INTESE ORIZZONTALI E APPALTI: TAR CONFERMA SANZIONI ANTITRUST

 Intese orizzontali e appalti: il caso

Intese orizzontali e appalti pubblici: con Sentenza del 16 novembre 2015 il T.A.R. del Lazio ha confermato le sanzioni precedentemente comminate dall’Antitrust ad alcune imprese che, a parere dell’ Autorità Garante, si erano rese responsabili di una intesa orizzontale nel settore degli appalti pubblici, avuto riguardo al comparto dello smaltimento di rifiuti.

In particolare, secondo l’Autorità, sussisteva un “coordinamento volto a limitare il confronto concorrenziale tra tali imprese nella partecipazione alle procedure per l’affidamento del servizio di raccolta, trattamento e smaltimento dei fanghi che derivano dalla depurazione delle acque di fognatura, svoltesi nelle Regioni Lombardia e Piemonte dai 2008 al 2012, e quindi alla ripartizione degli appalti aggiudicati“. Ciò avrebbe, pertanto, comportato, la sussistenza di intese orizzontali vietate dall’art. 2, L. 287/1990.

L’istruttoria svolta accertava la sussistenza di tali intese orizzontali e, pertanto, si concludeva con l’ingiunzione alle imprese, da parte dell’Autorità, di astenersi dal porre in essere comportamenti analoghi a quelli contestati, e la comminazione, in particolare ad una di esse, di una sanzione nell’ordine di diverse centinaia di migliaia di Euro.

L’impugnazione

Il provvedimento veniva impugnato avanti il T.A.R. del Lazio. Deduceva, in particolare, l’impresa ricorrente, che 1) era ingiusto limitare il c.d. mercato rilevante ai fini della valutazione della sussistenza di intese orizzontali al solo mercato delle Regioni coinvolte dalle gare in questione; 2) in ogni caso, il coordinamento (perché di mero coordinamento, si sarebbe trattato, e non di intese orizzontali) tra le imprese era pratica che la stessa giurisprudenza europea aveva avuto modo di valutare positivamente in determinati casi, analoghi a quello analizzato.

Le valutazioni del T.A.R. del Lazio sulle intese orizzontali

Quanto al mercato di riferimento, il T.A.R. del Lazio riteneva che “l’Autorità ha correttamente delineato il mercato di riferimento con riferimento all’accordo collusivo e -quindi- ai servizi banditi con le gare cui le imprese in esame hanno partecipato in modo coordinato occupando una quota pari a circa il 70 % di quel mercato, secondo un percorso che si palesa conforme alla vigente normativa e del tutto logico in presenza di una “intesa restrittiva per oggetto”, ovvero di un’intesa che delinea direttamente il proprio mercato di riferimento proprio mediante gli strumenti utilizzati per spartire quel mercato fra i partecipanti all’accordo“;

Quanto agli effetti di tali intese orizzontali, il T.A.R. ha ritenuto che “la spartizione del mercato in sede di gara ad evidenza pubblica (“bid rigging”) è annoverata tra le fattispecie più gravi (“hard core”) di intese antitrust, nonché tra le più dannose (e costose) per la collettività (enti appaltanti e consumatori-contribuenti), in quanto le norme di attuazione del Trattato Europeo e della Costituzione italiana (ma cfr. anche documento dell’OCSE – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, “Linee Guida per la lotta contro le turbative d’asta negli appalti pubblici”, febbraio 2009) sanciscono la necessità di procedure di gara ad evidenza pubblica poiché le stesse rendono possibile un miglioramento in termini di prezzo, qualità e innovazione, ma ciò può avvenire solo mediante il meccanismo del confronto concorrenziale, che è a propria volte espressione dei principi di libertà economica e di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione“.

Il T.A.R. del Lazio ha pertanto confermato le valutazioni dell’Autorità, ritenendo che le intese orizzontali in commento abbiano effettivamente avuto l’effetto di restringere e/o, comunque falsare il gioco della concorrenza.

 

Abuso di dipendenza economica: nuova Sentenza

Abuso di dipendenza economica: il Tribunale di Treviso si pronuncia

Il Tribunale di Treviso si è pronunciato, con Sentenza del 20 novembre 2015, in materia di abuso di dipendenza economica di cui all’art. 9, L. 10 giugno 1998, n. 192 (QUI il testo della Legge), e della applicazione di tale concetto al contratto di franchising.

