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Abuso del diritto: Il caso

Abuso del diritto: l’Agenzia delle Entrate, a seguito di una verifica a carattere generale, notificava ad un’impresa un avviso di accertamento con cui procedeva a recuperare a tassazione sul reddito di impresa il costo non documentato rappresentato da una nota di credito di oltre 100 mila euro emessa in favore di una propria cliente in difficoltà economiche quale sconto concesso in relazione a pregresse forniture di merci.

Tanto in primo quanto in secondo grado, il Giudice si pronunciava a favore dell’impresa, ritenendo che l’operazione posta in essere, contrariamente a quanto sostenuto dalla Agenzia delle Entrate, fosse solo apparentemente priva di ragionevolezza economica (essendo lo scopo dell’attività di impresa il perseguimento di un lucro, l’Agenzia delle Entrate riteneva l’operazione irragionevole in quanto volta ad annullare totalmente l’ammontare dei ricavi contabilizzati per le vendite effettuate), potendo invece ravvisarsi la sua opportunità “dal punto di vista imprenditoriale”.

Benché a prima vista irragionevole, l’operazione posta in essere dalla Società X, volta ad aiutare la cliente temporaneamente in difficoltà finanziarie, era comunque opportuna in quanto intesa a risollevare le sorti della Società Y e realizzare un beneficio economico futuro dovuto alle vendite attese.

La pronuncia della Corte Suprema: unico limite l’abuso del diritto

La Commissione Tributaria Regionale pertanto, ha ritenuto che l’operazione non fosse imprenditorialmente inappropriata, dal momento che “le strategie aziendali attengono esclusivamente alla sfera dell’amministrazione dell’impresa che valuta la convenienza di effettuare o meno sconti, abbuoni su crediti vantati”. Con il che la Commissione riteneva, evidentemente, di seguire quell’orientamento (maggioritario nella giurisprudenza societaria) propendente a riconoscere e valorizzare il più ampio ruolo dell’autonomia d’impresa.

In ultima analisi, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 4345/2016, ha ribadito la insindacabilità delle strategie operative adottate dall’imprenditore perché l’autonomia dell’impresa non incontra fiscalmente altro limite che quello dell’abuso del diritto.

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A cura di Vanessa Scartozzi

 

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Pubblicità ingannevole: la verità dell’ISS sull’olio di palma

Recuperare la verità dopo tanti articoli di “assoluzione” sull’uso a tavola dell’olio di palma è un processo ardito ma doveroso, a parere dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità). Ultimamente è finito sotto la lente di ingrandimento dei media e dell’opinione pubblica un caso di presunta pubblicità ingannevole sull’olio di palma, pubblicità diffusa sul web, sui giornali e sulle televisioni nazionali, per la quale, secondo molti, occorre fare chiarezza. Il maggiore promotore degli spot sull’olio di palma è l’ “Unione italiana per l’olio di palma sostenibile“, una nuova associazione formata da moltissime aziende e gruppi industriali leader nel settore dolciario, uno schieramento che vede tanti marchi importanti allearsi per una battaglia comune. Questo perchè l’olio di palma, che è un grasso vegetale saturo, quindi “altamente nocivo per il sistema cardiovascolare” (come sostengono ricerche statunitensi ed europee tra cui i nutrizionisti dell’ospedale Humanitas di Milano) è utilizzato in gran quantità nel settore alimentare-dolciario, perchè non altera il sapore dei dolci e allo stesso tempo ne rende perfetta la “consistenza”. I problemi dell’olio di palma per la salute sono stati evidenziati anche dall’Istituto Superiore di Sanità in un recentissimo parere, che conferma che: “la quantità di acidi grassi saturi presenti nella dieta giornaliera non dovrebbe superare il 10% della calorie giornaliere totali. Di questi grassi saturi, 7,72 grammi derivano da alimenti con olio di palma aggiunto (merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate e prodotti da forno…) […], la scelta va indirizzata verso la moderazione dei prodotti venduti nei supermecati che contengono olio di palma“.

