandosi sulla titolarità dei diritti previsti ex artt. 78 ter e 79 (Legge sul diritto d’autore) in un’ottica di protezione della proprietà industriale, del diritto d’autore e della concorrenza sleale. Continua a leggere

Franchising: Lodo arbitrale – contratto nullo se manca la specifica del know – how

Franchising: nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio in materia di invalidità contrattuale. In particolare, il Collegio Arbitrale, in una controversia insorta tra franchisor e franchisee, ha avuto modo di dichiarare la nullità del contratto per mancata specificazione del know – how.

Il Collegio ha in primo luogo inquadrato la sostanza del rapporto di affiliazione commerciale, individuandola nella circostanza che un produttore o rivenditore di beni, o un offerente di servizi, al fine di allargare il proprio giro commerciale e di aumentare le proprie capacità di penetrazione nel mercato – creando una rete di distribuzione senza dovere intervenire direttamente nelle realtà locali – concede, verso corrispettivo, di entrare a far parte della propria catena di produzione o rivendita di beni o di offerta di servizi ad un autonomo ed indipendente distributore, che con l’utilizzarne il marchio e nel giovarsi del suo prestigio ha modo di intraprendere un’attività commerciale e di inserirsi nel mercato con riduzione del rischio (il Collegio si è peraltro riportato a quanto statuito dalla S.C. con la Sentenza n. 647 del 2007).

Fatta questa premessa, il Collegio rilevava che “merita accoglimento la domanda, formulata da parte attrice, di nullità del contratto per cui è causa, per violazione di quanto previsto dalla relativa disciplina normativa, e, in particolare, laddove prevede espressamente che: ‘il contratto deve espressamente indicare la specifica del know – how fornito dall’affiliante all’affiliato (art. 3, co. 4, lettera d della L. 129 del 2004)’. Perché possa attuarsi la rete commerciale cui è finalizzato il contratto, è necessario che il know – how sia riconoscibile dal franchisee secondo le specifiche sue proprie (come definite dal legislatore) e ciò sia perché dal trasferimento del know – how che abbia tali caratteristiche dipende quella uniformità di procedure ed immagine commerciale che integra la rete, sia per la necessaria tutela dell’ ‘autore’ “. 

Nello specifico – osserva ancora il Collegio – “facendo applicazione di simili previsioni alla fattispecie per cui è causa, ne discende come nessuna specificazione del know – how, né tantomeno alcuna indicazione dello stesso e delle sue modalità di trasferimento, sia dato rinvenire nel contratto de quo; né, del resto, la convenuta ha adeguatamente preso posizione sul punto nel corso del presente procedimento arbitrale, limitandosi ad una generica contestazione non suffragata da alcun elemento probatorio, dunque mostrandosi carente in relazione all’onere probatorio sulla stessa incombente“.

Conclude, pertanto, il Collegio, che “conseguentemente, il contratto per cui è causa deve essere dichiarato nullo, difettando della indicazione per iscritto e del trasferimento del know – how, ai sensi degli artt. 1 e 3, co. 4, lett. d, L. 129/2004, con indeterminatezza dell’oggetto e conseguente nullità ai sensi dell’art. 1418 c.c. e della richiamata normativa, con accoglimento quindi della domanda formulata dall’attrice“.

Tale nullità, inoltre, a parere del Collegio, “è altresì produttiva di pregiudizio risarcibile“, con la conseguenza che il Collegio ha ritenuto rimborsabili i costi sostenuti dal franchisee per l’esecuzione del contratto di franchising dichiarato nullo.

Tale provvedimento si inserisce nella scia della giurisprudenza già richiamata su questo sito (ci si riferisce, fra l’altro, a Trib. Bologna, Sentenza n. 1910/2015 del 10 giugno 2015).

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Contraffazione: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a seguito della proposizione di una domanda di pronuncia pregiudiziale da parte della Corte Suprema della Repubblica Ceca, si è pronunciata sulla interpretazione dell’art. 11 della direttiva 2004/48/CE riguardante il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Contraffazione: la responsabilità dell’intermediario

Il caso sorgeva in seguito alla proposizione, da parte di imprese impegnate nella fabbricazione e distribuzione di prodotti di marca, della domanda di emissione di provvedimenti di inibitoria nei confronti di una società locataria di un’area di mercato che aveva concesso in sublocazione i diversi punti vendita ivi presenti a determinati commercianti dediti alla commercializzazione di copie contraffatte dei prodotti distribuiti dalle ricorrenti. Queste ultime chiedevano, in buona sostanza, che si ingiungesse alla Società locataria di astenersi dalla conclusione o proroga dei contratti di sublocazione stipulati con persone il cui comportamento era stato giudicato, con decisione definitiva, lesivo o potenzialmente lesivo dei diritti conferiti dai marchi menzionati nella domanda, in quanto gli stessi erano stati oggetto di contraffazione.

La normativa di riferimento

Le questioni sottoposte alla Corte di Giustizia UE concernono l’interpretazione dell’art. 11 della direttiva 2004/48, ed in particolare la terza frase, che recita: “Gli Stati membri assicurano che, in presenza di una decisione giudiziaria che ha accertato la violazione di un diritto di proprietà intellettuale, le autorità giudiziarie possano emettere nei confronti dell’autore della violazione un’ingiunzione diretta a vietare il proseguimento della violazione. Se previsto dalla legislazione nazionale, il mancato rispetto di un’ingiunzione è oggetto, ove opportuno, del pagamento di una pena pecuniaria suscettibile di essere reiterata, al fine di assicurarne l’esecuzione. Gli Stati membri assicurano che i titolari possano chiedere un provvedimento ingiuntivo nei confronti di intermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto di proprietà intellettuale, senza pregiudizio dell’articolo 8, paragrafo 3 della direttiva 2001/29/CE“.

