Sequestro assegni in garanzia

Sequestro assegni in garanzia – nuovo provvedimento del Tribunale di Ancona

Sequestro assegni in garanzia: lo Studio, al fianco di un imprenditore che aveva consegnato ad un suo fornitore alcuni assegni bancari a garanzia dell’adempimento di obbligazioni, ottiene un nuovo provvedimento (CLICCA QUI PER LEGGERE IL PROVVEDIMENTO ) da parte del Tribunale di Ancona. Il Tribunale, in buona sostanza ed in sintesi, ha ritenuto:

-nulli i titoli di credito (nel caso di specie assegni), emessi privi di data, con funzione di garanzia;

-sussistente il periculum in mora, poiché dalla documentazione prodotta emergeva che il prenditore avrebbe potuto metterli all’incasso, così frustrando l’interesse della ricorrente alla attuazione dei provvedimenti richiesti.

Per tali ragioni ha autorizzato, e dunque disposto, inaudita altera parte, ai sensi degli artt. 669-bis e ss. e 670, co. 1, c.p.c., il sequestro giudiziario degli assegni emessi dalla ricorrente in favore della resistente. 

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Concorrenza sleale e marchio

Concorrenza sleale e marchio: rischio di confusione e risarcibilità del danno in una recentissima sentenza del Tribunale di Milano.

La controversia in oggetto ha origine sin dalla fine degli anni settanta e ha visto coinvolte due note aziende di prodotti caseari. Queste inizialmente formavano un’unica grande azienda familiare, ma con la morte del capostipite, come spesso accade, i figli decidono di percorrere strade diverse. Uno dei fratelli, infatti, decideva di fondare una propria impresa sempre nel campo dei prodotti alimentari. L’atto di recesso dalla società ratificava e consentiva la possibilità di intraprendere un’attività avente il medesimo oggetto di quella che si esercitava in precedenza, a condizione di non ingenerare confusione tra i consumatori e con i marchi da essa utilizzati. Nell’avviare la nuova attività (la cui società era la convenuta nel presente procedimento) l’ex socio utilizzava quale elemento distintivo del marchio proprio la parola che contraddistingueva il marchio dell’altra società (il cognome di famiglia).

Da tale circostanza nascevano una serie di contenziosi che si sono propagati sino ad oggi.

Concorrenza sleale  e marchio – La decisione del Tribunale di Milano.

La Sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Milano, dopo un apprezzabile excursus storico delle controversie esistenti e già decise tra le due parti, ha accertato che il marchio della convenuta costituisse contraffazione delle privative azionate dall’attore per l’evidente risalto dato al termine C…a e per la sua inequivoca funzione distintiva, visto il collegamento inscindibile con la parola G…, collocata nello spazio sovrastante in modo da ottenere la lettura consecutiva della intera dicitura G… C…a. […] vi è quindi piena prova dell’uso da parte di G…, proseguito per circa 12 anni, di un segno simile alle registrazioni di titolarità della C…a s.r.l. per contraddistinguere prodotti identici (formaggi), con il pericolo obiettivo di confusione tra i prodotti e anche di associazione tra i due segni, poiché il consumatore rischia di abbinare la denominazione C…a ad un’unica filiera produttiva e/o distributiva.

Concorrenza sleale e marchio – Il risarcimento del danno.

Nell’accogliere la domanda risarcitoria, il Tribunale ha contenuto il quantum sulla base di alcune considerazioni di carattere oggettivo e soggettivo:

– dopo una precedente inibitoria dell’utilizzo del marchio la convenuta ne aveva progressivamente cessato l’utilizzo;

– carenza di elementi probatori in ordine alla effettiva dimensione e diffusività dell’illecito;

– sul piano dell’elemento soggettivo si è dato atto alla convenuta, data la peculiarità della vicenda, della possibilità che la stessa abbia agito nel convincimento del rispetto dei limiti definiti da precedenti pronunce.

Infine il Tribunale ha ritenuto di non accogliere la richiesta di ritiro dal commercio in quanto: i prodotti in contestazione per loro natura sono deperibili e con un ciclo di vita commerciale limitato nel tempo; già dal 2015  la convenuta ha iniziato un progressivo e oramai definitivo abbandono del termine incriminato; è presumibile che allo stato non vi siano più scorte o giacenze presso i normali canali distributivi in precedenza già approvvigionati.

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Franchising: no a richieste pretestuose

Franchising: nuova pronuncia del Tribunale di Milano

Con la recentissima sentenza n. 6821/2016, pubblicata il 31 maggio 2016, il Tribunale di Milano è tornato a statuire in materia di franchising (Legge n. 129/2004) e recupero crediti, con riferimento al tema dei crediti insoluti che spesso il franchisor ha nei confronti degli affiliati e nell’ottica di gestirne in modo ottimale il recupero crediti, di minimizzare i rischi e i costi e di ottenere il maggior risultato possibile per il franchisor che abbia sempre tenutoun comportamento ispirato a lealtà, correttezza e buona fede” (art. 6 L. 129/2004).

