Marchio comunitario. La Corte di Giustizia dell’UE conferma la protezione del simbolo Adidas.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea conferma la decisione del Tribunale dell’UE, consentendo alla multinazionale tedesca di potersi opporre alla registrazione di un marchio comunitario i cui tratti distintivi erano molto simili alle famose strisce dell’Adidas.

Il fatto

Nel 2009 la Shoe Branding Europe, società belga, ha chiesto all’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (UAMI) di registrare il marchio comunitario per calzature raffigurato nell’immagine in alto.  La società Adidas si è opposta alla registrazione di tale marchio invocando, tra gli altri, uno dei suoi marchi, tipico della società e raffigurante le sue famose tre strisce parallele.

L’UAMI, tuttavia, decise a favore della registrazione del marchio belga, sostenendo l’assenza di una somiglianza visiva tra i due marchi.

A tutela dei propri diritti, Adidas si è rivolta nel 2014 al Tribunale dell’Unione europea per ottenere l’annullamento della decisione dell’UAMI. Con sentenza del 21 maggio 2015 , il Tribunale ha accolto il ricorso dell’Adidas, ribaltando completamente quanto rilevato dall’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno. Il tribunale, in particolare, ha affermato che l’impressione complessiva prodotta dal marchio comunitario registrato era, in un certo grado, simile in ragione di elementi ictu oculi comuni (ossia l’esistenza di strisce parallele oblique, equidistanti, della stessa larghezza, che contrastano con il colore di base della calzatura e poste sulla parte laterale della stessa).

La decisione della Corte di Giustizia

Il 17 febbraio 2016, la Corte ha confermato, con ordinanza, la sentenza del Tribunale.

La Corte, in particolare, ha ribadito che l’UAMI non aveva sufficientemente motivato circa la sua valutazione sulla dissomiglianza dei marchi in conflitto, e che le differenze che sussistono tra gli stessi (la diversa lunghezza delle strisce che dipende dalla diversa inclinazione) sono molto blande e tali da non influenzare l’impressione complessiva data dalla presenza di larghe strisce oblique sulla parte laterale della calzatura.

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Antitrust: il Garante impone a Mondadori di rinunciare a Bompiani e Marsilio

Un sì condiziato, quello dell’Antitrust. Per ottenere il via libera all’acquisto di Rcs Libri, Mondadori potrebbe rinunciare a Bompiani e Marsilio, case editrici che rientravano nel pacchetto acquisito dal gruppo della famiglia Berlusconi per 127,5 milioni di euro. Come riporta una fonte interna all’Antitrust, “Mondadori ha presentato degli impegni che prevedono, fra le altre cose, la cessione di Bompiani e Marsilio per ottenere il via libera all’acquisizione di Rcs Libri“. Potrebbe essere questo l’esito dell’istruttoria Antitrust, avviata il 22 gennaio scorso. Per oggi era prevista l’audizione finale, “con la requisitoria della direzione competente per l’authority e gli interventi delle parti“, che però è stata annullata su richiesta delle parti: il collegio dell’Agcm delibererà il provvedimento che potrebbe essere licenziato tra oggi e domani 25 febbraio, subito dopo, il provvedimento sarà inviato all’Autorità per le garanzie per le comunicazioni, che ha 30 giorni di tempo per formulare un parere (obbligatorio ma non vincolante).

Operazione Mondazzoli: il blocco dell’Antitrust

Lo scorso ottobre è stato creato il colosso dell’editoria, Mondazzoli: Mondadori e Rcs hanno firmato, dopo lunghe trattative, l’accordo di compravendita di Rcs Libri per 127,5 milioni con il quale il gruppo di Segrate raggiungerebbe una quota di mercato intorno al 40% nel trade e al 25% nella scolastica. Ma per l’Antitrust l’operazione va assolutamente bloccata o, quantomeno, ridimensionata: l’Autorità garante ha imposto a Mondadori un paletto vincolante per proseguire l’iter dell’acquisizione, vale a dire la rinuncia di Bompiani e Marsilio. E’ stato lo stesso amministratore delegato di Mondadori a confermarlo, “C‘è un’ipotesi di cedere Bompiani e Marsilio, che valgono un 3% di quote di mercato“, ha risposto il manager, Ernesto Mauri, alla domanda se dall’Antitrust arriverebbe un via libera condizionato alla riduzione del perimetro di Rcs Libri. Alla domanda se l’espansione del gruppo Mondadori sia fatta per favorire una futura vendita, Mauri ha invece risposto: “Non ho mai sentito parlare  il nostro azionista di voler vendere“. Per quanto riguarda il futuro dei due rami d’azienda sul mercato, Marsilio è controllata da Rcs con poco più del 50%, mentre le restanti quote sono divise tra la Fondazione venenzia (con il 4%) e la famiglia De Michelis, al 45%. Il presidente e fondatore Cesare De Michelis ha detto al “Gazzettino”, “sono più di 50 anni che la tengo a bada. Ovvio: bisogna che mi dicano quando e quanto costa, ma sono sicuro che troverò una soluzione“. Mentre per Bompiani si opta per due soluzioni: un’alleanza con Elisabetta Sgarbi, che di Bompiani è stata direttore editoriale, prima di lasciarla al momento dell’acquisizione di Mondadori per fondare la nuova casa editrice La nave di Teseo, o un possibile interesse del gruppo Mauri Spagnol.