La denuncia del Pae all’Antitrust: impatto sull’ambiente e sulla salute

L’ “Unione italiana per l’olio di palma sostenibile”, ha lanciato la campagna per sensibilizzare i consumatori sui valori nutrizionali di questo alimento, tranquillandoli sul fatto che “non presenta rischi per la salute“, e che “la sua coltivazione sostenibile aiuta a rispettare la natura“. Il Partito animalista europeo ha presentato denuncia all’Antitrust per pubblicità ingannevole e all’origine di tale iniziativa, sostiene il Pae, vi è prorio la tutela della salute. Infatti, l’accusa consiste nel fatto che tale campagna promozionale risulta essere “ingannevole e fuorviante in quanto i messaggi informativi risultano essere non corretti e non corrispondenti alla verità inducendo il consumatore a scelte dannose per al propria salute, per le biodiversità e per l’intero ecosistema“, scrive il Pae nel documento. Sostiene ancora il Pae che gli acidi grassi saturi presenti nell’olio, in particolare l’acido palmitico che si trova nell’olio di palma in una concentrazione molto alta (circa il 44%), alzano il livello di colesterolo nel sangue aumentando i rischi di problematiche coronariche e l’insorgenza di alcuni tumori.  Per quanto riguarda l’aspetto legato alla tutela dell’ambiente, si legge nella denuncia che le piantagioni di olio di palma nascono nelle zone sub-tropicali sulla distruzione di terreni forestali. In Indonesia e Nuova Guinea il terreno per la coltivazione viene preparato incendiando intere aree di foresta, distruzione che ha effetti catastrofici sulle specie animali e vegetali, contribuisce al cambiamento del clima, con conseguente rilavante danno ambientale. L’Indonesia, infatti, a seguito di tali brutali fenomeni ambientali, è diventato il terzo emettitore mondiale di gas serra, e secondo il Rapporto quinquennale FAO la sola Indonesia perde un milione di ettari all’anno di foreste pluviali. “Far passare, pertanto, tale messaggio non solo è ingannevole ma anche e soprattutto dannoso per la salute dei consumatori, per l’ambiente e per l’intero ecosistema“, conclude il Partito animalista europeo nella denuncia, e sulla base di tali dati chiede l’intervento dell’Antitrust al fine di censurare l’ingannevole campagna pubblicitaria.

Altre mobilitazioni

In Italia, la petizione del Fatto alimentare “Stop all’invasione dell’olio di palma” ha oltrepassato le 170.000 sottoscrizioni, ed anche il M5S ha annunciato un’interrogazione parlamentare in Commissione Vigilanza Rai. Sulla questione in oggetto, insomma, vi è tutto l’interesse dell’opinione pubblica a fare chiarezza.

Articolo su “QuotidianoNet”

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Concorrenza sleale e contraffazione di marchio: Tribunale di Milano

Con la recentissima sentenza n. 3320/2016, pubblicata in data 15 marzo 2016, il Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di imprese, ha statuito in materia di contraffazione di marchio e di concorrenza sleale, ai sensi dell’art. 2598 nn. 1-3.

Il caso

La controversia in oggetto riguardava una nota azienda specializzata nel settore della pelletteria e della produzione di accessori in pelle, che ha convenuto in giudizio una società concorrente, anch’essa specializzata nel settore della pelletteria, calzatura ed accessori, chiedendo l’accertamento della contraffazione del proprio marchio, regolarmente registrato, ad opera della convenuta: l’azienda, infatti, tra le più note del settore, contestava l’uso improprio e illegittimo del proprio marchio complesso, vale a dire un marchio riconoscibile nel segno che risulta da una composizione di più elementi (uno denominativo ed uno figurativo, nel caso di specie) ciascuno dotato di capacità caratterizzante, la cui forza distintiva tuttavia è affidata a uno di essi, costituente il c.d. cuore, assolutamente protetto per la sua originalità, e, proprio in ragione della fantasia e dell’originalità con cui sono accostati tali elementi, creano una combinazione che riveste un particolare carattere distintivo, dando vita ad un marchio che, nel suo complesso, risulta dotato di forza individualizzante dello specifico prodotto. Tale comportamento, a parere della società attrice, integrerebbe anche gli estremi della concorrenza sleale, sotto il triplice profilo della “imitazione servile”, dell’ appropriazione di pregi e della “scorrettezza professionale”.

