Franchising e fallimento

Franchising: il Tribunale di Ferrara si è recentemente occupato, rigettandola in conformità delle richieste dello Studio, di un’istanza di fallimento formulata da un Franchisor nei confronti del Franchisee. Il Franchisor rilevava di essere creditore del Franchisee per somme ingentissime (circa 500.000 euro per merci asseritamente non pagate). Su tali basi richiedeva pertanto al Tribunale di dichiarare il fallimento del Franchisee

La vicenda

Il Franchisee, diversi mesi prima, aveva incardinato nei confronti del Franchisor una controversia civile per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla invalidità del contratto di franchising (e dei contratti ad esso collegati) e, comunque, dall’inadempimento contrattuale del Franchisor, danni che aveva quantificato in somme all’incirca corrispondenti a quelle delle quali il Franchisor assumeva di essere creditore. Il Tribunale, pertanto, ha dovuto svolgere un esame, per quanto necessariamente e doverosamente sommario, delle ragioni poste dal Franchisee a fondamento delle proprie pretese risarcitorie, rilevando che “le argomentazioni, fattuali e giuridiche, poste a sostegno dell’azione proposta dalla resistente in tempi antecedenti la richiesta di fallimento, non prestano il fianco ad allegazioni di pretestuosità e meritano un approfondimento di merito, allo stato non potendosi raggiungere una tranquillante conclusione circa la piena esistenza del diritto di credito e, di conseguenza, circa la sua legittimazione a chiedere il fallimento della debitrice“. Rigettava, pertanto, le richieste del Franchisor, condannandolo anche alla rifusione delle spese di lite.

Si tratta di un provvedimento estremamente approfondito e da ritenersi giuridicamente corretto, poiché richiede in sostanza la effettuazione di un approfondimento di merito da parte del Tribunale già investito delle questioni inerenti la invalidità e l’inadempimento al contratto sul quale si fondavano le pretese creditorie, e ciò in conformità dei più recenti orientamenti della giurisprudenza di merito che si è pronunciata sulla materia (tra tutti, il Tribunale di Mantova ed il Tribunale di Cagliari).

CONSULTA IL PROVVEDIMENTO

 Diritto di ispezione del socio (art. 2476 c.c.) – Nuova Ordinanza del Tribunale di Roma

Il Tribunale di Roma si è recentemente espresso con una Ordinanza cautelare urgente, ai sensi dell’art. 700 c.p.c., in materia di diritto di ispezione ai sensi dell’art. 2476 c.c..  A tenore della norma appena citata, “I soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all’amministrazione“. La norma è stata variamente interpretata, negli ultimi anni, dalla giurisprudenza (una parte di essa aveva infatti statuito che il diritto di consultazione non ricomprendesse anche il diritto di estrarre copia della documentazione, altro orientamento si era invece detto favorevole). In ogni caso, rimaneva ferma l’opinione secondo la quale, in caso di rifiuto o di dilazioni ingiustificate da parte degli amministratori nel consentire ai Soci l’esercizio di tale diritto, quest’ultimo avrebbe potuto formare oggetto di un apposito ordine da parte del Giudice civile, che avrebbe potuto pronunziarsi anche d’urgenza, ai sensi dell’art. 700 c.p.c.. E’ in tale solco, peraltro, che si muove la recentissima Ordinanza del Tribunale di Roma oggi in commento.

Diritto di ispezione – I principi statuiti del Tribunale

Il Tribunale di Roma, in particolare, compie, nella Ordinanza qui commentata, una serie di statuizioni assai rilevanti. In particolare, e fra l’altro, statuisce che:

  1. il diritto di ispezione è un diritto riconosciuto a tutti i soci non amministratori, e dunque, eventualmente, anche al socio di maggioranza;
  2. è inoltre esercitabile anche dal socio che sia stato, in precedenza, amministratore. Statuisce il Tribunale, infatti, che “detta pregressa qualifica non può impedire o limitare il diritto di controllo da parte del socio, atteso che l’incompatibilità logico-giuridica fra diritto di accesso del socio e carica amministrativa viene meno con la cessazione dalla carica stessa: l’unico e comprensibile ostacolo è pertanto l’attualità della funzione gestoria“;
  3. il diritto di cui si discute comprende, quale necessario corollario, anche la facoltà di estrarre copia dei documenti esaminati, il tutto a spese del socio interessato e senza pregiudizio per la funzionalità dell’attività gestori e per la riservatezza della documentazione stessa;
  4. il socio deve astenersi da una ingerenza nell’attività degli amministratori per finalità di turbativa dell’operato di questi ultimi con la richiesta di informazioni, di cui il socio non abbia effettivamente necessità, al solo scopo di ostacolare l’attività sociale; in tal caso, infatti, l’esercizio del diritto non potrebbe ricevere tutela, in quanto mosso da interessi ostruzionistici;
  5. detto potere di controllo “può essere esercitato, come del resto avviene normalmente e del tutto ragionevolmente, anche in via d’urgenza“, ed in tale settore, “non esistendo forme di tutela tipiche previste dall’ordinamento, il ricorso è ammissibile“.

Non si può che concordare con il Tribunale, pertanto, nella misura in cui esso riconosce la generalizzata applicabilità del procedimento d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c. in modo funzionale all’esercizio del diritto di ispezione del socio, a condizione – ovviamente -che lo stesso non si configuri quale abuso del diritto (e dunque non sia esercitato con modalità conformi ai doveri di buona fede).