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La Sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Milano si è recentemente pronunciata in materia di contraffazione di marchio e concorrenza sleale con riferimento ad una vicenda legata alla commercializzazione di tubetti di colla.

La vicenda

La società attrice, che aveva regolarmente registrato il marchio con il quale distribuiva tubetti di colla, lamentava un comportamento integrante gli estremi dell’illecito di contraffazione di diritti industriali e concorrenza sleale da parte di un proprio cliente e distributore, avendo quest’ultimo importato e commercializzato un prodotto che risultava essere la copia pedissequa di quello realizzato da parte attrice. Più dettagliatamente, osservava come le condotte della società convenuta integrassero “l’illecito di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 c.c., ed in particolare quelle per uso di segno distintivo e confondibile altrui, per imitazione servile, appropriazione di pregi e concorrenza parassitaria, nonché contraffazione del marchio di forma di fatto costituito dal packaging della colla “Artiglio“. In ragione di tanto domandava risarcimento del danno subito.

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 Concorrenza sleale – le valutazioni del Tribunale

Il Collegio giudicante si è pronunciato non ritenendo che vi fossero i presupposti per accertare l’illecito di contraffazione per violazione del marchio di fatto costituito dal packaging, in quanto non è stata fornita prova della registrazione dello stesso come marchio di forma, e neppure è ravvisabile l’ipotesi del marchio di fatto in quanto manca “la prova della diffusione sul mercato e della convinzione radicatasi presso il pubblico dell’immediata riconducibilità di un simile marchio di forma alla società attrice“.

Nemmeno può dirsi rinvenibile la condotta di concorrenza sleale parassitaria, mancando l’elemento di un’imitazione continua sistematica e durevole, avendo riguardato gli atti imitativi un solo prodotto di parte attrice.

Quanto, piuttosto, alla invocata fattispecie della concorrenza sleale, il Giudicante rileva come il packaging dei prodotti contestati integri una pedissequa imitazione di quelli della parte attrice, determinando un forte richiamo nella percezione del consumatore: “l’apposizione di un diverso nome e marchio sulle confezioni non risulta decisivo, derivando dalla identicità dei packaging un richiamo che porta il consumatore a confonderli o quantomeno a collegare i due prodotti e ritenere che provengano dal medesimo produttore“.

In definitiva, il Collegio ritiene che il comportamento posto in essere dalla convenuta abbia inteso agganciarsi al più noto prodotto della attrice, ed abbia quindi voluto appropriarsi dei pregi del medesimo.

Alla luce di tutte le risultanze, il Tribunale condanna la convenuta per atti di concorrenza sleale e, più precisamente, per imitazione servile e per appropriazione dei pregi dell’altrui prodotto, ai sensi dell’art. 2598, nn. 1 e 2 c.c..

Per la determinazione del risarcimento danni il Collegio ha assunto come riferimento per la quantificazione del lucro cessante l’utile conseguito dal contraffattore; il danno all’immagine è stato invece liquidato in una somma pari al 50% del danno patrimoniale.

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Concorrenza parassitaria – Nuova Ordinanza del Tribunale di Milano (17 febbraio 2016)

Concorrenza parassitaria e concorrenza sleale: il Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, individua alcuni punti fermi in materia di tutela dei disegni comunitari non registrati di cui al Regolamento CE n. 6/2002.