Il caso

Un franchisee lamentava, in sede di opposizione ad un Decreto Ingiuntivo ottenuto dal franchisor, la sussistenza a suo danno di una situazione di abuso di dipendenza economica, alla luce della significativa ingerenza del franchisor nell’attività del franchisee, e comunque una situazione di squilibrio normativo del contratto a favore del franchisor, generata dalla rilevante disparità di potere contrattuale fra le parti.

La decisione del Tribunale di Treviso

Il Tribunale ha ritenuto che “nel caso di specie non vi sono elementi per ritenere sussistente una situazione di “abuso dipendenza economica. Sussiste uno stato di  dipendenza economica non solo al ricorrere di una situazione di mercato caratterizzata da mancanza assoluta di alternative all’impresa di riferimento, ma ancAbuso di dipendenza economicahe qualora le alternative, sebbene astrattamente possibili, siano economicamente impraticabili. Nel caso di specie, il mercato dell’abbigliamento consente un’ampia scelta in ordine ai soggetti coi quali instaurare rapporti di franchising o, comunque, di concessione di vendita o di semplici vendite continuative, sicchè, già sotto questo profilo, non può ritenersi applicabile il principio in esame. Sotto altro profilo, poi, la norma definisce la dipendenza economica come quella situazione nella quale un’impresa sia in grado di determinare – per il particolare potere economico sul mercato – nei rapporti commerciali con un’altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi. Il Gruppo B. a questo proposito non agendo in regime di monopolio o in un mercato oligopolistico non ha una forza economica tale da imporre (nel senso che la controparte non ha alternative) un eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi ad un’altra impresa. La valutazione di una posizione dominante deve essere condotta valutando la forza economica dell’impresa nell’ambito del mercato di riferimento e non in relazione alle specifiche scelte imprenditoriali che, a suo rischio, intende correre l’impresa che viene a contrattare con B.. In tal senso, non può ritenersi tutelato dal divieto di cui all’art 9 predetto quel soggetto che per una sua libera scelta imprenditoriale decida a monte di limitare il proprio oggetto sociale o comunque la propria attività economica divenendo rivenditore esclusivo dell’impresa in questione, così accettando l’alea delle possibili conseguenze, in termini ad es. di perdita di avviamento, in caso di rottura dei rapporti contrattuali“.

Il commento

Ad avviso di chi scrive, la Sentenza parte da premesse, e giunge a conclusioni, non condivisibili. Essa assume il concetto di “alternative” (l’art. 9 della Legge 192 /1998 fa ad esso, in effetti, esplicito riferimento) quale requisito tassativo: solo in assenza di alternative sul mercato potrebbe esservi abuso di dipendenza economica. Ma la Legge non stabilisce affatto questo. La Legge prevede che la mancanza di alternative possibili sia soltanto una delle situazioni possibili idonea a dar vita ad un abuso di dipendenza economica (“anche“). A volere ritenere il contrario, infatti, si giungerebbe alla totale identificazione del concetto di abuso di dipendenza economica con quello di abuso di posizione dominante, posto che non vi sarebbe mai il primo in assenza del secondo (per la sentenza, infatti, vi sarebbe abuso di dipendenza economica sostanzialmente solo in un regime oligopolistico, ma ciò – è evidente – corrisponderebbe ad abuso di posizione dominante). L’abuso di dipendenza economica, invece, necessita di una sua autonomia, concettuale e dogmatica, che, per lo scrivente, non viene sufficientemente evidenziata dalla sentenza in commento.

