Slealtà concorrenziale e diritto d’autore

Il Tribunale di Milano ha pronunziato una recentissima Sentenza (pubblicata il 5 febbraio 2016) in materia di slealtà concorrenziale e diritto d’autore, con la particolarità costituita dal fatto che ad essere convenuta in giudizio per concorrenza sleale era non soltanto l’impresa concorrente, ma anche un soggetto terzo, “accusato” di aver “fiancheggiato” la violazione del diritto d’autore e l’attività slealmente concorrenziale.

La vicenda

La vicenda riguardava la realizzazione, da parte di un’impresa del settore moda, di un sito internet che presentava talune affinità con il sito di un’impresa concorrente, sito che, a propria volta, era accessibile unicamente a soggetti registrati, principalmente giornalisti del settore moda. La concorrente aveva pertanto effettuato l’accesso al sito sotto pseudonimo e (questa è la tesi dell’impresa attrice) avrebbe carpito, con diversi mezzi, informazioni sul funzionamento del sito e sui clienti dello stesso. Dopo ciò avrebbe, inoltre, per il tramite di una Società dalla stessa partecipata, realizzato un sito internet di contenuto analogo (violando così il diritto d’autore della concorrente), sottraendo, poi, clientela ed informazioni riservate all’impresa concorrente, dei cui pregi si sarebbe anche appropriata, indicando il proprio servizio come “nuovo”.

Le valutazioni del Tribunale di Milano

Sul coinvolgimento del soggetto terzo (il “fiancheggiatore”), questione necessariamente preliminare, il Tribunale ha avuto modo di rilevare che se il terzo agisce in collegamento, o comunque a vantaggio del concorrente, allora risponderà, in solido con quest’ultimo, degli atti di concorrenza sleale, ai sensi dell’art. 2043 c.c.. 

Sulla violazione del diritto d’autore il Tribunale ha ritenuto che “anche se depositate in SIAE, non possono trovare tutela autorale le indicazioni generiche sulla funzionalità del servizio, sui requisiti tecnici delle immagini, le condizioni economiche del servizio“.

Sulla appropriazione di pregi, a parere del Tribunale, “la semplice indicazione di un servizio come ‘nuovo’ non comporta appropriazione di pregi rilevante ai sensi dell’art. 2598, n. 2, c.c.“.

Conclusioni

Una pronuncia certamente interessante, quella in commento, in quanto fornisce indicazioni non soltanto relative al caso di specie in decisione, ma anche in relazione ai principi generali (sul “giuridicamente consentito” e su ciò che non lo è), dal concorso del terzo nell’illecito concorrenziale altrui, ai possibili oggetti della tutela “d’autore”.

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Pratiche commerciali scorrette – Mancata consegna merce

Pratiche commerciali scorrette: il caso

E’ on line il Bollettino n. 2 / 2016 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nel quale si rinviene un interessante provvedimento in materia di Pratiche commerciali scorrette. La fattispecie esaminata dall’Autorità riguardava l’attività di un’impresa di commercio on – line di prodotti, la quale, stando alle segnalazioni effettuate da numerosi consumatori, in diversi casi non avrebbe provveduto ad inviare la merce ordinata, e regolarmente pagata. L’impresa non avrebbe, poi, dato seguito a numerose richieste, di adempimento o di rimborso, formulate dai consumatori.

Gli accertamenti compiuti

Nel corso della propria attività istruttoria, l’Autorità Garante avrebbe accertato che gli inadempimenti riguarderebbero, complessivamente, diverse decine di consumatori. In particolare, a parere dell’Autorità, “il professionista pone in vendita, attraverso i propri siti web, alcuni prodotti indicati come disponibili, impegnandosi ad inviarli entro un determinato termine, mentre in realtà procede all’acquisto dei beni solo successivamente all’ordine del consumatore. Dalle segnalazioni risulta che, in molti casi, il professionista giustificava il ritardo della consegna con generiche difficoltà, offrendo comunque garanzie sulla bontà della consegna dei prodotti ordinati e regolarmente pagati o mostrandosi disponibile alla restituzione del prezzo pagato, salvo poi non ottemperare a quanto promesso circa la consegna e quindi la restituzione di quanto pagato“.