Il fatto

La controversia in oggetto riguardava una storica società specializzata nel campo della produzione e vendita di tessuti per camice di lusso, la quale contestava un comportamento scorretto ad opera di un’azienda concorrente, contro la quale invocava una tutela cautelare urgente. In particolare l’attrice lamentava atti di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., nonché atti lesivi della normativa europea posta a tutela dei disegni comunitari non registrati di cui al regolamento citato, determinato dall’immissione sul mercato di una collezione di tessuti, di cui una parte di questi, circa il 13 % del totale, assolutamente identici a quelli già prodotti dalla ricorrente.

I rilievi del Tribunale

Il giudice del Tribunale lombardo ha in parte accolto le richieste dell’attrice riconoscendo nel caso di specie, la sussistenza di tutti i presupposti per la tutela dei modelli non registrati: il requisito della divulgazione qualificata di cui agli artt. 7 e 11.2 del citato Regolamento, il carattere della novità e dell’individualità.

Ha, altresì, riscontrato una condotta contraffattoria della resistente “per la presenza di quella sovrapponibilità assoluta di quelle soluzioni formali tra le stoffe percepibili all’osservatore informato che sola, secondo l’orientamento prevalente, consente l’accesso ai rimedi accordati ai modelli non registrati”.

A prescindere da tale condotta, il Tribunale ha riscontrato, nel complesso delle attività della resistente, una forma di concorrenza contraria alla correttezza professionale di cui all’art. 2598, co. 1, n. 3, c.c., più specificamente nella figura della concorrenza parassitaria c.d. sincronica. Tale illecito, infatti, nella generalità dei casi non si riferisce ad un’unica azione contra ius, ma in un complesso di scelte imprenditoriali, le quali, nella loro unitarietà, possono essere ritenute atti di concorrenza sleale.

Nel caso di specie, il Tribunale di Milano ha individuato atti idonei ad essere definiti quale concorrenza parassitaria, in quanto “lo strumento qui esaminato consiste nella ripresa pedissequa ed ad ampio raggio dei prodotti altrui, associata all’appropriarsi parassitariamente degli investimenti altrui compiuti nello studio e nelle ricerche di settore sui gusti e sulle scelte della clientela, ai fini della scelta e dell’immissione in commercio di tali beni, inflazionando il mercato di prodotti a costi assai ridotti”.

I rimedi. L’astreinte

Oltre ai rimedi a carico della resistente in relazione all’importazione/esportazione, alla commercializzazione e/o offerta in vendita e/o alla pubblicizzazione dei tessuti litigiosi, il Tribunale di Milano ha concesso anche il rimedio dell’astreinte di cui all’art. 614 bis c.p.c., consistente in una penale, dovuta dalla parte soccombente, per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione dell’ordine del giudice. Nel caso di specie, il Tribunale ha fissato a carico della resistente una somma da versare per ogni giorno di eventuale violazione dell’inibitoria suindicata.

Il giudice ha altresì disposto la pubblicazione della sentenza su un quotidiano nazionale e su un’apposita rivista specializzata.

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Concorrenza parassitaria: il caso

Concorrenza parassitaria: la recentissima sentenza n. 1935/2016 del Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa, pubblicata il 16 febbraio 2016, costituisce un precedente esemplare in materia di tutela dei diritti di esclusiva spettante ai prodotti oggetto di registrazione e per quelli per i quali la tutela viene invocata alla luce della legge sul diritto d’autore e della concorrenza sleale ex art. 2598 c.c.. La controversia ha interessato una nota azienda italiana, leader nel settore della produzione di articoli decorativi sia a livello nazionale che internazionale nonchè titolare di un noto e prestigioso marchio. L’azienda aveva agito in via d’urgenza contro una società concorrente chiedendo la tempestiva tutela dei propri prodotti: in particolare, la ricorrente lamentava che gli articoli commercializzati e venduti dalla controparte costituissero contraffazione del modello e imitazione servile, rilevante sotto il profilo della concorrenza sleale confusoria, del proprio anteriore prodotto. Il giudice del cautelare aveva accolto le richieste, provvedendo al sequestro di tutti gli articoli in contraffazione e inibendo la fabbricazione, l’importazione e il commercio dei prodotti, dopodichè, la ricorrente, aveva introdotto il giudizio di merito per l’accertamento definitivo degli addebiti, cioè la contraffazione dei modelli registrati, la violazione del diritto d’autore e la concorrenza sleale ex art. 2598 n. 1, 2 e 3 c.c, nonchè per la condanna al risarcimento dei danni.