 

 

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Antitrust multa operatori del settore acqua

Antitrust multa Acea, Gori, Citl e Publiservizi

L’Antitrust ha sanzionato, con una multa complessiva di due milioni di euro, la società laziale Acea per 1,5 milioni, le campane Gori (Consorzio ottimale risorse idriche) per 250 mila euro, Citl (Consorzio idrico Terra di Lavoro) per 160 mila euro e Publiservizi per 100 mila euro. Secondo l’Autorità le quattro aziende hanno adottato “pratiche commerciali scorrette” nella fornitura dell’acqua ed, in particolare, nell’accertamento e nella fatturazione dei consumi: mancata lettura periodica dei contatori, mancata acquisizione delle autoletture comunicate dagli utenti “con conseguente fatturazione sulla base delle stime che a volte si sono rivelate errate o eccessivamente elevate” o “invio di fatture di conguaglio pluriennali di elevata entità“, il mancato rispetto della periodicità di fatturazione e una serie di procedure che facevano pesare sui consumatori gran parte dell’onere di pagamento dell’acqua non consumata a causa di perdite occulte nell’impianto idrico. Condotte, non solo connotate da una mancanza di diligenza, ma anche “di carattere aggressivo” perchè “idonee a determinare un indebito condizionamento” spiega l’Autorità, ovvero “a ottenere il pagamento di importi non corrispondenti ai consumi effettuati, oppure dovuti ma con modalità e tempistiche diverse, da parte delle imprese sanzionate che operano in regime di monopolio per la fornitura di un bene vitale ed essenziale come l’acqua e dispongono di un’importante leva commerciale come la minaccia di interrompere il servizio“.

Le segnalazioni dei consumatori

Il Garante della concorrenza  ha concluso così le indagini nei confronti delle quattro società sulla base delle numerosissime segnalazioni effettuate dai consumatori e associazioni di consumatori. Durante l’istruttoria, l’Autorità guidata da Pitruzzella  ha effettuato diverse ispezioni nelle rispettive sedi aziendali, constatando, di fatto, tali comportamenti contrari al Codice del Consumo. L’Autorità ha poi riscontrato “gravi inerzie nella gestione dei reclami e delle richieste di prestazione presentati dai consumatori, con la formulazione di risposte evasive, non pertinenti o non risolutive rispetto all’oggetto di reclamo e spesso senza che venissero sospese cautelativamente le procedure di riscossione e distacco delle utenze”. Sostiene l’Antitrust che “tali condotte hanno ostacolato l’esercizio dei diritti contrattuali dei consumatori, condizionandoli attraverso la minaccia del distacco della fornitura in pendenza del reclamo o dell’istanza e costringendoli così al pagamento in forza dell’essenzialità del Servizio idrico integrato“.

Le quattro imprese, infine, dovranno comunicare all’AGCM le modifiche apportate per superare le criticità accertate nel corso delle istruttorie.

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A cura di Loredana Spezzano

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Diritto all'oblio: il Tribunale di Roma si pronuncia

Diritto all’oblio: I Tribunali Italiani sono stati chiamati a pronunciarsi in un caso riguardante la sua corretta applicazione, nell’ambito del più generale diritto alla privacy.

L’interesse che si intende tutelare è quello di “ciascuno a non essere indeterminatamente esposto ad una rappresentazione non più attuale della propria persona derivante dalla reiterata pubblicazione di una notizia, con pregiudizio alla propria reputazione e riservatezza”.

Il caso

Il mezzo di diffusione di massa coinvolto nella vicenda è il motore di ricerca Google: il ricorrente richiedeva la deindicizzazione di alcuni links risultanti da una ricerca avviata con l’utilizzo del proprio nome. Specificamente, la notizia dalla quale il soggetto riteneva di potersi “svincolare” inerisce una vicenda giudiziaria risalente agli anni 2012/2013 nella quale sarebbe rimasto coinvolto per presunte truffe e guadagni illeciti realizzati sfruttando un sodalizio criminoso.

La giurisprudenza comunitaria e l’adeguamento interno

Su un caso simile la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si era pronunciata con la decisione del 13 maggio 2015, C-131/12, Google Spain SL, Google Inc. contro Agenzia Española de Protección de Datos, Mario Costella González. La sentenza richiamata sancisce che gli utenti non possono pretendere la cancellazione della notizia dall’elenco dei risultati quando essa riguarda un fatto recente e di rilevante interesse pubblico, il diritto all’oblio deve infatti essere contemperato con il concorrente diritto di cronaca, e con l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti acquisibili mediante ricerca tramite motori di ricerca.