Le valutazioni dell’Autorità

A fronte delle risultanze di tali accertamenti, l’Autorità ha ritenuto che il rapporto tra ordini ricevuti ed ordini regolarmente evasi, nonché il numero degli ordini annullati renderebbe evidente l’esistenza di gravi criticità, “significative di un fortissimo deficit organizzativo e gestionale, ben superiore a qualsiasi fisiologica e contingente difficoltà di approvvigionamento, incompatibile con l’offerta ai consumatori di beni di consumo e con le iniziative promozionali che il professionista svolge per accreditarsi presso il pubblico dei consumatori“.

Il provvedimento

Formulate tali valutazioni, l’Autorità Garante ha ritenuto sussistente un imminente pregiudizio per i consumatori, derivante dalla prosecuzione della attività, e ne ha ordinato la immediata cessazione. 

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Internet

La vittima del reato alla luce del decreto legislativo 212 del 15 dicembre 2015

Dal 20 gennaio sono entrate in vigore le nuove norme poste a tutela della vittima del reato, in attuazione della diretta 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 2 ottobre 2012.

Il provvedimento in commento apporta importantissime modifiche al codice di procedura penale e alle norme di attuazione, conferendo alla persona offesa dal reato maggiori diritti e poteri. L’obiettivo del legislatore (quello europeo in primis) è quello di predisporre un’efficace strumento per la tutela, l’assistenza e partecipazione consapevole nel procedimento penale.

Tra le novità di maggior rilievo meritano di essere menzionate: il nuovo comma 2 bis dell’art. 90 del Codice di procedura penale, ad esito del quale se vi è incertezza sulla minore età della persona offesa dal reato, il giudice può disporre anche d’ufficio una perizia. Se l’incertezza persiste la minore età si considera presunta, ma ai soli fini processuali. Non meno rilevante la modifica apportata al comma 3 della stessa norma. Con essa il legislatore ha voluto dare un formale riconoscimento normativo della famiglia di fatto; in caso di decesso della persona offesa, infatti, le facoltà e diritti di questa sono attribuiti anche al convivente more uxorio.

DIRITTO DI INFORMAZIONE

Importanti novità anche in tema di diritto della vittima del reato ad essere informata del procedimento penale che la coinvolge.

In tale ottica viene introdotto l’art. 90 bis c.p.p., con il quale la persona offesa, fin dal suo primo contatto con l’autorità procedente, deve essere informata in merito: alle modalità di presentazione della denuncia o querela; della facoltà di ricevere comunicazione dello stato del procedimento; di essere informata della richiesta di archiviazione; della possibilità di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato e di interpretazione e traduzione; della possibilità di chiedere il risarcimento dei danni derivanti del reato.

Di particolare rilievo è il diritto, introdotto dal nuovo art. 90 ter c.p.p., per la vittima di delitti commessi con violenza alla persona di essere informata circa la scarcerazione dell’autore del reato o della sua evasione.

LA CONDIZIONE DI PARTICOLARE VULNERABILITA’

Le maggiori novità riguardano la condizione di particolare vulnerabilità in cui possono trovarsi talune tipologie di vittima del reato.

Secondo il nuovo art. 90 quater tale condizione è “desunta, oltre che dall’eta’ e dallo stato di infermita’ o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalita’ e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se e’ riconducibile ad ambiti di criminalita’ organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalita’ di discriminazione, e se la persona offesa e’ affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato”.

In questa prospettiva, il legislatore ha introdotto specifiche cautele per l’audizione della vittima particolarmente vulnerabile in tutte le fasi del processuali: così il nuovo ultimo comma dell’art. 134 c.p.p. ha disposto l’obbligo della riproduzione audiovisiva anche al di fuori dei casi di assoluta indispensabilità; nuove disposizioni affinché la persona particolarmente vulnerabile non abbia contatti con l’indagato e non venga chiamata più volte (comma 1 ter dell’art. 351 c.p.p.); la possibilità che il suo esame in sede di incidente probatorio o in dibattimento avvenga con modalità protette (artt. 392, comma 1-bis c.p.p., art. 398, comma 5-quater).

La riforma, così sinteticamente riportata, costituisce certamente un passo avanti per una piena tutela della persona offesa dal reato. Ovviamente resta da capire come e con quale grado di efficacia le nuove disposizioni saranno materialmente recepite dagli uffici giudiziari.

Clicca qui per consultare il decreto legislativo 212 del 15 dicembre 2015.

