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Cancellazione CAI: il Tribunale di Venezia

Cancellazione CAI – Nuovo provvedimento ottenuto dallo Studio

Cancellazione CAI – Lo Studio Legale Adamo ottiene un nuovo provvedimento in materia. L’ordinanza dell’11 aprile 2016, emessa dal Tribunale di Venezia, Sezione II civile, nella persona del giudice Dott. Lisa Torresan, ha, con motivazione particolarmente precisa e decisamente convincente, confermato ancora una volta la piena ammissibilità del ricorso ex art. 700 c.p.c. come intervento giudiziale in via d’urgenza per effettuare la Cancellazione CAI, ovvero per eliminare i nefasti effetti per un correntista dall’iscrizione alla Centrale Allarme Interbancaria (CAI); dall’altro ha esaminato il confine tra la legittimità dell’iscrizione alla CAI e la sproporzionata ripercussione negativa su chi si vede iscritto nell’archivio della Centrale Allarmi, nonchè i differenti effetti dell’avvenuto pagamento entro i termini di Legge e la tardiva prova di quest’ultimo.

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Buona fede e irrisorietà del difetto di provvista: la vicenda

Il caso in esame ha visto coinvolta un’imprenditrice veneziana, che con ricorso ex art. 700 c.p.c. ha chiesto al Tribunale Ordinario di Venezia la cancellazione dagli archivi della CAI, ritenendo che non esistessero i presupposti per l’iscrizione. La ricorrente si è ritrovata, infatti, iscritta presso la banca dati, istituita con Decreto Legislativo del 30 dicembre 1999 n. 507 dalla Banca d’Italia, per l’emissione di un assegno con difetto di provvista, difetto che, nella specie, ammontava soltanto ad un euro. Ciò avveniva in totale buona fede e nella erronea convinzione che la provvista fosse sufficiente a coprire l’assegno: informata dalla banca della circostanza impeditiva del pagamento, provvedeva ad effettuare i versamenti finalizzati a reintegrare la provvista nel conto corrente. Oltre al pagamento dell’importo facciale dell’assegno, la ricorrente provvedeva anche a quello degli oneri aggiuntivi di cui all’art. 3 della L. 386/90 e degli interessi di mora pari al 10% dell’importo non pagato: infatti, dal momento della segnalazione, il protestato ha tempo 60 giorni per adempiere al pagamento dell’importo del titolo, con un aggravio relativo ad oneri e spese, più le somme dovute a titolo di penale e di interessi legali. Nonostante tutti gli adempimenti nei termini di Legge, avveniva ugualemnte l’iscrizione negli Archivi Cai, per il fatto che non forniva la prova dell’avvenuto pagamento entro i 60 giorni ne rilasciava la quietanza del portatore dell’assegno con firma autentica, secondo il combinato disposto degli artt. 8 e 9 della L.386/90. Il Tribunale di Venezia ha asserito che nonostante la legittimità dell’iscrizione della correntista alla CAI, “non sussistono i presupposti per la permanenza dell’iscrizione eseguita a carico della ricorrente”, e che ancora “è evidente come l’iscrizione possa essere pregiudizievole per la ricorrente, la quale, esercitando un’attività imprenditoriale, verrebbe identificata come un soggetto inaffidabile […] oltretutto, nel caso in esame il difetto di provvista era pari all’irrisoria somma di un euro ed è stato immediatamente reintegrato, dal che discende l’evidente sproporzione tra la sanzione applicata e l’illecito commesso dalla ricorrente”.

Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Venezia ha ordinato la cancellazione dagli Archivi CAI della ricorrente ad opera di Poste Italiane S.p.a.

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Concorrenza sleale e inadempimento contrattuale

Concorrenza sleale, inadempimento contrattuale ed effetto confusorio: Tribunale di Bologna

Il Tribunale di Bologna con sentenza n. 814/2016, pubblicata in data 25 marzo 2016, si è recentemente espresso in materia di inadempimento contrattuale e concorrenza sleale, ai sensi dell’art. 2598 n. 1 c.c..

La vicenda

La vicenda vede protagonista (e parte attrice del giudizio) un’impresa operante nel settore dell’abbigliamento ready-to-wear e degli accessori nonchè titolare di un marchio noto e importante nel settore della moda, che conveniva in giudizio una società specializzata in servizi fotografici anche di alta moda, imputandole di “aver fornito un servizio fotografico sostanzialmente identico a quello realizzato per altra società concorrente” (cliente della società convenuta). Sulla scorta di ciò, si è opposta al decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Bologna per il pagamento di quanto dovuto a titolo di saldo del compenso di complessivi € 135.000,00 per la realizzazione del servizio fotografico a New York. Le condotte illecite lamentate dalla società attrice erano quelle di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 n. 1 c.c., e grave inadempimento contrattuale: infatti, l’azienda convenuta ha eseguito sì le proprie prestazioni ma in modo lesivo dell’interesse negoziale e non miranti a far conseguire al prodotto e, attraverso questo, al marchio, caratteri di distinguibilità, individualità ed unicità.