In linea con i principi enunciati dalla giurisprudenza sovranazionale in materia di diritto all’oblio, il Tribunale di Roma, con sentenza n. 23771 del 3 dicembre 2015, respinge la domanda del ricorrente ritenendo che le notizie individuate tramite il motore di ricerca Google risultano piuttosto recenti, risalendo infatti agli anni 2012 e 2013, e chiarendo altresì che la vicenda appare di sicuro interesse pubblico, investendo un’importante indagine giudiziaria che ha visto coinvolte numerose persone, ancorché in ambito locale-romano.

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A cura di Vanessa Scartozzi

Nuova sentenza Franchising: no dichiarazioni generiche

Nuova sentenza franchising: no a dichiarazioni generiche

Nuova Sentenza Franchising: il 27 gennaio 2016 la Corte d’Appello di Trento si pronuncia (qui la Sentenza)  in merito alla questione della effettiva consegna, dall’affiliato all’affiliante, della documentazione prevista dall’art. 3, Legge Franchising.

La Corte era chiamata a decidere sulle modalità con le quali può ritenersi adempiuto l’onere del Franchisor di consegnare, almeno 30 giorni prima della conclusione del contratto, la documentazione prevista dall’art. 4, L. Franchising.

La documentazione e l’art. 4, L. Franchising

Per la norma ora richiamata, infatti, “Almeno trenta giorni prima della sottoscrizione di un contratto di affiliazione commerciale l’affiliante deve consegnare all’aspirante affiliato copia completa del contratto da sottoscrivere, corredato dei seguenti allegati, ad eccezione di quelli per i quali sussistano obiettive e specifiche esigenze di riservatezza, che comunque dovranno essere citati nel contratto:

        a) principali dati relativi all’affiliante, tra cui ragione e capitale sociale e, previa richiesta dell’aspirante affiliato, copia del suo bilancio degli ultimi tre anni o dalla data di inizio della sua attività, qualora esso sia avvenuto da meno di tre anni;

        b) l’indicazione dei marchi utilizzati nel sistema, con gli estremi della relativa registrazione o del deposito, o della licenza concessa all’affiliante dal terzo, che abbia eventualmente la proprietà degli stessi, o la documentazione comprovante l’uso concreto del marchio;
        c) una sintetica illustrazione degli elementi caratterizzanti l’attività oggetto dell’affiliazione commerciale;
        d) una lista degli affiliati al momento operanti nel sistema e dei punti vendita diretti dell’affiliante;
        e) l’indicazione della variazione, anno per anno, del numero degli affiliati con relativa ubicazione negli ultimi tre anni o dalla data di inizio dell’attività dell’affiliante, qualora esso sia avvenuto da meno di tre anni;
        f) la descrizione sintetica degli eventuali procedimenti giudiziari o arbitrali, promossi nei confronti dell’affiliante e che si siano conclusi negli ultimi tre anni, relativamente al sistema di affiliazione commerciale in esame, sia da affiliati sia da terzi privati o da pubbliche autorità, nel rispetto delle vigenti norme sulla privacy” (QUI la Legge in versione integrale).

La fattispecie trattata dalla nuova sentenza franchising: il contratto e le tesi contrapposte

Il contratto sottoposto alla valutazione della Corte d’Appello presentava una clausola nella quale l’affiliato dichiarava di avere ricevuto la documentazione prevista dall’art. 4 L. Franchising nei termini previsti dalla Legge. Il Franchisor sosteneva che tale clausola avesse addirittura valenza confessoria rispetto alla avvenuta consegna dei documenti. Il Franchisee, al contrario, sosteneva che tale dichiarazione non fosse sufficiente ad integrare l’adempimento dei doveri previsti dall’art. 4 della Legge, in quanto la stessa, oltre ad essere generica, era stata unilateralmente predisposta dal Franchisor, e, comunque ed in ogni caso, al Franchisee sarebbe stata comunque sempre consentita la prova contraria.

