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Monopolio sui giochi solo per ordine pubblico

UE: Occorre una vigilanza effettiva per giustificare il monopolio sui giochi

di Luca Valerio*

 

Il monopolio sui giochi costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi e o alla libertà di stabilimento prevista dall’Unione Europea qualora non sia stabilito per scopi di ordine pubblico efficacemente perseguiti. A stabilirlo è la Corte di Giustizia Europea (Sezione IV) con la sentenza del 24 gennaio u.s., nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11, a tenore della quale: «Gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che essi ostano ad una normativa nazionale […] che concede un diritto esclusivo avente ad oggetto lo svolgimento, la gestione, l’organizzazione e il funzionamento dei giochi d’azzardo ad un organismo unico […], qualora, da un lato, tale normativa non risponda realmente all’intento di ridurre le occasioni di gioco e di limitare le attività in tale settore in modo coerente e sistematico e, dall’altro, non sia garantito uno stretto controllo da parte delle autorità pubbliche sull’espansione del settore dei giochi d’azzardo, soltanto nella misura necessaria alla lotta alla criminalità connessa a tali giochi, circostanze queste che spetta al giudice del rinvio verificare».

La Corte veniva adita da Stanleybet International Ltd, William Hill Organization Ltd, William Hill plc e Sportingbet plc, tutte società con sede nel Regno Unito, dove sono autorizzate ad organizzare giochi d’azzardo, alle quali era stata respinta, con tacito diniego, la richiesta di autorizzazione ad organizzare sul territorio greco scommesse sportive.  Successivamente, nel 2004 per la Stanleybet, e nel 2007 per la William Hill nonché per la Sportingbet, veniva proposto ricorso dinanzi al giudice del rinvio al fine di ottenere l’annullamento del rifiuto tacito da parte delle autorità greche.

In Grecia veniva concesso all’OPAP un diritto esclusivo avente ad oggetto lo svolgimento, la gestione, l’organizzazione e il funzionamento dei giochi d’azzardo e delle schedine per scommesse con vincita fissa o variabile, per un periodo di 20 anni, ovvero fino al 2020. L’OPAP, inizialmente impresa pubblica detenuta al 100% dallo Stato greco, è stata trasformata in società per azioni nel 1999 ed è stata quotata alla Borsa di Atene nel 2001. Nel 2005 lo Stato ha deciso di diventare azionista di minoranza conservando solo il 34% delle azioni dell’OPAP, mantenendo, tuttavia, il diritto di nominare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione. Tale diritto è stato soppresso poiché questa prerogativa era contraria al diritto societario greco.

Nell’organo giudicante di rinvio vi erano due posizione, l’una di maggioranza, secondo cui la normativa nazionale che attribuisce all’OPAP una situazione di monopolio, non può considerarsi giustificata alla luce degli articoli 43 CE e 49 CE e «Una restrizione siffatta non sarebbe nemmeno giustificata dall’obiettivo prospettato della repressione della criminalità connessa ai giochi d’azzardo, poiché […] l’espansione del settore dei giochi d’azzardo in Grecia non può essere qualificata come controllata», e l’altra di minoranza, secondo cui la normativa nazionale greca è giustificata alla luce degli articoli 43 CE e 49 CE, in quanto l’obiettivo principale perseguito da tale normativa non consiste nella necessità di ridurre l’offerta dei giochi d’azzardo, bensì nella repressione della criminalità ad essi connessa, obiettivo, questo, che è perseguito grazie ad una politica di espansione controllata del settore dei giochi d’azzardo. Infatti lo Stato greco avrebbe continuato ad esercitare una vigilanza sull’OPAP, in particolare approvando i regolamenti riguardanti la sua attività e monitorando la procedura di organizzazione dei giochi.

Dato atto che risulta ormai del tutto pacifico che una normativa di uno Stato membro, come quella descritta dal giudice del rinvio, costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi garantita dall’articolo 49 CE o alla libertà di stabilimento garantita dall’articolo 43 CE, in quanto sancisce un monopolio (ex multis sentenza dell’8 settembre 2010, Stoß e a., C-316/07, da C-358/07 a C-360/07, C-409/07 e C- 410/07, Racc. pag. I-8069, punto 68).  Occorre tuttavia valutare se siffatta restrizione possa essere ammessa sulla base delle misure derogatorie, per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica, espressamente previsti dagli articoli 45 CE e 46 CE, applicabili anche in materia di libera prestazione di servizi in forza dell’articolo 55 CE, ovvero possa essere giustificata, conformemente alla giurisprudenza della Corte, da ragioni imperative di interesse generale (sentenza del 19 luglio 2012, Garkalns, C-470/11, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 35 e giurisprudenza citata).