Concorrenza parassitaria e imitazione servile: la condanna dal Trib. Milano

Nel caso sottoposto al suo esame il Tribunale di Milano ha pienamente riconosciuto le ragioni della parte attrice, accertando che le condotte di controparte costituiscono sia contraffazione del modello registrato sia atti di concorrenza sleale. In particolare, in merito al primo punto la pronuncia statuisce che “le forme oggetto di registrazione sono dotate di caratteristiche individualizzanti, tali da consentire all’utilizzatore informato, ma anche al consumatore medio, una netta distinzione rispetto agli altri prodotti, e che “le figurine delle società menzionate dalla convenuta, pur rielaborando soggetti simili, non presentino il carattere distintivo dei prodotti di parte attrice, fondando semmai un riscontro probatorio di forme di indebito agganciamento a questa”. Quanto alla concorrenza sleale, il Collegio ha ritenuto sussistere tanto l’appropriazione di pregi, quanto l’imitazione servile e la concorrenza parassitaria, ritenendo evidente “l’imitazione pedissequa e fedele dei prodotti della più famosa concorrente, tale da ingenerare nel consumatore medio l’effetto confusorio circa l’origine del prodotto acquistato, connotando la condotta della convenuta di quella slealtà censurabile ai sensi della fattispecie di imitazione servile“. Sempre sotto tale profilo, il Collegio ha evidenziato come la controparte si sia “agganciata indebitamente alla notorietà di cui gode la parte attrice, approfittando in modo parassitario del suo lavoro e degli investimenti che si sono resi necessari ai fini di tale accreditamento positivo“, e come le scelte della controparte “riproducono in modo non casuale e ripetitivo le scelte stilistiche e, dunque, le iniziative imprenditoriali di parte attrice. Tale forma di concorrenza si realizza, difatti, mediante un continuo e sistematico operare sulle orme dell’imprednitore concorrente”.

Il Tribunale ha condannato la convenuta al risarcimento del danno, ordinato il ritiro dal mercato e la distruzione dei prodotti ritenuti in violazione del diritto d’autore e inibendo la continuazione delle condotte illecite. Ha altresì disposto la pubblicazione della sentenza su apposite riviste specializzate.

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Franchising, esclusiva, concorrenza e buona fede

Il caso

Il Tribunale di Milano si è recentemente occuFranchisingpato di un caso estremamente delicato ed interessante in materia di franchising (QUI il testo della L. 6 maggio 2004, n. 129). Il Franchisor, nota azienda della GDO con organizzazione in franchising senza esclusiva territoriale a favore dei franchisee, aveva acquisito una serie di punti vendita, alcuni dei quali, a dire dei franchisee, eccessivamente vicini ai punti vendita dagli stessi gestiti. In ragione di tale circostanza, i franchisee avevano comunicato unilateralmente la risoluzione dei contratti ed erano, in pratica, passati con la concorrenza. Agiva in via cautelare il franchisor, richiedendo al Tribunale di ordinare ai franchisee l’immediato ripristino della situazione preesistente. I franchisee resistevano, eccependo la condotta abusiva e contraria a buona fede del franchisor, il quale, pur in assenza di una specifica pattuizione di esclusiva a favore dei franchisee, avrebbe tenuto una condotta di alterazione illecita degli equilibri contrattuali preesistenti a scapito dei franchisee stessi, con evidente distrazione di clientela.

L’opinione del Tribunale di Milano

L’apertura di un nuovo punto vendita come scelta potenzialmente abusiva

Il patto di esclusiva non costituisce un elemento naturale del contratto di franchising. Esso può essere presente o meno, e nel caso di specie ai franchisee non era stata riconosciuta alcuna esclusiva territoriale. Tuttavia, a parere del Tribunale, “un pur minimo grado di protezione territoriale appare indispensabile giacché in caso contrario il franchisee non si assumerebbe l’onere di sostenere ingenti spese per integrarsi nella rete e lo schema negoziale rischierebbe di essere minato in radice, sotto il profilo causale“. Ed allora, ritiene il Tribunale, “l’inserimento da parte dell’affiliante nella propria rete distributiva di un altro distributore, tenuto conto della asimmetria economica nella quale si collocano i due contraenti, appare una scelta particolarmente delicata, che potrebbe essere potenzialmente abusiva, riducendo le capacità di profitto del vecchio affiliato e massimizzando quelle dell’affiliante (a fortiori qualora il nuovo rivenditore sia lo stesso franchisor)“.