Le risposte della Corte di Giustizia ai quesiti

1) Con la prima questione il giudice del rinvio chiede se possa farsi rientrare nella nozione di intermediario, così come formulata nell’appena menzionato articolo, anche la figura del locatario di aree di mercato che concede in sublocazione i diversi punti vendita situati in tali aree a commercianti, alcuni dei quali dediti alla vendita di merci oggetto di contraffazione.

Il Giudicante precisa che affinché un operatore economico possa essere qualificato come “intermediario” occorre dimostrare che egli fornisce un servizio idoneo ad essere utilizzato da una o più altre persone per violare uno o più diritti di proprietà intellettuale, senza che sia necessario che egli intrattenga un particolare rapporto con questa o queste persone. Conseguentemente, l’operatore che stipula contratti di locazione o sublocazione di spazi presenti su un’area di mercato ove i terzi stipulanti procedono alla vendita di merci contraffatte di prodotti di marca, deve essere qualificato come “intermediario i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare un diritto di proprietà intellettuale”. Neppure può portare ad una diversa conclusione la circostanza che la messa a disposizione riguardi punti vendita di un mercato fisico, e non di un mercato online.

2) Con la seconda questione il giudice del rinvio chiede se l’art. 11, terza frase, della direttiva 2004/48 debba essere interpretato nel senso che i presupposti cui è subordinata l’ingiunzione nel caso di specie, siano identici a quelli relativi alle ingiunzioni che possono essere rivolte agli intermediari di uno spazio commerciale online, enunciati dalla Corte nella sentenza del 12 luglio 2011, L’Oréal e a. (C 324/09, EU:C:2011:474).

La Corte di Giustizia chiarisce che, sebbene nella causa definita con la sentenza del 2011 il Giudicante sia stato indotto ad interpretare l’art. 11, terza frase, della direttiva 2004/48 nel contesto dei provvedimenti ingiuntivi che possono essere rivolti a un intermediari su uno spazio commerciale online, lo stesso aveva interpretato l’articolo alla luce delle disposizioni generali enunciate all’articolo 3 della direttiva, senza particolari considerazioni relative alla natura dello spazio commerciale di riferimento. Pertanto, l’art. 11, terza frase, deve essere interpretato nel senso che i presupposti ai quali è subordinato il provvedimento ingiuntivo rivolto a un intermediario che fornisce un servizio di locazione di punti vendita in un’area di mercato, sono identici a quelli relativi ai provvedimenti ingiungivi che possono essere rivolti agli intermediari su uno spazio commerciale online, enunciati nella sentenza del 12 luglio 2011.

Leggi l’articolo e la sentenza

Concorrenza parassitaria – Sentenza 5 ottobre 2016 del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano torna ad occuparsi di concorrenza parassitaria, tracciando utilmente il perimetro entro il quale si muove tale fattispecie di illecito concorrenziale. In particolare, il Tribunale chiarisce che “X, con il concorso di Y, si è posta sulla scia della concorrente, in modo sistematico e continuativo, traendo profitto dagli investimenti da essa effettuati, imitandone i prodotti, il marchio, la confezione, le modalità promozionali e pubblicitarie. I prodotti offerti in vendita dalle convenute sono stati proposti al pubblico agganciandosi in modo plateale al segno e ai prodotti originali in modo da trarre beneficio dalla loro notorietà e dalla conoscenza che il mercato ha delle loro caratteristiche, equiparandoli a quelli del concorrente, senza bisogno di alcun accreditamento e approfittando degli investimenti altrui“.

Lo sfruttamento degli sforzi organizzativi e degli investimenti di carattere pubblicitario, effettuati da un altro soggetto imprenditoriale, unitamente alla ripresa pedissequa delle sue iniziative, costituisce concorrenza parassitaria, contraria alle regole di correttezza professionale, che altera le regole del mercato e del meccanismo concorrenziale, concretandosi nell’appropriazione del risultato di merito conseguito grazie all’organizzazione dell’impresa concorrente“.

La fattispecie di ‘concorrenza parassitaria’ è integrata quando, come nel caso di specie, l’imitatore si ponga sulla scia del concorrente in modo sistematico, sfruttando la creatività altrui e avvalendosi delle idee e dei mezzi di ricerca altrui. Quand’anche i singoli atti, isolatamente considerati, fossero leciti (e così non è nel caso in esame), essi costituirebbero nel loro insieme un illecito, in quanto idonei a concretizzare una forma di imitazione delle iniziative del concorrente che sfrutta in maniera sistematica il lavoro e la creatività altrui“.

Sulla base di tali presupposti il Tribunale condannava le convenute non solo, e non soltanto, al risarcimento del danno squisitamente economico patito dall’attrice, ma anche, “tenuto conto dell’effettivo danno all’immagine, degli esborsi effettuati, della molteplicità ed intensità delle violazioni“, anche alla corresponsione della somma ulteriore di Euro 50.000,00.

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