La Sentenza: la dichiarazione contenuta in una clausola non basta

La Corte d’Appello ha sostanzialmente condiviso la tesi del Franchisee (già condivisa in primo grado anche dal Tribunale di Trento), secondo la quale “è evidente che una dichiarazione riassuntiva e generica (e tra l’altro precostituita dall’affiliante) che attesti l’avvenuta completezza della documentazione consegnata non può essere considerata una valida confessione stragiudiziale, essendo necessaria – al fine di potere attribuire a tale sottoscrizione una reale valenza confesserai – la piena consapevolezza e la volontà di ammettere un fatto specifico sfavorevole per il dichiarante e favorevole all’altra parte che determini la realizzazione di un obiettivo pregiudizio. In altri termini, l’adempimento di un obbligo informativo in un settore negoziale ad alto contenuto tecnico quale quello in esame non può mai essere dimostrato mediante la sottoscrizione di dichiarazioni generiche, unilateralmente predeterminate e predisposte in via generale, essendo necessaria l’allegazione e la prova del contenuto e delle concrete modalità di messa a disposizione dell’affiliato della documentazione dettagliatamente elencata nel citato art. 4, L. 129/2004, in relazione alla quale vi è obbligo di preventiva consegna“.

Nuova Sentenza Franchising

 

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L'Antitrust monitora la fusione Mondadori-RCS

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L’Antitrust avvia un’istruttoria sulla fusione Mondadori-RCS libri nel mercato editoriale

Dopo vari rumors, è adesso arrivata la conferma dell’apertura di un’istruttoria da parte dell’Antitrust sulla costituzione del nuovo colosso dell’editoria italiano.

Scopo dell’Authority è quello di accertare “se l’acquisizione di RCS Libri da parte di Mondadori comporterà la creazione o il rafforzamento di una posizione dominante nei mercati che compongono la filiera dell’editoria in Italia”. La notizia dell’acquisizione da parte della Società guidata da Barbara Berlusconi aveva generato forti polemiche proprio per il rischio di concentrare su un unico attore la maggior parte del mercato dell’editoria. Una fusione di questa portata potrebbe non solo ledere gli interessi dei consumatori, ma ridurrebbe, rileva l’Autorità, “le possibilità di scelta degli autori e un peggioramento delle condizioni negoziali ad essi praticate”.

Peraltro, il rischio di assunzione di una posizione dominante  in questo settore è ancora più alto, se si considera che già allo stato attuale circa il 60% del mercato editoriale di “varia” in Italia è coperto dai principali cinque gruppi (Mondadori, RCS, GEMS, Feltrinelli e Giunti), tutti caratterizzati da un’integrazione verticale nell’intera filiera editoriale, a fronte di un numero piuttosto elevato di editori medio-piccoli non integrati.

Oggetto dell’istruttoria

L’indagine dell’Antitrust dovrà verificare se e in che misura l’operazione di acquisizione può determinare la costituzione o il rafforzamento di Mondadori sui seguenti mercati: “quello dell’acquisizione dei diritti d’autore di libri italiani e stranieri di narrativa e saggistica; quello dell’editoria di libri di narrativa e saggistica; quello dell’editoria di libri per ragazzi, dell’editoria di fumetti, dell’editoria e distribuzione di e-book”. L’indagine dell’Autorità, inoltre, prenderà in esame anche la distribuzione di libri di “varia” ai grandi store, la vendita al dettaglio di libri di “varia” e la vendita al dettaglio online di prodotti editoriali.

Il possibile intervento dell’antitrust non sarà stato una evento inaspettato per le due società, tanto è vero che le parti hanno inserito una clausola nel contratto secondo la quale sarà Mondadori ad accollarsi le eventuali sanzioni dell’Autorità della Concorrenza e del Mercato.

L’istruttoria si concluderà entro 45 giorni a far data dal 21 gennaio 2016.

Per leggere il comunicato stampa dell’AGCM clicca qui

A cura di Pasquale Distefano

 

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Manutencoop: sanzione per 48,5 milioni di Euro

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Manutencoop: il caso

Il garante della Concorrenza ha comminato una sanzione di 48,5 milioni di euro la società bolognese Manutencoop Facility Management. Sanzionate anche la Cns (Consorzio Nazionale Servizi società cooperativa), per 56 milioni, la Kuadra per 5,7 milioni e la Roma Multiservizi, partecipata dalla stessa Manutencoop, per 3,3 milioni. Il durissimo provvedimento è stato inflitto a seguito dell’accertamento (peraltro provvisorio e soggetto ad impugnazione) dell’esistenza di un’intesa restrittiva tra le quattro società di servizi di pulizia nelle scuole nazionali.