Principio della preclusione per coesistenza e assenza del richio di confusione

Nel caso di specie, il Tribunale di Milano ha valutato come sostanzialmente inesistente il pregiudizio alla funzione distintiva del marchio della società attrice, statuendo come il significativo tempo in cui si è protratto l’uso del marchio (uso quasi trentennale), e quindi la coesistenza pacifica dei marchi in questione, uno registrato e l’altro “di fatto”, ha completamente ribaltato gli interessi coinvolti nel conflitto, e quindi la stessa valutazione della tutela loro apprestata dall’ordinamento”. Proprio l’inerzia del titolare del marchio anteriore ha permesso al titolare del marchio posteriore di perpetuare l’uso del marchio, facendo affidamento sulla liceità di tale uso, conquistando cosi un proprio segmento di mercato, nonchè aumentandone la rilevanza. Con il trascorrere del tempo, infatti, e per effetto di una prolungata coesistenza pacifica ed in buona fede dei due marchi in conflitto, viene in concreto a mancare il rischio di confusione. In un siffatto contesto, statuisce il tribunale che “in ragione dell’inerzia di controparte, la società […] ha ritenuto di poter utilizzare liberamente il proprio segno senza far torto a nessuno, così conquistando un proprio mercato, e quindi risulta non accordabile una tutela che, da un lato, non risponderebbe più all’interesse di proteggere la funzione distintiva del segno anteriore, dall’altro, sacrificherebbe completamente l’interesse del titolare del segno posteriore a servirsi dello stesso onde identificare i propri prodotti in un mercato acquisito in “buona fede“, cui fa riferimento la sentenza della Corte di Giustizia che ha affermato il principio della “preclusione per coesistenza“.

Sulla base di tale principio, il Tribunale delle imprese ha rigettato la domanda, non costituendo il caso in oggetto contraffazione di marchi nè integrazione degli estremi della concorrenza sleale.

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Antitrust e Clausole vessatorie. La Società PayPal modifica le condizioni d’uso a seguito dell’intervento dell’AGCM.

Le clausole vessatorie inserite nelle condizioni d’uso diffuse sul sito Internet (www.paypal.com/it) sono state eliminate a seguito dell’avvio di un procedimento dell’antitrust. Tra queste particolare rilevanza per i consumatori assume certamente quella contenuta nel Programma Protezione Acquisti (PPA), che, grazie alla nuova formulazione, consente all’acquirente di usufruire del rimborso provando la mancata consegna di un prodotto anche quando il venditore attesti a sua volta l’avvenuta consegna o spedizione.

 

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Tutti i rilievi

Altra clausola ritenuta vessatoria dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato è quella prevista al punto n. 13.9 delle Condizioni d’uso, rubricata “Che cosa si intende per Notevolmente non conforme alla descrizione?” e relativa alla conformità della descrizione del prodotto. Secondo l’Antitrust la clausola in oggetto non definiva chiaramente il concetto di prodotto “notevolmente non conforme alla descrizione” riservandosi una discrezionalità nella verifica delle effettive difformità e quindi del relativo rimborso.

Stessa sorte per quel che riguarda la clausola n. 14.3, delle Condizioni d’uso, rubricata “legge applicabile e giurisdizione”, relativa alla legislazione da applicare e alla giurisdizione competente in caso di contenzioso: l’AGCM le ha ritenute vessatorie in quanto in grado di determinare un significativo squilibrio dei diritti e obblighi dei consumatori, prevedendo l’applicabilità della legge inglese e la competenza delle corti inglesi o del Lussemburgo, in deroga al principio della competenza del foro di residenza del consumatore.

Inoltre l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha deliberato che la società Paypal Europe s.à.r.l. et Cie S.C.A. pubblichi, a propria cura e spese, un estratto del provvedimento, il cui testo dovrà essere pubblicato per dieci giorni consecutivi sulla home page del sito www.paypal.com/it, con adeguata evidenza grafica.

Le nuove clausole contrattuali sono già disponibili on line ed entreranno in vigore dal 23 marzo prossimo e le modifiche saranno estese alle Condizioni d’uso valide in tutta Europa.