I criteri di valutazione

Il Tribunale di Milano ritiene, poi, che per valutare la concreta sussistenza di un abuso per contrasto con gli obblighi di protezione occorre considerare, fra l’altro, il grado di affidamento sul quale poteva contare il franchisee. Nel caso di specie, accertava il Tribunale, “il grado di affidamento del franchisee circa la ‘piazza’ dove operare senza concorrenza ‘intrabrand’ si era consolidato per ben otto anni… l’affiliante ha preso così ad erodere illecitamente la quota di mercato dei franchisee… l’affiliante poteva del resto godere di un vantaggio competitivo: tramite i ‘prezzi consigliati’ poteva infatti prevedere i prezzi praticati dal franchisee, costringendo l’affiliato ad ‘inseguire’ su questo terreno l’affiliante“.

Il ruolo della buona fede nel franchising

Conclude, il Tribunale, rilevando che “il ricorso al canone della buona fede consente di sanzionare anche le condotte che, formalmente corrette sotto il profilo formale (come ricordato qui manca una esclusiva a favore del franchisee), hanno reciso il rapporto fiduciario sotteso al contratto ed inciso negativamente sull’assetto contrattuale, giacché in contrasto con l’obiettivo della integrazione imprenditoriale quale finalità ultima del franchising, giustificandone la risoluzione“.

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Pubblicità e diritto d’autore – La Sentenza

Il caso

Una recentissima Sentenza del Tribunale di Milano (Sentenza n. 1719/2016 del 9 febbraio 2016) affronta il rapporto tra pubblicità e diritto d’autore. La questione, in particolare, riguardava l’impiego, da parte di una Casa farmaceutica, all’interno di uno spot pubblicitario relativo ad un farmaco, di alcuni elementi che richiamavano, a loro volta, elementi di una famosa installazione artistica (nel caso di specie si trattava di un’installazione costituita da numerose lampade ‘pop up’ di diverso colore). L’idea artistica veniva in qualche modo ripresa almeno dalla parte iniziale dello spot, che sembrava richiamarne gli elementi essenziali. Si dolevano di ciò gli autori dell’opera d’arte, e citavano dunque in giudizio la Casa Farmaceutica e l’impresa che aveva realizzato lo spot.

Le tematiche coinvolte

Le problematiche che il Tribunale di Milano si è trovato ad affrontare nel caso di specie sono quelle del rapporto tra pubblicità e diritto d’autore, e se, in particolare, uno spot pubblicitario possa riprendere e/o richiamare parti di opere tutelate dal diritto d’autore, così come disciplinato dalla Legge 633 del 1941. Nel caso di specie, il Tribunale ha seguito un percorso logico – giuridico che chi scrive ritiene assai condivisibile, poiché si è così correttamente articolato:

-si è verificato, in primo luogo, se l’opera della quale si lamentava il plagio fosse effettivamente tutelabile alla stregua della disciplina in materia di diritto d’autore, e dunque se presentasse i caratteri di novità e creatività;

-si è, poi, indagato se sussistesse il plagio, e tanto sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo.

Originalità e novità dell’opera

Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto sussistenti entrambi i requisiti che forniscono accesso alla tutela autorale: 1) in primo luogo, la novità, intesa come attitudine a rappresentare un autonomo ed originale apporto creativo al mondo dell’arte. Per il Tribunale, in questo caso essa “non risiede nella forma delle singole lampade, ma nel modo in cui esse sono state combinate tra loro, combinazione di cui non vi è traccia anteriore“; 2) la creatività, “requisito qui ravvisabile nel modo in cui strumenti utilizzati per altri scopi della vita quotidiana siano stati assemblati tra loro sì da creare un grande puzzle“.

Il plagio – elemento oggettivo e soggettivo

Il Tribunale, una volta accertata la tutelabilità dell’opera mediante la disciplina del diritto d’autore, passa poi a verificare se sussistano gli estremi del plagio, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo. In particolare, quanto al primo profilo ha ritenuto che perché vi sia plagio “non si deve avere necessariamente un’integrale riproduzione di un’opera, posto che integra condotta plagiaria l’idea che le opere presentino, nei loro elementi essenziali, sostanziali somiglianze e che l’autore del plagio si sia appropriato degli elementi creativi dell’opera altrui“. Sotto il profilo soggettivo, poi, il Tribunale ravvisa l’elemento soggettivo del dolo del pubblicitario, in relazione al quale il Giudice riteneva raggiunta la prova della conoscenza dell’opera d’arte, e della culpa in eligendo della Casa Farmaceutica, “considerato che le imprese che utilizzano nelle loro attività, in qualunque contesto, opere dell’ingegno sono tenute al controllo della titolarità dei diritti di privativa altrui sulle stesse“.