L’intesa avrebbe avuto, secondo l’Antitrust, lo scopo di bloccare la concorrenza all’interno della “gara comunitaria indetta da Consip nel 2012 per l’affidamento dei servizi di pulizia degli edifici scolastici”.

Indagini e accusa dell’Authority

La gara in questione riguardava un appalto comunitario suddiviso in 13 lotti del valore totale di circa 1,63 miliardi di euro. L’Autorità guidata da Giovanni Pitruzzella ha deciso di avviare un’istruttoria, aperta il 15 ottobre 2014, per verificare se le quattro imprese (due delle quali sarebbero i maggiori operatori del settore), si fossero accordate nello svolgimento della gara Consip. Tramite l’intesa, a parere dell’Antitrust, le società avrebbero “annullato di fatto il reciproco confronto concorrenziale nello svolgimento della gara Consip, per spartirsi i lotti più appetibili e aggiudicarsene il numero massimo consentito” e – prosegue l’Autorità – “la collusione si è realizzata attraverso un utilizzo distorto dello strumento consortile”. Spiega l’Antitrust che “pur concorrendo in maniera autonoma, il Cns e la consorziata Manutencoop Facility Management hanno concordato, d’intesa con le altre parti del procedimento, la rispettiva strategia per perseguire obiettivi condivisi e alterare cosi gli esiti della gara, anche avvalendosi di affidamenti in subappalto per la tutela delle rispettive posizioni di mercato“.

Manutencoop si difende

Il colosso bolognese non resta impassibile difronte al provvedimento  e da subito annuncia di voler presentare ricorso “sicura dell’assoluta correttezza dei propri comportamenti” si legge in una nota della società- “e certa di avere sempre tenuto condotte conformi alle regole del mercato, respinge in maniera decisa ogni accusa e impugnerà il provvedimento dell’autorità dinanzi al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, presentando contestuale istanza cautelare per la sospensione del pagamento della sanzione”. Non ci resta che attendere.

Articolo sul Resto del Carlino

A cura di Loredana Spezzano

FRANCHISOR: NO ROYALTIES SE VIOLA L'ESCLUSIVA

Franchisor e violazione di esclusiva: nuova Sentenza del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano (Giudice Dott. Enrico Consolandi, Sentenza del 13 ottobre 2015) si è occupato di violazione dell’esclusiva da parte del Franchisor, pronunciando un’importante decisione in materia di franchising.

La Sentenza (pronunciata in una causa di opposizione del Franchisee afranchisorl Decreto Ingiuntivo richiesto ed ottenuto da un Franchisor di intermediazione immobiliare in relazione al mancato pagamento delle royalties dovute quale corrispettivo per l’affiliazione) formula una serie di importanti statuizioni. Tale pronuncia sembra assai utile sia per gli Affilianti che per gli Affiliati, in quanto fornisce elementi di rilievo per la regolazione in itinere del rapporto e per la valutazione su “quanto incide” la violazione (o un comportamento acquiescente dell’Affiliante rispetto a tale violazione, se commessa da altri Affiliati) dell’esclusiva nel contratto di franchising da parte dell’Affiliante.

La vicenda

Il Franchisee deduceva, in sede di opposizione a Decreto Ingiuntivo, di essere sempre stato adempiente all’obbligo di pagamento delle royalties, ma di avere subìto una violazione della propria esclusiva territoriale, in quanto il Franchisor avrebbe esso stesso trattato affari immobiliari nel territorio del Franchisee, ed avrebbe comunque consentito che, con la sua acquiescenza, anche altri soggetti svolgessero attività di intermediazione immobiliare nel medesimo territorio.

Le valutazioni del Tribunale

Il Giudice, valutato il contesto e le prove sottopostegli, riteneva che “emerge dalla copiosa corrispondenza allegata che il Franchisee è stato più volte scavalcato nell’esecuzione dell’incarico da altri soggetti, sia esterni che direttamente riconducibili al Franchisor, in quanto suoi affiliati, e con l’espressa acquiescenza della società franchisor… la circostanza non è trascurabile in quanto rappresenta la chiave di lettura di tutta la controversia: il Franchisee non ha più pagato i canoni quando ha visto lesa la sua esclusiva… In virtù del collegamento appare fondata l’eccezione sollevata dal Franchisee… Si trattava di immobile di rilievo, per cui la inadempienza all’obbligo di esclusiva è rilevante“.