A cura di Pasquale Distefano

Diffamazione su Facebook – Il casoDiffamazione su Facebook

Diffamazione su Facebook: il web, con i Social Network o i Forum, è sempre più “piazza virtuale”. Il Tribunale di Bologna si è recentemente occupato di un caso riguardante la pubblicazione di un post diffamatorio nei confronti di un medico. Nel post un utente sarebbe stato invitato da un altro utente, già paziente del medico, a “scappare a gambe levate”, in quanto il medico sarebbe stato un “ciarlatano”, un “ladro” ed un “rubasoldi”.

Diffamazione: i principi di diritto

Alla diffamazione su Facebook sì applicano i medesimi principi di diritto relativi alla  diffamazione “ordinaria”. Occorre rilevare, peraltro, che tale equiparazione è stata riconosciuta anche dalla Corte di Cassazione in diverse Sentenze, ed anche negli anni 2014 e 2015. Rileva il Giudice, infatti, che “la legge richiede per il reato di diffamazione che la valutazione negativa espressa su un determinato soggetto trascenda i limiti del diritto di critica, individuati dalla giurisprudenza nella veridicità della notizia, nella sua rilevanza per l’interesse pubblico, e nella continenza verbale… In particolare, è indubbio che espressioni quali quelle contenute nel post per cui  è causa (come ‘ladro’, ‘ruba soldi’ e ‘ciarlatano’), per il loro contenuto offensivo e dispregiativo non rispettano il requisito della continenza verbale

Diffamazione su Facebook: il risarcimento del danno

 Nel caso di specie, poi, il Tribunale di Bologna ha avuto modo di rilevare che l’aggressione operata ai danni del medico rivestiva carattere di gravità, ma che, in ogni caso, la stessa si era limitata ad un unico post (“tenuto conto del contesto all’interno del quale si inserisce il post in epigrafe ed in considerazione del fatto che si tratta di un unico messaggio‘). Data tale premessa ha quantificato in via equitativa il risarcimento del danno spettante al medico in Euro 10.000,00 (diecimila). 

Internet

La Suprema Corte di Cassazione ritorna sul nuovo delitto di false comunicazioni sociali ex artt. 2621 – 2622 c.c., mutando radicalmente orientamento.

La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali, così come riformate dalla legge 69/2015, ha, fin dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, suscitato forti dubbi in dottrina e giurisprudenza circa la portata del nuovo delitto.

Come è noto, il legislatore del 2015 ha profondamente modificato la precedente disciplina, trasformando il reato di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., da illeciti contravvenzionali in due distinti delitti (art. 2621 c.c. per le società non quotate e art. 2622 c.c. per le società quotate), entrambe concepite come reati di pericolo e perseguibili d’ufficio, innalzando notevolmente, altresì, la cornice edittale della pena.

Dubbi tuttavia sono sorti in merito al significato letterale delle parole utilizzate dal legislatore per circoscrivere la rilevanza penale delle condotte ivi descritte. In particolare, ci si interrogava sul significato delle parole “fatti materiali rilevanti” e parallelamente sulle intenzioni del legislatore nell’aver abbandonato la precedente dizione “ancorché oggetto di valutazioni”. In altre parole, se la nuova formulazione avesse notevolmente ridotto l’area del penalmente rilevante ai soli fatti falsi (inteso come fatto / evento fisico), con esclusione dei c.d. falsi valutativi (interpretazione pacificamente ammessa nella previgente disciplina), o se, viceversa, l’ambito applicativo sia rimasto lo stesso.

La prima pronuncia della Cassazione. La Sentenza Crespi.

Subito dopo l’entrata in vigore della novella, la Corte di Cassazione si è pronunciata optando per una interpretazione rigorosa e restrittiva del riformato delitto di false comunicazioni sociali. I giudici di legittimità sostennero così l’avvenuta abrogazione della condotta relativa ai falsi valutativi.

La Sentenza n. 890/2016. Il fatto

La sentenza in commento riguarda il fallimento di una Società a responsabilità limitata il cui amministratore unico, al fine di ingannare il pubblico ed ottenere per la società un ingiusto profitto, nei bilanci degli esercizi dal 2002 al 2005 indicava fatti non corrispondenti al vero.

Tra i fatti oggetto di informazioni fraudolente vi era una parte considerevole di crediti c.d. incagliati, sostanzialmente inesigibili. L’esistenza dei crediti era sì reale, ma il suo valore veniva però sovrastimato, adducendo un improbabile capacità di realizzo, creando di conseguenza una artificiosa rappresentazione sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società.