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Imitazione della confezione e concorrenza sleale – Sentenza del Tribunale di Milano

Imitazione della confezione: il Tribunale di Milano ha recentemente statuito, con Sentenza del 12 gennaio 2016, in materia di imitazione del packaging, della confezione e dell’etichetta di prodotti concorrenti e slealtà concorrenziale. 

Il caso

Il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Milano riguardava l’imitazione della confezione di alcuni prodotti cosmetici noti, confezione che, a parere del produttore, presentava, oltre che una certa notorietà, anche caratteristiche individualizzanti specifiche (sia quanto alla forma, sia quanto al colore). L’impresa convenuta si costituiva sottolineando alcune diversità nella forma esteriore dei propri prodotti rispetto ai prodotti concorrenti (in particolare in relazione alla forma dell’etichetta ed ai suoi colori) e la diversa fascia di prezzo, più bassa, alla quale gli stessi appartenevano.

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L’opinione del Tribunale

Il Tribunale, esaminate le circostanze, ha ritenuto che “le diversità sottolineate appaiono non significative, soprattutto ove si consideri che il consumatore, al momento dell’acquisto, non ha normalmente a disposizione le due confezioni accostate, ma opera un confronto mentale solo sulla base del ricordo“. E per il Tribunale, correttamente, non deve aversi riguardo alla effettiva confusione tra i prodotti, bensì alla semplice potenzialità confusoria, poiché “l’illecito confusorio è un illecito di pericolo e ricorre quando il comportamento appare idoneo a creare una possibilità di confusione, sulla base di un giudizio di probabilità formulato in considerazione delle circostanze del caso di specie, senza che vi sia la necessità di provare l’avvenuta confusione“.

Le conclusioni

Alla luce di quanto sopra, pertanto, il Tribunale di Milano, accertata la illiceità della condotta tenuta dalla concorrente, ha, fra l’altro, inibito la ulteriore produzione e commercializzazione dei prodotti sottoposti alla sua attenzione, ordinandone il ritiro dal mercato nazionale, disponendo la pubblicazione del dispositivo della Sentenza su testate di rilievo nazionale, e fissando una penale per ogni giorno di violazione delle statuizioni della Sentenza.

Franchising e concorrenza sleale: nuova Ordinanza del Tribunale di Bologna

Il Tribunale di Bologna si è pronunciato, in data 18 gennaio 2016 con una nuova ed importante Ordinanza cautelare in materia di Franchising e concorrenza sleale (QUI L’ORDINANZA INTEGRALE), avente ad oggetto, sostanzialmente, due aspetti distinti:

  1. da un lato, il diritto del franchisee ad accedere ai dati ed ai documenti di propria pertinenza presenti sul server del Franchisor;
  2. dall’altro, ancora, il diritto del franchisee di non subire turbative illecite sotto il profilo concorrenziale, avuto riguardo allo storno della propria clientela da parte del Franchisor.

 

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Il diritto di accesso ai documenti presenti sul server del Franchisor

A parere del Tribunale, “Pare quindi fondato il diritto della ricorrente a rientrare in possesso dei dati di sua proprietà, immessi nel sistema informatico “(omissis)” ora non più accessibile, e si ritiene anche adeguatamente rappresentato il pericolo nel ritardo, conseguente alla indisponibilità di tutti gli elementi necessari per organizzare la attività di impresa, e gestire, sotto il profilo amministrativo, contabile, e tributario la società, a prescindere dal rapporto di affiliazione, e quindi dall’uso del metodo in titolarità della resistente, cui non è più legittimata, a seguito della risoluzione del contratto”.