Nel caso di specie, secondo l’opinione di maggioranza dei membri dell’organo giudicante del rinvio, l’OPAP è sottoposto a vigilanza solo superficiale dello Stato. Pertanto nel caso di specie le summenzionate norme derogatorie non trovano applicazione, con conseguente illegittimità del monopolio.

* Avvocato in Bologna, collaboratore Senior Studio Legale Adamo

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Sport: Diritto di accesso delle piccole emittenti televisive

Sky e cronaca sportiva: Il diritto di accesso delle piccole emittenti televisive

di Luca Valerio*

 

Se previsto dalla legge dello Stato Membro, il titolare dei diritti esclusivi di trasmissione televisiva (nella fattispecie Sky) è tenuto a consentire la realizzazione di brevi estratti di cronaca a qualsivoglia emittente televisiva, stabilita nell’Unione, senza poter esigere un compenso economico superiore ai costi supplementari direttamente sostenuti per la fornitura dell’accesso al segnale. E’ quanto stabilito dalla Grande Sezione della Corte di Giustizia Europea nella causa C-283/2011, con sentenza 22 gennaio 2013.

In particolare il quesito sottoposto alla Grande Sezione era volto ad accertare se l’articolo 15, paragrafo 6, della direttiva c.d. dei «Servizi di media audiovisivi» (direttiva 2010/13/UE) costituisca violazione dei diritti fondamentali del titolare dei diritti esclusivi di trasmissione televisiva.

Infatti a tenore dell’articolo 15, paragrafo 6, della direttiva dei “Servizi di media audiovisivi” «Gli Stati membri provvedono a che, ai fini della realizzazione di brevi estratti di cronaca, ogni emittente stabilita nell’Unione abbia accesso, a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, a eventi di grande interesse pubblico trasmessi in esclusiva da un’emittente soggetta alla loro giurisdizione. […] Qualora sia previsto un compenso, esso non deve superare i costi supplementari direttamente sostenuti per la fornitura dell’accesso». Gli articoli 16 e 17, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nonché l’articolo 1 del protocollo addizionale, sanciscono i seguenti principi:

Articolo 16 della Carta: «è riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto dell’Unione e alle legislazioni e prassi nazionali».

Articolo 17 della Carta: «Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità. Nessuno può essere privato della proprietà se non per causa di pubblico interesse, nei casi e nei modi previsti dalla legge e contro il pagamento in tempo utile di una giusta indennità per la perdita della stessa. L’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale».

Orbene la Corte, conformemente ai precedenti giurisprudenziali (v., in tal senso, sentenze del 9 settembre 2004, Spagna e Finlandia/Parlamento e Consiglio, C 184/02 e C 223/02, Racc. pag. I 7789, punti 51 e 52, nonché del 6 settembre 2012, Deutsches Weintor, C 544/10, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 54 e giurisprudenza citata), ha ribadito che la libertà d’impresa non costituisce una prerogativa assoluta, bensì deve essere presa in considerazione rispetto alla sua funzione nella società. Pertanto la libertà d’impresa può essere soggetta ad un ampio ventaglio di interventi dei poteri pubblici suscettibili di stabilire, nell’interesse generale, limiti all’esercizio dell’attività economica, purché tali limiti vengano imposti dalla legge.

Conseguentemente la Corte, avuto riguardo ai precedenti giurisprudenziali su menzionati e alla ratio delle norme in oggetto, ricostruita mediante i “considerando” alle norme in discorso, ha statuito «L’esame della questione pregiudiziale sollevata non ha rivelato alcun elemento idoneo ad inficiare la validità dell’articolo 15, paragrafo 6, della direttiva 2010/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 marzo 2010, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva «Servizi di media audiovisivi»)».

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* Avvocato in Bologna – Collaboratore Senior presso lo Studio Legale Adamo