Il ruolo del Franchisor

Nella Sentenza in commento il Tribunale di Milano affronta dunque il tema del rapporto di corrispettività, nel Franchising, tra riconoscimento di una zona di esclusiva e royalties dovute al Franchisor per l’appartenenza al “sistema”. Il Giudice ha ritenuto sussistere, in buona sostanza, un rapporto estremamente stretto e sinergico tra i due elementi. Laddove, come nel caso di specie, uno venga meno, allora, a determinate condizioni, può venire meno anche l’altro. Si tratta di una Sentenza destinata a produrre effetti molto rilevanti e, probabilmente, a generare la necessità di un aumento della “soglia di attenzione” del Franchisor rispetto al comportamento complessivo dei propri affiliati.

Link utili: Assofranchising

CAI: LA CANCELLAZIONE D'URGENZA

Cos’è la CAI (Centrale d’Allarme Interbancaria)

La CAI è un archivio informatizzato presente presso la Banca d’Italia (QUI la disciplina e le  regole di funzionamento), all’interno del quale vengono segnalati i mancati pagamenti di assegni bancari emessi senza provvista, ed in relazione ai quali, nei 60 giorni dall’avviso dato dalla banca al proprio correntista (rectius: dalla negoziazione dell’assegno nell’ambito di apposita stanza di compensazione), quest’ultimo non abbia provveduto ad effettuare il pagamento dell’importo dovuto al creditore (c.d. importo facciale), maggiorato di interessi al tasso legale e di penale del 10% dell’importo facciale. Decorsi i 60 giorni dalla negoziazione in stanza di compensazione il nominativo del debitore viene iscritto nell’archivio CAI.

La iscrizione genera effetti estremamente pregiudizievoli, in quanto le Banche usualmente richiedono al correntista il rientro da fidi, castelletti, aperture di credito etc., e certamente la segnalazione alla CAI pregiudica in modo drammatico il rating creditizio del cliente.

La segnalazione alla CAI:  i casi

Nella maggior parte dei casi l’iscrizione di un correntista alla CAI da parte di una Banca non presenta irregolarità di sorta: il cliente ha effettivamente emesso un assegno in difetto di provvista, non ha provveduto alla regolarizzazione della posizione con il proprio creditore, e dunque da ciò consegue automaticamente la segnalazione alla CAI, peraltro perfettamente coincidente con la ratio delle norme che la prevedono. Punto essenziale, quello appena menzionato. La ratio delle previsioni disciplinanti l’iscrizione alla CAI è proprio quella di sanzionare l’emittente di assegni “a vuoto” e prevenire la ulteriore emissione di assegni da parte di quest’ultimo. Tuttavia vi sono svariati altri casi nei quali, seppure la iscrizione alla CAI può dirsi effettuata in modo “formalisticamente” legittimo, la segnalazione non rispecchia fedelmente la situazione. Si pensi, ad esempio, ai casi nei quali il debitore ha effettivamente pagato il creditore nei termini indicati dalla Legge, ma negli stessi termini non ha fornito alla Banca l’originale autenticato della dichiarazione del creditore, avendone trasmesso solo una copia; o al caso della ritardata trasmissione della quietanza da parte del beneficiario dell’assegno; oppure, ancora, ai casi nei quali il difetto di provvista, poi effettivamente “coperto” nei termini, era talmente minimale (si pensi ad una differenza di un Euro) da rendere del tutto sproporzionata l’entità dei disagi del correntista a seguito dell’iscrizione alla CAI. Tutti casi nei quali, a fronte della impossibilità o del rifiuto della Banca di rettificare la propria segnalazione, l’unica possibilità di impedire il generarsi di ulteriore pregiudizio è un intervento giudiziale in via d’urgenza.

L’orientamento della giurisprudenza

La giurisprudenza si è più volte pronunciata in merito alla cancellazione d’urgenza dalla CAI.  Preliminarmente va osservato che dopo alcune pronunce che inizialmente hanno negato l’ammissibilità dello strumento cautelare di cui all’art. 700 c.p.c. nel caso di specie (secondo dette pronunce tale norma non sarebbe stata applicabile in quanto il Cod. Privacy offrirebbe tutele specifiche, e dunque da applicare in via primaria rispetto all’art. 700 c.p.c., norma di applicazione residuale), l’orientamento giurisprudenziale maggioritario riconosce ormai la possibilità di agire con la tutela cautelare atipica.