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Dello stesso avviso il Tribunale di Bologna: la quasi identità delle due campagne pubblicitarie in oggetto, ha integrato, secondo il Tribunale, una condotta lesiva sul piano della concorrenza, infatti le fotografie in questione “presentano una somiglianza tale da produrre un effetto confusorio, e da affievolire apprezzabilmente la associabilità univoca fra la pubblicità ed il prodotto/marchio di ciascuna delle due imprese attraverso la portata suggestiva veicolata dalle immagini“. Nonostante la presenza di differenze tra i due servizi fotografici (i marchi, lo sfondo sul quale sono ritratte le modelle), l’identità della immagine, l’assenza di elementi significativi, lo stesso numero di modelle, la medesima posa, risultano tutti elementi atti a confondere o quantomeno a collegare i due prodotti, e che potrebbero ingenerare confusione nei consumatori nonchè il collegamento delle due società, effetto confusorio che non è riferibile alla condotta dell’una o dell’altra società, ma piuttosto alla responsabilità del loro ideatore.

Alla luce di ciò, il Tribunale di Bologna ha revocato il decreto ingiuntivo.

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Concorrenza. Emendamenti alla L. 287/1990.

Concorrenza: emendamenti all’art. 8, L. 287/1990.

Area Popolare, uno dei partiti di maggioranza del governo, presenta una serie di emendamenti alla legge sulla Concorrenza, volti alla modifica di importanti aspetti della stessa.

La normativa per la tutela della concorrenza e del mercato. L’art. 8 della legge 287 del 1990

L’art. 8 della legge 287/1990 estende l’ambito di applicazione della disciplina antitrust anche alle imprese pubbliche o a prevalente partecipazione statale. Con tale norma si è voluto eliminare dal campo ogni dubbio circa l’applicabilità delle legge a questi soggetti.

Il capoverso dello stesso articolo prevede un’eccezione in riferimento alle “imprese che, per disposizione di legge esercitano la gestione di servizi d’interesse economico generale ovvero operano in regime di monopolio sul mercato, per tutto quanto strettamente connesso all’adempimento degli specifici compiti loro affidati”.

Il comma 2-bis, inoltre, impone alle imprese in regime di monopolio, qualora intendano svolgere attività in mercati diversi da quelli in cui agiscono, di farlo mediante società separate.

L’intenzione dei proponenti si rivolge in particolare alla modifica del comma 2-quater dell’art. 8, legge 287 del 1990, ai sensi del quale: “Al fine di garantire pari opportunità di iniziativa economica, qualora le imprese di cui al comma 2 rendano disponibili a società da esse partecipate o controllate nei mercati diversi di cui al comma 2-bis beni o servizi, anche informativi, di cui abbiano la disponibilità esclusiva in dipendenza delle attività svolte ai sensi del medesimo comma 2, esse sono tenute a rendere accessibili tali beni o servizi, a condizioni equivalenti, alle altre imprese direttamente concorrenti”.

A ben vedere tale intervento andrà ad incidere inevitabilmente su un recente provvedimento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in tema di concorrenza nel settore delle telecomunicazioni.

Il provvedimento dell’AGCM del 4 gennaio 2016

L’Autorità Antitrust era intervenuta, su richiesta dell’operatore di telefonia H3G S.p.A., la quale contestava alla concorrente la violazione del comma 2 quater dell’art. 8 della legge 287/1990, e segnatamente quelli di offrire l’accesso, a condizioni equivalenti a quelle praticate ad una controllata, ai servizi di cui Poste Italiane S.p.A. aveva la disponibilità esclusiva, essendo gli stessi ricompresi nel servizio postale universale (sostanzialmente monopolio di Poste Italiane S.p.A.).

H3G, in particolare, affermava di avere in più occasioni richiesto a Poste Italiane S.p.A. di poter accedere “alle infrastrutture materiali ed immateriali ed alla rete di sportelli di Poste Italiane S.p.A. per potere offrire i propri servizi di telefonia mobile al pubblico alle medesime condizioni praticate dalla capogruppo alla controllata Poste Mobile S.p.A.”.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, accogliendo nella sostanza le doglianze del ricorrente, rilevava la violazione del citato l’art. 8, co. 2-quater, L. 287/1990 ad opera di Poste Italiane S.p.A., in quanto “omettendo di offrire, dietro esplicita richiesta, ad un concorrente della controllata Poste Mobile, l’accesso, a condizioni equivalenti, ai beni ed ai servizi di cui Poste Italiane stessa abbia la disponibilità esclusiva in dipendenza delle attività rientranti nel servizio postale universale“. Sulla base di tale osservazione, e degli accertamenti compiuti nel corso del procedimento, l’Autorità deliberava, fra l’altro che “la Società Poste Italiane si astenga per il futuro dal porre in essere comportamenti analoghi a quelli descritti nel punto precedente“.

Il Garante, dunque, aveva affermato il diritto degli altri operatori di aprire un punto vendita nei 13 mila 300 uffici postali alle stesse condizioni di cui beneficia Poste Mobile, svolgendo tutte le attività tipiche di promozione dei proprio servizi e prodotti.

L’importante arresto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato rischia di essere reso vano dagli emendamenti presentati dal partito di centro-destra.

Sul provvedimento dell’AGCM pende un ricorso al TAR.