Franchising e concorrenza sleale: La problematica concorrenziale

Sul punto il Tribunale, una volta accertato che la ricorrente aveva compiutamente dimostrato la attività di storno di clientela posta in essere ai suoi danni, ha ritenuto che “Il doc.10 prodotto dal ricorrente, (la dichiarazione di recesso proveniente dalla famiglia di un allievo iscritto ad ‘A.’), dimostra che ‘B.’ ha effettivamente contattato gli allievi iscritti ai corsi della ‘A.’, all’evidente scopo di scoraggiarli dal proseguire i corsi di ‘A.’, in sostanziale violazione della previsione di contratto. Allo stato può ritenersi proporzionata una misura ulteriore ed atipica, che valga a riequilibrare la lesione patita dalla ricorrente sul piano concorrenziale, come il divieto imposto alla resistente di entrare in contatto con i clienti già di ‘A.’ per un breve tempo, che si indica in mesi sei dalla comunicazione del provvedimento; in tale modo si “annulla” il vantaggio illecitamente acquisito da ‘B.’, nel momento in cui si è appropriata degli elenchi clienti utilizzandoli a fini concorrenziali

Franchising e concorrenza sleale: le conclusioni del Tribunale

Il Tribunale, pertanto, così concludeva:

“In parziale accoglimento del ricorso:

ordina alla ‘B.’ S.r.l. di fornire alla ricorrente ‘A.’ S.r.l. per entrambi gli anni accademici 2013/2014 e 2014/2015, in copia digitale e cartacea, i seguenti dati, estratti dal sistema “(omissis)” già in uso alla affiliata:

– dati anagrafici degli allievi iscritti (Nome, Cognome, data di nascita, c.f., residenza)

– contatti degli allievi (telefono, mail)

– dati didattici degli allievi: corsi ai quali erano iscritti, frequenza

– dati contabili degli allievi (crediti, versamenti, saldi da ricevere)

– dati relativi ai corsi individuali: ore svolte, ore già corrisposte e saldo delle ore da corrispondere

– dati anagrafici dei docenti (Nome, Cognome, data di nascita, c.f., residenza)

– contatti dei docenti (telefono, mail)

– dati contabili dei docenti (conteggi ore, pagamenti fatti, saldi ancora da corrispondere)

– dati didattici dei docenti: corsi tenuti, calendario delle lezioni e ore svolte in classe

– dati dei docenti relativi alle ore individuali sostenute; riferimenti contabili relativi alle ore già corrisposte e da corrispondere.

Inibisce alla ‘B.’ S.r.l. di utilizzare i dati di cui sopra, e comunque di stipulare o mantenere contratti con gli allievi i cui nominativi sono ricompresi nei dati di ‘A.’ S.r.l., per la durata di mesi sei dalla notifica del presente provvedimento.

Condanna ‘B.’ S.r.l., per il caso di inosservanza, dal 6 giorno lavorativo successivo alla ricezione della notificazione del presente provvedimento, a mezzo di ufficiale giudiziario, al pagamento di una penale così fissata:

– Euro.200,00 per ogni giorno di ritardo nella restituzione dei dati inseriti nel sistema “(omissis)”, e di proprietà della ricorrente, come indicati in dispositivo;

– Euro.200,00 per ciascun allievo compreso negli elenchi di cui al dispositivo, con cui siano stabiliti o mantenuti i contatti, nel termine di sei mesi indicato, direttamente o tramite terzi riferibili a ‘B.’ S.r.l.

Condanna la resistente alla rifusione delle spese a favore della ricorrente, che liquida in Euro. 4.000,00 per compensi, Euro. 300,00 per esborsi, oltre accessori di legge”.

QUI la Legge Franchising

Concorrenza parassitaria diacronica, autonoma ipotesi di concorrenza sleale

Con la pronuncia n. 22118, depositata in data 29 ottobre 2015, la Suprema Corte di Cassazione ha specificato i confini d’applicazione della concorrenza parassitaria, inquadrabile come violazione dei principi di correttezza professionale di cui all’art. 2598 n. 3 c.c., contemplandone un’analisi concreta, che consenta, in modo più aderente all’odierna realtà giuridica, di individuare specifici elementi di slealtà concorrenziale con finalità parassitarie. In tale recentissima sentenza, la Suprema Corte ribadisce la nozione stessa della figura dell’illecito, sottolineando che la concorrenza sleale parassitaria consiste in un “continuo e sistematico operare sulle orme dell’imprenditore concorrente attraverso l’imitazione non tanto dei prodotti ma piuttosto di rilevanti iniziative imprenditoriali di quest’ultimo e riguardante comportamenti idonei a danneggiare l’altrui azienda con ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale“.

