Internet

Ustica: presentato il ricorso contro la sentenza sul risarcimento alle vittime

Ricorso contro la sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato il Ministero della Difesa e dei Trasporti

 

Il governo Monti ha presentato il ricorso proposto dal governo Berlusconi contro la sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato il Ministero della Difesa e dei Trasporti al risarcimento di 100 milioni di euro a favore dei familiari delle vittime.

L’associazione dei familiari, nella persona del presidente, Sig.ra Daria Bonfietti, ha chiesto il ritiro del ricorso con il quale è stata richiesta la sospensione della sentenza e di considerare “con rispetto e di fare i conti” con la decisione del Tribunale di Palermo.

 

Dott.ssa Francesca Marchetti

Internet

Gela – petrolchimico sotto accusa

Gela (Caltanissetta) – Impianto Clorosoda del petrolchimico sotto accusa

Con la sentenza n. 160/2011 il Tribunale di Gela ha riconosciuto il nesso causale tra la morte del capoturno dell’impianto clorosoda del petrolchimico di Gela e gli altissimi livelli di sostanze chimiche inquinanti presenti nello stesso. Con la sentenza di cui sopra è stato riconosciuta alla famiglia supestite l’indennità per malattia professionale e, conseguentemente, l’Inail dovrà corrispondere la relativa rendita di reversibilità.

L’impianto, conosciuto come “impianto Killer” nella zona, è chiuso da oltre 20 anni, ma sono forti i sospetti che abbia portato alla morte oltre 15 operai a causa delle inalazioni di cloruro di sodio, cloruro di vinile, mercurio, amianto, idrogeno solforato, dicloroetano, presenti in dosi massicce nell’ambiente di lavoro con possibilità di contatto fisico, nonché di inalazioni per via respiratoria.

Dott.ssa Sandra Sammartino


Di segiuto il testo integrale del provvedimento

Tribunale di Gela, sentenza n. 160 del 16 marzo 2011

Internet

Super – Inquinamento da impianti

L’indagine dell’Agenzia UE per l’ambiente rileva la presenza di 622 impianti super-inquinanti. Il costo a carico di ogni cittadino europeo è di 200-300 euro.

Un’indagine dell’Agenzia europea per l’ambiente ha indicato un gruppo di 191 stabilimenti come responsabili di un danno ambientale valutato tra i 51 e gli 85 miliardi di euro.

L’inquinamento deriva dall’attività di 622 impianti e riguarda effetti prodotti da sostanze quali l’ossido di azoto, anidride solforica, metalli pesanti, polveri sottili e anidride carbonica. L’Italia è situata tra i primi posti dei paesi super inquinatori, insieme a Francia, Germania, Polonia e Regno Unito. Tra i 20 impianti a maggior impatto ambientale, infatti, figura la centrale elettrica Federico II di Brindisi Sud.

Dott.ssa Francesca Marchetti

Internet

Europa: ISP, nessun obbligo generale di controllo

P2P – Corte di Giustizia – illegittimo il provvedimento che impone un obbligo generalizzato di sorveglianza in capo agli ISP

di Luca Valerio*

 

La Corte di Giustizia torna a pronunciarsi in materia di sorveglianza generalizzata delle informazioni trasmesse sulla rete tramite gli ISP (Internet Service Provider, o “FAI”, Fornitori di Accesso ad Internet). Nell’arresto in commento la Corte di Giustizia, sebbene premetta che la Direttiva 2004/48 (Considerando n. 23, artt. 2 e 11) prevede la possibilità di riconoscere un provvedimento inibitorio contro un intermediario i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare il diritto di proprietà industriale del titolare, tuttavia la Corte sancisce l’illegittimità del provvedimento inibitorio di portata generale del giudice nazionale pronunciato contro l’ISP attraverso la cui rete soggetti terzi violano il diritto d’autore.

La motivazione della Corte verte principalmente sul contemperamento degli interessi dei diversi soggetti: gli utenti, l’ISP e il titolare del copyright. La Corte statuisce che un provvedimento inibitorio di carattere generale, senza indicazione alcuna del singolo navigatore da bloccare, comporterebbe in primo luogo un costo insostenibile per gli ISP con conseguente violazione della libertà di impresa ed in secondo luogo una indebita compressione del diritto alla tutela dei dati personali e della libertà di ricevere o di comunicare informazioni. Pertanto il diritto dell’Unione vieta un’ingiunzione di un giudice nazionale diretta ad imporre ad un fornitore di accesso ad Internet di predisporre un sistema di filtraggio per prevenire gli scaricamenti illegali di file.