Il nuovo criterio interpretativo

La Corte, ha messo in secondo piano l’approccio interpretativo testuale della norma, privilegiando una lettura logico – sistematico dei concetti “fatti materiali rilevanti”,  dando agli stessi un significato tecnico e non di linguaggio comune. In particolare i Giudici di legittimità hanno rilevato che la parola materiale deve essere intesa come sinonimo di essenzialità, “nel senso che, nella redazione del bilancio devono trovare ingresso – ed essere valutati – solo dati informativi essenziali ai fini dell’informazione, restandone al di fuori tutti i profili marginali e secondari”.

Inoltre, la Corte, con espresso richiamo all’art. 2, punto 16, della Direttiva 213/34/UE (relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese), ha affermato che il concetto di “rilevanza” (al pari della materialità) “deve, dunque, essere apprezzato in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali dirette ai soci ed al pubblico, nel senso che l’informazione non deve essere “fuorviante”, tale, cioè, da influenzare, in modo distorto le decisioni degli utilizzatori”.

Anche il termine “fatti” deve essere inteso in senso lato, come “dato informativo della realtà che i bilanci e le altre comunicazioni, obbligatorie per legge, sono destinati a proiettare all’esterno”. Tale termine, nota ancora la Corte, non è stato scelto a caso dal legislatore, ma per la sua flessibilità, in quanto utile per ricomprendere non soltanto il bilancio ma anche le altre, obbligatorie, comunicazioni sociali.

Alla luce di tale interpretazione, la Corte è approdata alla conclusione che nella locuzione “fatti materiali rilevanti” possono senz’altro rientrarvi le valutazioni, poiché – “il bilancio -principale strumento di informazione- si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore espresso in grandezza numerica”.

Sulla base di tali considerazioni la Suprema Corte, negando rilevanza alla rimozione della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, ha sconfessato il precedente orientamento elaborando il principio secondo cui “nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai ‘fatti materiali’ quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengono in contesti che implicano l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere una funzione informativa e possono dirsi veri o falsi

Stante l’evidente contrasto giurisprudenziale venutosi a creare sul nuovo delitto di false comunicazioni sociali è legittimo aspettarsi a breve un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite.

Per leggere il testo della Sentenza clicca qui

A cura di Pasquale Distefano

Internet

Diritto Bancario: Antitrust apre inchiesta su Abi per l’accordo Seda

Diritto Bancario e Antitrust: L’AGCM apre un’istruttoria sull’Abi (Associazione Bancaria Italiana) per far luce sull’accordo Seda, il servizio aggiuntivo sulle domiciliazioni bancarie offerto da tutte le banche aderenti all’Abi dall’ ottobre 2013 per il pagamento di bollette, tasse e tariffe. Come si legge nel Bollettino settimanale dell’ AGCM, il relativo accordo interbancario “potrebbe costituire un’intesa restrittiva della concorrenza con il possibile aumento dei prezzi complessivi a carico delle imprese rispetto al vecchio modello Rid“, aumento “che potrebbe essere trasferito a valle a carico dei consumatori“. Alla luce delle informazioni fornite dai principali consumatori del servizio Seda, ovvero le grandi imprese fatturatrici di servizi, secondo l’Antitrust “risulta che, ad una prima stima, il passaggio dal rid al Seda abbia comportato un significativo aumento delle commissioni complessivamente pagate. In particolare, alcune imprese e associazioni di imprese hanno evidenziato aumenti variabili per un minimo del 30% fino ad arrivare all’80%“.

La politica dei prezzi

La novità del nuovo sistema prevede che il prezzo per il servizio sia scomposto in due: uno da pagare alla banca che domicilia le bollette e l’altro da riconoscere a quella dell’impresa che fattura. L’Abi ha però deciso che a dover pagare sia solo la parte che incassa il credito e che la commissione non sia contrattata fra l’azienda e la banca del cliente, ma debba essere “pari alla commissione massima definita in maniera unilaterale” dalla banca medesima e aggiornata ogni due mesi. L’Antitrust sottolinea da parte di Abi “la definizione di un sistema di pricing per la corresponsione delle commisisoni seda che, generando il lock-in del beneficiario del servizio che paga la corrispondente commissione, inibisce le normali spinte concorrenziali, non consentendo a chi deve pagare la commissione per il servizio di scegliere la controparte a cui pagarla sulla base del minore livello delle commissioni applicate“.