Il caso oggetto della pronuncia

La controversia in questione riguardava una consolidata azienda di Loreto, specializzata nella lavorazione di articoli religiosi , la quale contestava una sentenza della Corte d’Appello di Venezia che aveva parzialmente accolto le richieste della convenuta, altra società concorrente nello stesso settore, confermando la sentenza di primo grado in ordine alla contraffazione dei diritti di privativa nella titolarità della convenuta ed alla sussistenza degli atti di concorrenza sleale, ex art. 2598 c.c., n. 3, con l’inibitoria alla società loretina di commercializzare e pubblicare, sotto ogni forma, gli oggetti religiosi,dei quali la Corte aveva accertato l’invalidità. Sulla base di tali accertamenti di invalidità, il giudice di appello aveva poi concluso per la piena responsabilità della azienda loretina, per gli atti di concorrenza sleale compiuti, da qualificarsi come concorrenza parassitaria diacronica, ovvero la condotta di chi sistematicamente riproduce i passi imprenditoriali altrui, imitandone tutte o quasi le iniziative, con l’effetto di trarre parassitariamente un vantaggio concorrenziale e un conseguente profitto di risorse e patrimonio aziendali non propri. Contro tale decisione, si proponeva ricorso per Cassazione e il giudice della Suprema Corte ha statuito che il giudice di appello, pur richiamando i requisiti essenziali per l’integrazione della condotta di parassitismo, non ha spiegato se essi abbiano integrato o meno il comportamento della società ricorrente. La concorrenza sleale parassitaria ricompresa fra le ipotesi previste dall’art. 2598, n. 3, c.c., “si riferisce a mezzi diversi e distinti da quelli relativi ai casi tipici di cui ai precedenti nn. 1 e 2 della medesima disposizione, sicchè, ove si sia corretamente escluso nell’elemento dell’imitazioen servile dei prodotti altrui il centro dell’attività imitativa debbono essere indicate del concorrente sistematicamente e durevolemnte plagiate, con l’adozione e lo sfruttamento, più o meno integrale ed immediato, di ogni sua iniziativa, studio o ricerca, contrari alle regole della correttezza professionale“.

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Concorrenza sleale “per agganciamento” – Nuova Sentenza del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano si è recentemente pronunciato, con la Sentenza n. 2471/2016, depositata il 25 febbraio 2016, su una fattispecie di concorrenza sleale c.d. “per agganciamento”. Il caso sottoposto all’esame del Tribunale riguardava l’impiego, da parte di un’impresa di produzione di abbigliamento, del patronimico di un notissimo stilista (seppure parzialmente differenziato mediante numeri e sigle) e di una notissima casa di moda nell’ambito della propria Ditta e su alcuni dei propri prodotti.

L’impresa agiva essa stessa avanti il Tribunale di Milano per sentire dichiarare la liceità del proprio contegno, e la conseguente legittimità dell’impiego del patronimico nelle modalità suindicate.

Le valutazioni del Tribunale

Per il Tribunale, nel caso di specie, il patronimico “per la rilevanza assunta nel contesto complessivo, va a costituire il nucleo ideologico in cui si riassume l’attitudine individualizzante (c.d. “cuore”), dotato di autonoma ed esclusiva potenzialità evocativa nella memoria del consumatore“. Per tale ragione, allora, “ai sensi dell’art. 20 del Codice della Proprietà Industriale l’uso del segno come marchio da parte degli attori  consentirebbe loro di trarre indebitamente vantaggio dalla rinomanza dei segni della convenuta, e contemporaneamente ne pregiudicherebbe la forza distintiva“. Pertanto, conclude il Tribunale, “la pretesa di accertamento della liceità della condotta documentata appare destituita di fondamento – a fronte  della sua evidente natura parassitaria della notorietà dei segni – dovendo al contrario la stessa valutarsi alla stregua di contraffazione dei marchi della resistente, e come tale fonte di legittime reazioni, quali la richiesta di sequestro doganale“.