 

* Avvocato in Bologna, professionista Senior – Studio Legale Adamo

 

 

PDF – Di seguito il testo integrale della sentenza 24 novembre 2011, pocedimento C‑70/10 (per il file pdf clicca qui):

 

«SENTENZA DELLA CORTE (Terza Sezione)

24 novembre 2011 (*)

«Società dell’informazione – Diritto d’autore – Internet – Programmi “peer-to-peer” – Fornitori di accesso a Internet – Predisposizione di un sistema di filtraggio delle comunicazioni elettroniche al fine di impedire gli scambi dei file che ledono i diritti d’autore – Assenza di un obbligo generale di sorvegliare le informazioni trasmesse»

Nel procedimento C‑70/10,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 267 TFUE, dalla cour d’appel de Bruxelles (Belgio), con decisione 28 gennaio 2010, pervenuta in cancelleria il 5 febbraio 2010, nella causa

Scarlet Extended SA

contro

Société belge des auteurs, compositeurs et éditeurs SCRL (SABAM),

con l’intervento di:

Belgian Entertainment Association Video ASBL (BEA Video),

Belgian Entertainment Association Music ASBL (BEA Music),

Internet Service Provider Association ASBL (ISPA),

LA CORTE (Terza Sezione),

composta dal sig. K. Lenaerts, presidente di sezione, dal sig. J. Malenovský (relatore), dalla sig.ra R. Silva de Lapuerta, dai sigg. E. Juhász e G. Arestis, giudici,

avvocato generale: sig. P. Cruz Villalón

cancelliere: sig.ra C. Strömholm, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 13 gennaio 2011,

considerate le osservazioni presentate:

–        per la Scarlet Extended SA, dagli avv.ti T. De Meese e B. Van Asbroeck, avocats;

–        per la Société belge des auteurs, compositeurs et éditeurs SCRL (SABAM), la Belgian Entertainment Association Video ASBL (BEA Video) e la Belgian Entertainment Association Music ASBL (BEA Music), dagli avv.ti F. de Visscher, B. Michaux e F. Brison, avocats;

–        per la Internet Service Provider Association ASBL (ISPA), dall’avv. G. Somers, avocat;

–        per il governo belga, dai sigg. T. Materne e J.‑C. Halleux, nonché dalla sig.ra C. Pochet, in qualità di agenti;

–        per il governo ceco, dal sig. M. Smolek e dalla sig.ra K. Havlíčková, in qualità di agenti;

–        per il governo italiano, dalla sig.ra G. Palmieri, in qualità di agente, assistita dal sig. S. Fiorentino, avvocato dello Stato;

–        per il governo olandese, dalle sig.re C. Wissels e B. Koopman, in qualità di agenti;

–        per il governo polacco, dai sigg. M. Szpunar, M. Drwięcki e J. Goliński, in qualità di agenti;

–        per il governo finlandese, dalla sig.ra M. Pere, in qualità di agente;

–        per la Commissione europea, dalle sig.re J. Samnadda e C. Vrignon, in qualità di agenti,

sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 14 aprile 2011,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione delle seguenti direttive:

–        direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («Direttiva sul commercio elettronico») (GU L 178, pag. 1);

–        direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 22 maggio 2001, 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione (GU L 167, pag. 10);

–        direttiva del Parlamento
europeo e del Consiglio 29 aprile 2004, 2004/48/CE, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale (GU L 157, pag. 45; rettifiche nella GU 2004, L 195, pag. 16);

–        direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 24 ottobre 1995, 95/46/CE, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (GU L 281, pag. 31), e

–        direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 12 luglio 2002, 2002/58/CE, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche (direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche) (GU L 201, pag. 37).

2        Questa domanda è stata presentata nel contesto di una controversia tra la Scarlet Extended SA (in prosieguo: la «Scarlet») e la Société belge des auteurs, compositeurs et éditeurs SCRL (SABAM) (in prosieguo: la «SABAM») vertente sul rifiuto della Scarlet di predisporre un sistema di filtraggio delle comunicazioni elettroniche realizzate tramite programmi per lo scambio di archivi (detti «peer-to-peer»), onde impedire gli scambi dei file che ledono i diritti d’autore.

Contesto normativo

Il diritto dell’Unione

La direttiva 2000/31

3        Ai sensi del quarantacinquesimo e del quarantasettesimo ‘considerando’ della direttiva 2000/31:

«(45) Le limitazioni alla responsabilità dei prestatori intermedi previste nella presente direttiva lasciano impregiudicata la possibilità di azioni inibitorie di altro tipo. Siffatte azioni inibitorie possono, in particolare, essere ordinanze di organi giurisdizionali o autorità amministrative che obbligano a porre fine a una violazione o impedirla, anche con la rimozione dell’informazione illecita o la disabilitazione dell’accesso alla medesima.