Ciò detto, sono stati decisi, a titolo esemplificativo, i casi di

  •  mancata trasmissione della quietanza: il Tribunale di Milano, Ord. 15 ottobre 2014, ha ritenuto che sul correntista debbano ricadere le conseguenze di comportamenti sotto il suo controllo (l’emissione dell’assegno privo di provvista ed il successivo pagamento degli importi dovuti), e non quelli nella disponibilità altrui (la trasmissione della quietanza da parte del beneficiario);
  • presentazione per l’incasso oltre il termine utile: il Tribunale di Roma, Ord. 23 maggio 2014, ha statuito che per la segnalazione alla CAI occorre che l’assegno sia comunque stato presentato per l’incasso entro otto giorni (o quindici, se in altro Comune) dal termine per il pagamento;
  • mancanza di data nell’assegno: in questo caso, il Tribunale di Bergamo, Ord. 9 agosto 2012, ha rilevato la illegittimità della iscrizione alla CAI, in quanto il titolo privo di data è invalido;
  • pagamento di importo facciale ed oneri, ma omessa o tardiva dimostrazione alla Banca: in questo caso il Tribunale di Bologna, Ord. 1 settembre 2005, ha statuito che, pur in presenza di iscrizione legittima del correntista alla CAI, non sussistevano le condizioni sostanziali per il mantenimento della stessa, riconoscendo pertanto il diritto del correntista alla cancellazione del proprio nominativo, anche ex post.
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L'AGCM e la spartizione dei diritti tv del calcio

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L’antitrust comunica le risultanze istruttorie sul presunto cartello tra Sky e Mediaset per i diritti tv.

 

I due maggiori competitor televisivi si sarebbero accordati per la spartizione dei diritti tv della Serie A. L’intenzione sarebbe stata quella di “alterare il confronto concorrenziale in sede di partecipazione alla gara (…) evitando il dispiegarsi di dinamiche concorrenziali fra gli operatori attivi sul mercato e ostacolando l’ingresso di potenziali nuovi operatori“. E’ questa l’accusa che emerge dalle risultanze istruttorie trasmesse dall’antitrust, pubblicate da “La Repubblica”, alle parti coinvolte nel procedimento iniziato nel maggio dell’anno scorso.

Tra i soggetti coinvolti, oltre a Sky e Mediaset, anche la Lega Nazionale Professionisti della Serie A e del suo advisor, Infront Italia Spa.

La ricostruzione dei fatti.

Il procedimento fa riferimento all’asta per i diritti tv del triennio 2015 – 2018, suddivisi in tre pacchetti. Pacchetto A (diritti per piattaforma satellitare, relativi alle otto società sportive di maggiore interesse). Pacchetto B (diritti per piattaforma digitale terrestre per gli stessi eventi del pacchetto A). Pacchetto D (esclusiva per tutte le piattaforme delle restanti squadre).

Secondo le risultanze dell’autorità,  l’offerta migliore per i più importanti pacchetti, A e B, sarebbe stata quella di Sky Italia e, dunque, ad essa sarebbe spettata l’assegnazione della maggior parte delle gare. Ma la Lega e Infront si sarebbero attivate per trovare una soluzione di compromesso ed evitare così una totale esclusione dell’azienda di Cologno Monzese.

A seguito di tali trattative – scrive l’Antitrust – interviene l’accordo fra Sky e Rti Mediaset Premium”, in base al quale la prima si aggiudica tutte le partite della serie A sul satellite e Premium quelle sul digitale terrestre,  con la condivisione delle 22 partite del pacchetto D.

Prossimi passaggi

Una volta notificate le risultanze istruttorie, le parti possono contraddire quanto rilevato dall’autorità, presentando memorie scritte fino a cinque giorni prima della chiusura dell’istruttoria ed hanno diritto ad essere ascoltate in audizione finale che si terrà il 16 febbraio prossimo.

Sky e mediaset, qualora venissero accertate le violazioni contestate, rischiano una pesante multa.

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A cura di Pasquale Distefano