Le conclusioni del Tribunale

Alla luce di quanto sopra, pertanto, il Tribunale di Milano:

-rigettava tutte le richieste degli attori;

inibiva agli attori ogni uso dei segni distintivi contenenti il patronimico per distinguere i propri prodotti e la propria attività, comprensivi dell’uso come ditta, insegna e nome a dominio, salvo che nelle relazioni commerciali con soggetti diversi dai consumatori finali, nel timbro e nella modulistica e laddove sia rigorosamente imposta dalla legge nei rapporti con l’autorità amministrativa e non altrimenti surrogabile;

-condannava gli attori al rimborso delle spese di lite, quantificate in Euro 20.000,00 oltre accessori di Legge.

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Sicurezza alimentare, Coldiretti: un pacco di pasta su tre prodotto con grano straniero

Il grano duro coltivato in Italia non basta per tutti. La produzione italiana di grano duro non è, infatti, sufficiente a soddisfare le richieste dei produttori italiani di pasta, e questo perchè c’è un deficit di materia prima nazionale pari al 30-40% del fabbisogno del settore. Senza contare il fatto che senza grano estero l’Italia non potrebbe esportare la nostra pasta in tutto il mondo: producendo pasta fatta con solo grano italiano non potremmo esportarne il 58%, come facciamo attualmente. Con danni enormi al settore e agli altri comparti trainati dall’export di pasta, come olio, formaggio e pomodoro”. Così si legge in un comunicato di Aidepi, l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane, prendendo le distanze dalla protesta di Coldiretti delle ultime ore. Secondo la Coldiretti, un pacco di pasta su tre in vendita in Italia è prodotto con grano straniero ma i consumatori non possono saperlo perchè non è obbligatorio indicarne la provenienza sull’etichetta. “I cittadini – spiega il presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantelepotrebbero voler sostenere la produzione regionale che invece a causa della concorrenza sleale rischia di scomparire”. La Coldiretti, insomma, vuole difendere il Made in Italy agroalimentare, ed ha appoggiato gli agricolatori italiani che hanno cercato di fermare, durante una recentissima mobilitazione, le navi provenienti dall’estero che scaricano mais, soia e grano al porto di Bari.

Sicurezza alimentare, grano sospetto a Bari, tracce di aflatossine

Qualche giorno fa al porto di Bari sono arrivate quattro navi provenienti da Regno Unito, Canada e Panama. Proprio nel grano trasportato in quest’ultima, il Corpo Forestale ha rilevato la presenza di aflatossine, tra le sostanze più cancerogene esistenti ed il prodotto è finito subito in laboratorio per effettuare ulteriori analisi. “Ci preoccupa – spiega Cantele – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In soldoni, dice Cantele, “in Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali”. Sulla scorta di questa notizia, l’associazione di categoria Coldiretti ha denunciato come nel 2015, e per l’esattezza in 7 mesi, siano “più che quadruplicati gli arrivi di grano dall’Ucraina per un totale di oltre 600 milioni di chili e praticamente raddoppiati quelli dalla Turchia per un totale di circa 50 milioni di chili”. Secondo Coldiretti questo sarebbe il risultato di “scelte poco lungimiranti fatte nel tempo da chi ha preferito fare acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da “spacciare” come pasta o pane Made in Italy, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato”. Gli agricoltori della Coldiretti chiedono insomma trasparenza sulla provenienza e sulla qualità del grano che approda a Bari dall’estero, con particolare riferimento alla presenza di micotossine, per la sicurezza alimentare del consumatore.

Sicurezza alimentare – Etichettature e controlli

In Italia non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza del grano duro o di altri cereali per produrre la pasta. I consumatori possono, però, ricorrere a qualche stratagemma per conoscerne la provenienza: infatti, spesso le aziende che producono pasta utilizzando soltanto grano italiano ne fanno un vanto e riportano questa informazione in etichetta, per far capire ai consumatori che si trovano di fronte ad un vero prodotto Made in Italy. Inoltre, il grano duro italiano o proveniente dall’estero deve superare dei controlli molto rigorosi prima di essere utilizzato per produrre la pasta, controlli che riguardano sia le leggi italiane che europee. Il presidente di Coldiretti Puglia chiama in causa l’Europa e il governo: “Serve una norma che imponga l’obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato, altrimenti si vende per Made in Italy ciò che non è“.

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