(…)

(47)      Gli Stati membri non possono imporre ai prestatori un obbligo di sorveglianza di carattere generale. Tale disposizione non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici e, in particolare, lascia impregiudicate le ordinanze emesse dalle autorità nazionali secondo le rispettive legislazioni».

4        L’art. 1 di questa direttiva così recita:

«1.      La presente direttiva mira a contribuire al buon funzionamento del mercato interno garantendo la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione tra Stati membri.

2.      La presente direttiva ravvicina, nella misura necessaria alla realizzazione dell’obiettivo di cui al paragrafo 1, talune norme nazionali sui servizi della società dell’informazione che interessano il mercato interno, lo stabilimento dei prestatori, le comunicazioni commerciali, i contratti per via elettronica, la responsabilità degli intermediari, i codici di condotta, la composizione extragiudiziaria delle controversie, i ricorsi giurisdizionali e la cooperazione tra Stati membri.

(…)».

5        L’art. 12 di detta direttiva, che figura nella Sezione 4 del Capo II della stessa ed è intitolato «Responsabilità dei prestatori intermediari», dispone quanto segue:

«1.      Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione, il prestatore non sia responsabile delle informazioni trasmesse a condizione che egli:

a)      non dia origine alla trasmissione;

b)      non selezioni il destinatario della trasmissione; e

c)      non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse.

(…)

3.      Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, secondo gli ordinamenti degli Stati membri, che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa esiga che il prestatore impedisca o ponga fine ad una violazione».

6        Ai sensi dell’art. 15 della direttiva 2000/31, anch’esso incluso nella sua Sezione 4 del Capo II:

«1.      Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 12, 13 e 14, gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

2.      Gli Stati membri possono stabilire che i prestatori di servizi della società dell’informazione siano tenuti ad informare senza indugio la pubblica autorità competente di presunte attività o informazioni illecite dei destinatari dei loro servizi o a comunicare alle autorità competenti, a loro richiesta, informazioni che consentano l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati».

La direttiva 2001/29

7        A norma del sedicesimo e del cinquantanovesimo ‘considerando’ della direttiva 2001/29:

«(16)(…) La presente direttiva dovrebbe essere attuata in tempi analoghi a quelli previsti per [la direttiva 2000/31], in quanto tale direttiva fornisce un quadro armonizzato di principi e regole che riguardano tra l’altro alcune parti importanti della presente direttiva. Questa direttiva lascia impregiudicate le regole relative alla responsabilità della direttiva suddetta.

(…)

(59)      In particolare in ambito digitale, i servizi degli intermediari possono essere sempre più utilizzati da terzi per attività illecite. In molti casi siffatti intermediari sono i più idonei a porre fine a dette attività illecite. Pertanto fatte salve le altre sanzioni e i mezzi di tutela a disposizione, i titolari dei diritti dovrebbero avere la possibilità di chiedere un provvedimento inibitorio contro un intermediario che consenta violazioni in rete da parte di un terzo contro opere o altri materiali protetti. Questa possibilità dovrebbe essere disponibile anche ove gli atti svolti dall’intermediario siano soggetti a eccezione ai sensi dell’articolo 5. Le condizioni e modalità relative a tale provvedimento ingiuntivo dovrebbero essere stabilite dal diritto nazionale degli Stati membri».

8        L’art. 8 della direttiva 2001/29 stabilisce quanto segue:

«1.      Gli Stati membri prevedono adeguate sanzioni e mezzi di ricorso contro le violazioni dei diritti e degli obblighi contemplati nella presente direttiva e adottano tutte le misure necessarie a garantire l
’applicazione delle sanzioni e l’utilizzazione dei mezzi di ricorso. Le sanzioni previste devono essere efficaci, proporzionate e dissuasive.

(…)

3.      Gli Stati membri si assicurano che i titolari dei diritti possano chiedere un provvedimento inibitorio nei confronti degli intermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d’autore o diritti connessi».

La direttiva 2004/48

9        Il ventitreesimo ‘considerando’ della direttiva 2004/48 così recita:

«[Senza pregiudizio di] eventuali altre misure, procedure e mezzi di ricorso disponibili, i titolari dei diritti dovrebbero avere la possibilità di richiedere un provvedimento inibitorio contro un intermediario i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare il diritto di proprietà industriale del titolare. Le condizioni e modalità relative a tale provvedimento inibitorio dovrebbero essere stabilite dal diritto nazionale degli Stati membri. Per quanto riguarda le violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, la direttiva [2001/29] prevede già un ampio livello di armonizzazione. Pertanto l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva [2001/29] non dovrebbe essere pregiudicato dalla presente direttiva».

10      Ai termini dell’art. 2, n. 3, della direttiva 2004/48:

«La presente direttiva fa salve:

a)      le disposizioni comunitarie che disciplinano il diritto sostanziale di proprietà intellettuale (…), la direttiva [2000/31] in generale e le disposizioni degli articoli da 12 a 15 [di quest’ultima] in particolare;

(…)».