Inibizione e condanna al risarcimento del danno

Per le ragioni suesposte, dunque, il Tribunale accertava la violazione del diritto d’autore degli artisti e inibiva l’ulteriore ripetizione dello spot pubblicitario denunciato, condannando la Casa Farmaceutica al risarcimento del danno, liquidato in alcune decine di migliaia di Euro. La sentenza non è definitiva ed è tuttora soggetta ad appello.

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Dipendenza economica, abuso – Tribunale di Milano, Sentenza dell’1 febbraio 2016

Il caso

Il Tribunale di Milano si  è pronunciato con la recentissima Sentenza n. 1344/2016 dell’1 febbraio 2016, in materia di abuso di dipendenza economica e violazione del dovere di buona fede. La Sentenza riguardava un contratto di appalto di servizi di logistica e marketing concluso da una multinazionale del settore dell’elettronica con un’altra società che avrebbe dovuto fornire, sul territorio italiano, servizi, appunto, di marketing e logistica. Il tutto veniva regolato da un contratto di appalto. La multinazionale decideva di interrompere ad nutum il rapporto in discorso, senza assegnare alcun termine di preavviso. I collaboratori della Società di marketing venivano poi riallocati, mediante diversi contratti “a progetto”, presso il nuovo soggetto subappaltatore che nel frattempo aveva ottenuto la nuova commessa dalla multinazionale.

Le valutazioni del Tribunale di Milano

Il Tribunale ha compiuto una serie di assai interessanti rilievi in materia di abuso di dipendenza economica, elencati qui di seguito per materia.

La tipologia di contratto

A parere del Tribunale, “contratti quali quelli di cui si controverte, analogamente ai contratti di distribuzione, sono idonei in astratto a porre il distributore in posizione di dipendenza economica, in quanto trasferiscono sul “SP” tutti gli oneri ed i costi dell‟organizzazione di una efficiente e capillare rete di vendita, sottoposta al costante controllo della committente, per un corrispettivo omnicomprensivo, non adeguabile in relazione a costi e spese vive (anche in ipotesi eccezionali) effettivamente sostenute, con assunzione di rischi imprenditoriali che potrebbero essere squilibrati rispetto a quelli assunti dal concedente“.

Il contegno della multinazionale

Secondo il Tribunale. “l’indubbia titolarità in capo a xxxxxx del diritto di scegliere un diverso partner per il suo progetto yyyyyy, allo spirare del contratto annuale, le avrebbe comunque imposto di adottare una tempistica che tenesse conto delle esigenze dell‟appaltatrice di riorganizzare la sua attività produttiva, ricollocandosi sul mercato (se del caso offrendo la sua esperienza ad un diretto concorrente di xxxxxx, attraverso la partecipazione ad una gara da questi indetta). Per il vero, seguendo i criteri dettati dal S.C. il concreto esercizio di quel diritto di scelta, non essendo vincolato da modalità rigidamente predeterminate, ben poteva, senza apprezzabile sacrificio da parte di xxxxx, essere effettuato con modalità più idonee a salvaguardare gli interessi della controparte“.

Le tempistiche dettate dalla multinazionale

A parere del Giudice, la tempistica adottata dalla multinazionale risulta eccessivamente pregiudizievole rispetto agli interessi della controparte contrattuale e concreterebbe l’abuso di dipendenza economica delineato dalla L. 192 / 1998. La interruzione improvvisa dei rapporti, operata con le modalità concrete accertate dal Tribunale, in pratica “ha precluso alla appaltatrice la possibilità di porre in essere strategie imprenditoriali che la compensassero della perdita dell‟importante commessa. Peraltro, tutta la storia dei rapporti tra gli odierni contendenti dimostra la disinvoltura contrattuale con cui xxxxx, evidentemente ben conscia del suo ruolo dominante nelle relazioni con le controparti, organizza lì esternalizzazione dei suoi servizi di marketing sul territorio“. In altri termini, tutta l’operazione si sarebbe svolta in maniera “tale da rendere plausibile il sospetto dell‟attrice che l‟intera condotta sia stata dettata principalmente dalla finalità di privare l’appaltatrice della possibilità di offrire i propri servizi ad altri competitori del marcato (magari trattenendo una parte dei promotori già esperti, certamente utilizzabili in assenza di obblighi post-contrattuali di limitazione della concorrenza)“.