La replica di Abi

Abi si dice pronta a dare i necessari chiarimenti. Giovanni Sabatini, Direttore generale dell’Associazione, ha dichiarato che “l’associazione bancaria già prima del lancio di Seda aveva avviato un’interlocuzione con la Banca D’Italia e con l’Antitrust per spiegare le novità del modello” e conferma la piena disponibilità nel fornire delucidazioni e nell’esplorare ogni possibile spazio di miglioramento.

La conclusione del procedimento dell’Antitrust è fissata entro il 31 marzo 2017.

Articolo su “Il Sole 24 ore”

A cura di Loredana Spezzano

Diritto di internet – Comunicato Islabonita

Diritto di internet – Abbiamo ricevuto incarico dal prestigioso Allevamento di Golden Retrievers e di Gatti Norvegesi delle Foreste “ISLABONITA” di tutelarne l’immagine, a fronte di alcuni gravi attacchi mediatici subìti via internet.

L’Allevamento Islabonita ha all’uopo pubblicato il seguente comunicato sulla propria  PAGINA FACEBOOK Diritto di Internet

Lo Studio è sempre al fianco di chi ama gli animali. Ringraziamo pertanto il prestigioso allevamento che ci ha riconosciuto fiducia e ci ha incaricato di tutelarne buon nome e reputazione da critiche, ritenute lesive, delle quali sarà il giusto e prudente apprezzamento del Giudice civile a determinare la liceità (o la illiceità).

Diritto di internet: l’opinione della giurisprudenza

La questione ripropone, parlando in termini più generali, l’argomento della libertà di pensiero e di parola su internet, e la possibilità, sempre presente, che un commento (o più commenti) sfocino nella vera e propria diffamazione on line. Nella Sentenza 24431 / 2015, la Corte di Cassazione ha statuito che “nell’offesa arrecata ad una persona tramite un ‘post’ pubblicato sulla bacheca di Facebook si riscontrano i profili del reato di diffamazione aggravata così come avviene nell’offesa a mezzo della stampa“. Questo poiché “La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone“. L’orientamento giurisprudenziale prevalente presso la Corte di Cassazione, pertanto, sembra propendere quasi per una sorta di parificazione (dal punto di vista del trattamento dell’illecito) dell’utente dei social network ai giornalisti, se e nella misura in cui ledere ingiustamente la reputazione di una persona su un social network è assimilabile a vilipenderla sulla pubblica piazza, con tutto ciò che ne consegue, anche in termini di applicazione della fattispecie aggravata, in luogo di quella semplice.

Internet

Concorrenza: il diritto comunitario mira a garantire l’applicazione uniforme delle regole poste a tutela della concorrenza attraverso lo “European Competition Network (ECN)”, che favorisce la cooperazione tra la Commissione Europea e le Autorità nazionali garanti della concorrenza. Lo ECN si configura come un efficace strumento di contrasto alle pratiche limitative della concorrenza poste in essere dalle imprese operanti a livello transnazionale.

Attraverso questa rete le Autorità nazionali attuano un virtuoso scambio di informazioni, condividono le proposte di decisioni, ottenendo opinioni e commenti dalle altre Autorità, al fine di condividere la propria esperienza e le migliori tecniche.

Il punto 1 della comunicazione della Commissione sulla cooperazione nell’ambito della rete delle Autorità garanti della concorrenza (GU 2004, C 101, pag. 43) afferma: “Il Regolamento n. 1/2003 (…) istituisce un sistema di competenze parallele in base al quale la Commissione e le Autorità garanti della concorrenza degli Stati membri (…) possono applicare l’articolo [101 TFUE] e l’articolo [102 TFUE]. La Commissione e le Autorità garanti della concorrenza degli Stati membri formano insieme una rete di pubbliche Autorità: esse operano nell’interesse pubblico e cooperano strettamente per tutelare la concorrenza. La rete costituisce un foro di discussione e di cooperazione in materia di applicazione e di vigilanza sul rispetto della politica comunitaria della concorrenza. Essa costituisce il quadro nel quale si realizza la cooperazione tra le Autorità europee garanti della concorrenza sui casi ai quali si applicano gli articoli [101 TFUE] e [102 TFUE] e rappresenta la base per instaurare e preservare una cultura comune in materia di concorrenza in Europa. La rete è denominata “European Competition Network” (ECN) (…)“.