La vicenda oggetto della controversia

La vicenda in esame ha riguardato una controversia insorta tra un’imprenditrice pugliese e la maggiore casa editrice italiana nonchè una delle maggiori catene di librerie specializzata nel settore della distribuzione e vendita dei libri, legate tra di loro da un rapporto di affiliazione commerciale (nella specie tra le parti venivano conclusi due contratti di franchising per due punti vendita, rispettivamente a Lecce e a Brindisi). Con atto di citazione in opposizione l’affiliata chiedeva al Tribunale di Milano la revoca del decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti per una serie di fatture non pagate emesse dal franchisor e che riguardano “le spese di allestimento dei negozi, l’acquisto dell’arredamento e dell’hardware, per una ammontare complessivo di € 146.571,83, spese, come da accordi “anticipate dall’Affiliante e che avrebbero dovuto essere rimborsate dalla franchisee in venti rate trimestrali, nell’arco di cinque anni“. La parte attrice si opponeva e chiedeva, in via riconvenzionale e con relativa condanna, l’accertamento della:

– la nullità dei contratti dei due contratti di franchising, adducendo “l’omissione delle informazioni prescritte dall’art. 4 della L. 129/2004 e il mancato trasferimento del know how” –

– l’annullamento dei due contratti per dolo determinante e per errore rilevante essenziale e riconoscibile

– la risoluzione dei contratti in oggetto per inadempimento del franchisor.

Quando le domande del franchisee sono meramente pretestuose, la Sentenza

Le ragioni sostenute dall’affiliata, che non depositava alcuna delle memorie ex art. 183 c.p.c. nonchè assente in sede d’udienza di precisazioni delle conclusioni, non hanno convinto il Tribunale di Milano, che ha ne al contrario accertato l’infondatezza e la pretestuosità. Infatti, costituisce prova documentata e non contestata che l’affiliata durante il corso del rapporto di franchising  ha ammesso esplicitamente il proprio debito nei confronti dell’azienda e le proprie difficoltà finanziarie, chiedendo e proponendo vari piani di rientro che però puntualmente non rispettava, trovando su questo fronte piena applicazione l‘art. 1988 c.c. e quindi l’inversione dell’onere della prova a carico della parte attrice. Così come risulta documentato il fatto che il franchisor ha pienamento adempiuto agli obblighi previsti ex art. 4 della L. 129/2004 e consistenti nella preventiva trasmissione nei termini di Legge di: – “copia integrale del Contratto unitamente agli allegati; la lista delle affiliazioni e dei punti vendita – un’ipotesi di rendiconto economico e una copia di manuale operativo”. Neppure può ritenersi fondata la pretesa nullità del contratto per mancata trasmissione del know how, visto che, secondo il Tribunale adito, “la signora non spiega in cosa avrebbe dovuto consistere l’insieme di “concoscenze pratiche” necessarie alla gestione dei Negozi della ricorrente”. In merito poi all’accertamento dell’annullamento per dolo, che trovava fondamento secondo la parte attrice sul fatto che il franchisor avesse trasmesso un differente numero effettivo dei Soci nella Zona di Lecce, tale azione di annullamento deve ritenersi prescritta ai sensi dell‘art. 1442 c.c.. “Altrettanto infondata” statuisce il Tribunale “la domanda di risoluzione per inadempimento dei contratti formulata dall’opponente” e “infondata la generica allegazione di “raggiri” posti in essere dall’opposta  (…) o addirittura la “dubbia onestà ed integrità morale“.

Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Milano ha rigettato l’opposizione meramente pretestuosa avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti e rigettato le infondate domande di nullità, annullamento e risoluzione dei contratti di franchising.

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Franchising o agenzia?

Franchising: una nuova pronuncia

In virtù di un contratto di franchising di cui si contestava la validità, la Società X conveniva in giudizio la Società Y, affinché quest’ultima fosse condannata al pagamento di oltre 150.000 Euro per compensi provvisionali maturati, di oltre 900.000 Euro per indennità di fine rapporto, di circa 800.000 Euro per indennità di mancato preavviso e di 200.000 Euro per risarcimento dei danni in relazione ai contratti di agenzia intercorsi tra le parti.

Le pretese attoree: riqualificazione del franchising in agenzia

La Società X e la Società Y avevano stipulato un contratto di “franchising” con riferimento ad alcuni punti vendita gestiti dalla Società X dediti a svolgere attività commerciale di promozione e vendita dei prodotti e servizi di telefonia fissa e mobile a marchio Y, di cui la Società Y è titolare, dietro pagamento di compensi commisurati all’attività svolta, con integrazioni in caso di raggiungimento di obiettivi commerciali.