Le conclusioni

Il Tribunale, pertanto, valorizza la condotta complessiva delle parti, al fine di pervenire alla conclusione che il comportamento della multinazionale non si è rivelato rispettoso dei canoni di buona fede e correttezza, e, come da costante orientamento della Cassazione, l’una parte ha perseguito, sì, i propri interessi, ma travalicando il limite dell’ingiustificato pregiudizio delle ragioni dell’altra.

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Frode alimentare: 85 tonnellate di olive verniciate col solfato di rame

L’operazione “olive verniciate”, condotta dagli agenti del Corpo forestale dello Stato sulla sicurezza agroalimentare guidata da Giuseppe Silletti, si è conclusa con il sequestro di oltre 85 tonnellate di olive colorate, secondo gli inquirenti, con solfato di rame, 19 persone denunciate e 26 comunicazioni di notizia di reato, dopo una campagna straordinaria di controlli sulle olive verdi da tavola che ha portato in totale 66 controlli e 39 campionamenti. La sospetta ennesima (e pericolosissima) frode alimentare a danno dei consumatori: la colorazione, con il fine di nascondere i difetti delle olive, avveniva utilizzando sia la clorofilla ramata, sostanza alimentare classificata dalla UE come colorante E141 – un procedimento vietato dalla legislazione nazionale e da quella europea – sia il solfato di rame, che è particolarmente nocivo per la salute, infatti un eccessivo consumo della sostanza, di solito impiegata nei pesticidi, può causare nausea, vomito e dolori addominali, nei casi peggiori rischia di essere letale, conducendo anche alla morte. Così è scattato il sequestro di oltre 10.000 kg di prodotto e del colorante vietato.

Il metodo con l’aggiunta di additivi chimici

Le olive interessate sono quelle dolci da tavola di tipo “Castelvetrano”. Il coordinatore dell’attività di indagine, il dott. Giuliano Palomba del Corpo Forestale dello Stato, Comandante del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Altamura ha spiegato che “il metodo di lavorazione principale per le olive dolci da tavola, il Castelvetrano, prevede l’utilizzo di soda caustica che permette la “deamarizzazione” del frutto, da cui deriva il nome “dolce”, ma durante la lavorazione il loro color verde tende a sfumare verso il giallo e questo fa emergere le macchie e i difetti delle stesse olive. L’ingannevole l’utilizzo della clorofilla ramata E141 e del solfato di rame, con la conseguente colorazione verde brillante delle olive, ha il fine di mascherare tali difetti di qualità.” I 19 imprenditori denunciati per la sospetta frode alimentare dovranno rispondere di commercio di sostanze alimentari nocive e produzione di alimenti con aggiunta di additivi chimici non autorizzati dalla legge, titolari di aziende nelle città di San Ferdinando, Polignano a Mare, Bitetto, Bitritto, Bisceglie, Margherita di Savoia, Bari, Sannicandro di Bari, Modugno, Noicattaro, Andria, San Giovanni Rotondo, Cassano delle Murge e Lucera. In diverse aziende sono stati accertati la presenza e l’utilizzo del colorante clorofilla ramata nei locali di produzione, in altri casi è risultato fondamentale il campionamento delle olive. I controlli effettuati dalla Forestale hanno fatto emergere ulteriori reati: frode in commercio, relativamente a olive etichettate falsamente come “made in Italy” (olive spagnole e greche venivano infatti spacciate per olive italiane), sia per illecito utilizzo di denominazione protetta, con riferimento a numerosi lotti di falsa “Nocellara del Belice”. Infine, nel corso delle operazioni condotte sono stati sequestrati all’incirca 5.250 quintali di olive in cattivo stato di conservazione.

La Forestale stima  che il mercato nazionale della contraffazione di prodotti alimentari valga almeno un miliardo di euro all’anno, con effetti pesanti per il settore dell’olio d’oliva, ancora fortemente in crisi dopo l’annata negativa, 2014-2015, causata della mosca bianca dell’ulivo che ha determinato enormi perdite di produzione.

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