Nel 2006 lo ECN adottò il programma modello di clemenza, altresì fece, nel 2007, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (“Agcm”), ideando un modello simile che prevedeva, e tuttora prevede, una domanda “semplificata” di clemenza. Il modello è inteso a favorire il contrasto ai cartelli.

In particolare si è voluto dar vita ad un meccanismo che incentivasse le imprese a denunciare l’esistenza di accordi illeciti, ricompensando la prima di esse capace di fornire elementi probatori attraverso un trattamento sanzionatorio di favore, e quindi concedendole l’immunità totale o la riduzione dell’importo dell’ammenda.

Il caso

Nel caso sottoposto alla valutazione della Corte di Giustizia le Società DHL Express (Italy) Srl e DHL Global Forwarding (Italy) SpA proponevano ricorso contro l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei cofronti di Schenker Italiana SpA ed Agility Logistics Srl. Negli anni 2007 e 2008 dette società presentarono separatamente alla Commissione ed all’AGCI delle domande di clemenza adducendo la violazione del diritto della concorrenza dell’Unione nel settore dei servizi di trasporto internazionale di merci.

Con la decisone del 15 giugno 2011 l’Agcm ha stabilito che tutte le imprese anzidette avevano partecipato ad un’intesa in violazione dell’art. 101 TFUE. Riconosceva inoltre che la Schenker fosse stata la prima ad aver chiesto l’immunità dalle ammende in Italia, poiché aveva depositato la propria domanda in data 12 dicembre 2007, e le accordava l’immunità dall’irrogazione dell’ammenda. La DHL e l’Agility sono state invece condannate al pagamento delle ammende, il cui ammontare è stato successivamente ridotto. La DHL pertanto adiva i giudici italiani al fine di ottenere il parziale annullamento della decisione sostenendo che questa, ingiustamente, non le avesse attribuito la prima posizione nella graduatoria del programma nazionale di clemenza e, pertanto, il beneficio dell’immunità dalle ammende.

Secondo la DHL “i principi del diritto dell’Unione obbligano l’Autorità nazionale che riceva una domanda semplificata di clemenza a valutarla prendendo in considerazione la domanda principale d’immunità che la stessa società ha presentato alla Commissione“. La DHL sostiene pertanto che l’Agcm avrebbe dovuto tenere conto della domanda di immunità presentata dalla stessa alla Commissione in data 5 giugno 2007, quindi prima della domanda proposta dalla Schenker dinnanzi all’Agcm.

L’intervento della Corte di Giustizia

Il Consiglio di Stato sospende il procedimento e sottopone alla Corte le questioni pregiudiziali del caso.

La Corte così interpellata dichiara che:

  • gli strumenti adottati nell’ambito della rete europea della concorrenza, segnatamente il programma modello di clemenza di tale rete, non hanno effetto vincolante nei confronti delle Autorità nazionali garanti della concorrenza“;
  • “tra la domanda d’immunità che un’impresa abbia presentato o sia in procinto di presentare alla Commissione europea e la domanda semplificata presentata per la medesima intesa a un’Autorità nazionale garante della concorrenza non sussiste alcuna connessione giuridica che obblighi tale Autorità a valutare la domanda semplificata alla luce della domanda d’immunità. La circostanza che la domanda semplificata rispecchi fedelmente o meno il contenuto della domanda presentata alla Commissione è, al riguardo, irrilevante”;
  • il diritto comunitario non impedisce che “un’Autorità nazionale garante della concorrenza accetti (…) una domanda semplificata d’immunità di un’impresa che abbia presentato alla Commissione non una domanda d’immunità totale, bensì una domanda di riduzione di ammende”.

Conclusioni

Il diritto interno può prevedere che un’impresa che non sia stata la prima a depositare domanda di immunità presso la Commissione, e che pertanto possa esclusivamente beneficiare della riduzione dell’ammenda e non dell’immunità totale dinanzi a quest’ultima, possa altresì avanzare domanda semplificata di immunità totale alle Autorità nazionali garanti della concorrenza. Quanto detto è in linea con l’assunto secondo il quale gli strumenti adottati nell’ambito della Ecn non hanno carattere vincolante nei confronti delle Autorità nazionali.

Vai all’articolo e alla sentenza.

A cura di Vanessa Scartozzi