La Società X assumeva di ricevere trimestralmente il pagamento dei compensi unilateralmente determinati dalla Società Y, ed autofatturati da un Società di factoring a cui la Società Y aveva ceduto in blocco, al netto dei compensi pagati, i crediti per le vendite dei prodotti e servizi di telefonia. La stessa asseriva altresì che a seguito della appena enunciata gestione le fossero state riconosciute provvigioni inferiori a quelle effettivamente maturate, che subivano pure una drastica riduzione in seguito alla politica commerciale della Società Y. La Società X, quindi, vista la forte riduzione dei guadagni, e di fronte alla intransigenza della convenuta, si vedeva costretta a recedere dai contratti sulla base della clausola contrattuale che conferiva tale facoltà in caso di diminuzione dei compensi di oltre il 10%.

La Società X riteneva che i contratti di franchising dovessero essere riqualificati come agenzia, perché non specificavano l’ammontare degli investimenti e delle spese di ingresso che in una affiliazione commerciale l’affiliato deve sostenere prima dell’inizio dell’attività e perché non prevedeva modalità di calcolo e di pagamento delle royalties nonché l’indicazione di un incasso minimo, entrambi requisiti essenziali del franchising. A sostegno di tale domanda assumeva inoltre che, diversamente dalla affiliazione commerciale, i contratti stipulati con la Società Y non prevedevano la durata minima triennale per consentire all’affiliato l’ammortamento dell’investimento iniziale, anzi avrebbero consentito alla Società Y di sciogliere unilateralmente il rapporto già dopo 18 mesi.

La pronuncia del Tribunale di Roma

Il Giudice adito, con Sentenza n. 11252 del 3 giugno 2016, ritiene la domanda infondata e la rigetta in quanto i contratti stipulati tra le due Società sono tutti effettivamente contratti di franchising. I contratti, dice il Giudicante, prevedono la vendita di prodotti e servizi dalla Società Y alla Società X e la rivendita dalla Società X al pubblico, e benché la gestione dei flussi finanziari attivi e passivi fosse affidata ad una società di factoring, la formula non altera il titolo di percezione dei guadagni, che continua ad essere rappresentato dal differenziale tra prezzo di acquisto e di vendita, e non da una provvigione sul buon esito degli affari, così incidendo sulla natura del profitto.

Il Tribunale di Roma giustifica la propria decisione rappresentando che:

  • non vale contestare dal parte della Società X che i contratti mancherebbero dell’indicazione dell’ammontare dell’investimento iniziale e delle eventuali spese di ingresso che l’affiliato deve sostenere prima dell’ingresso dell’attività a mente dell’art. 3 comma 4 lett. a) della legge n. 129/2004, risultando espressamente dal contratto che l’affiliato si faceva carico, a sua cura e spese, dell’investimento necessario per l’allestimento del punto vendita, nel rispetto delle linee guida della Società Y, il cui importo risulta da un allegato al contratto che contiene il calcolo forfettario delle somme necessarie. Benché il contratto non preveda spese di ingresso per l’affiliato da sostenere prima dell’inizio dell’attività, la previsione normativa è espressamente eventuale;
  • non vale neppure eccepire dal parte della Società X che i contratti mancherebbero dell’indicazione delle modalità di calcolo e di pagamento delle royalties e dell’eventuale indicazione di incasso minimo da realizzare da parte dell’affiliato a mente dell’art. 3 comma 4 lett. b) della legge n. 129/2004, giacché la legge ne prescrive l’indicazione, onde consentire all’affiliato di verificare la esattezza e correttezza delle somme pretese, quando le royalties siano state previste contrattualmente, ma l’affiliante ben può rinunciare, come ha fatto nella specie, a richiederle. Benché il contratto non preveda l’indicazione di incasso minimo da realizzare da parte dell’affiliato, la previsione normativa è espressamente eventuale;
  • la facoltà di uso del complesso di tecniche e conoscenze che al contrario caratterizza in via essenziale il franchising è ampiamente desumibile dai regolamenti contrattuali;
  • non vale lamentare da parte della Società X che il contratto non prevederebbe la durata minima di tre anni onde consentire all’affiliato di programmare l’ammortamento del proprio investimento iniziale a mente dell’art. 3 comma 3 della legge n. 129/2004, risultando in contrario dal contratto che lo stesso una volta concluso avrebbe avuto durate triennale e, salvo disdetta, si sarebbe tacitamente rinnovato di anno in anno. Lo stesso art. 3 comma 3 della legge n. 129/2004 fa salva la facoltà di risolvere anticipatamente il contratto per inadempimento, come previsto dal contratto, mentre il recesso è espressamente disciplinato in presenza di giusta causa o con oneri a carico dell’affiliante volti a sollevare l’affiliato dagli oneri di ammortamento.