11      L’art. 3 della direttiva 2004/48 così recita:

«1.      Gli Stati membri definiscono le misure, le procedure e i mezzi di ricorso necessari ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale di cui alla presente direttiva. Tali misure, procedure e mezzi di ricorso sono leali ed equi, non inutilmente complessi o costosi e non comportano termini irragionevoli né ritardi ingiustificati.

2.      Le misure, le procedure e i mezzi di ricorso sono effettivi, proporzionati e dissuasivi e sono applicati in modo da evitare la creazione di ostacoli al commercio legittimo e da prevedere salvaguardie contro gli abusi».

12      L’art. 11 della direttiva 2004/48 così dispose:

«Gli Stati membri assicurano che, in presenza di una decisione giudiziaria che ha accertato una violazione di un diritto di proprietà intellettuale, le autorità giudiziarie possano emettere nei confronti dell’autore della violazione un’ingiunzione diretta a vietare il proseguimento della violazione. Se previsto dalla legislazione nazionale, il mancato rispetto di un’ingiunzione è oggetto, ove opportuno, del pagamento di una pena pecuniaria suscettibile di essere reiterata, al fine di assicurarne l’esecuzione. Gli Stati membri assicurano che i titolari possano chiedere un provvedimento ingiuntivo nei confronti di intermediari i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare un diritto di proprietà intellettuale, senza pregiudizio dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva [2001/29]».

Il diritto nazionale

13      L’art. 87, n. 1, primo e secondo comma, della legge 30 giugno 1994, sul diritto d’autore e sui diritti connessi (Moniteur belge del 27 luglio 1994, pag. 19297) prevede quanto segue:

«Il presidente del tribunal de première instance (…) consta[ta] l’esistenza e [ordina] la cessazione di qualsiasi violazione del diritto d’autore o di un diritto connesso.

[Può] altresì emanare un provvedimento inibitorio contro intermediari i cui servizi siano utilizzati da un terzo per violare il diritto d’autore o un diritto connesso».

14      Gli artt. 18 e 21 della legge 11 marzo 2003, su taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione (Moniteur belge del 17 marzo 2003, pag. 12962), recepiscono nel diritto nazionale gli artt. 12 e 15 della direttiva 2000/31.

Causa principale e questioni pregiudiziali

15      La SABAM è una società di gestione che rappresenta gli autori, i compositori e gli editori di opere musicali ed autorizza l’utilizzo delle loro opere tutelate da parte di terzi.

16      La Scarlet è un fornitore di accesso ad Internet (in prosieguo: «FAI») che procura ai propri clienti tale accesso, senza proporre altri servizi come lo scaricamento o la condivisione dei file.

17      Nel corso del 2004, la SABAM perveniva alla conclusione che gli utenti di Internet che si avvalevano dei servizi della Scarlet scaricavano da Internet, senza autorizzazione e senza pagarne i diritti, opere contenute nel suo catalogo utilizzando reti «peer-to-peer», che costituiscono uno strumento aperto per la condivisione di contenuti, indipendente, decentralizzato e dotato di avanzate funzioni di ricerca e di scaricamento di file.

18      Con atto di ricorso del 24 giugno 2004 essa citava pertanto la Scarlet dinanzi al presidente del tribunal de première instance de Bruxelles, sostenendo che, nella sua qualità di FAI, tale società si trovava nella situazione ideale per adottare misure volte a far cessare le violazioni del diritto d’autore commesse dai suoi clienti.

19      LA SABAM chiedeva, anzitutto, che venisse riconosciuta la violazione dei diritti d’autore sulle opere musicali appartenenti al suo repertorio, in particolare dei diritti di riproduzione e di comunicazione al pubblico, dovuta allo scambio non autorizzato di file musicali realizzato grazie a software «peer to peer». Tali violazioni sarebbero state commesse avvalendosi dei servizi della Scarlet.

20      Essa domandava inoltre che la Scarlet fosse condannata, a pena di ammenda, a far cessare tali violazioni rendendo impossibile o bloccando qualsiasi forma di invio o di ricezione da parte dei suoi clienti, mediante programmi «peer to peer», senza autorizzazione dei titolari dei diritti, di file contenenti un’opera musicale, pretendendo infine che la Scarlet le comunicasse la descrizione delle misure che intendeva applicare per ottemperare all’emananda sentenza, a pena di ammenda.

21      Con sentenza 26 novembre 2004, il presidente del tribunal de première instance de Bruxelles accertava l’esistenza delle violazioni del diritto d’autore denunciate dalla SABAM. Tuttavia, prima di statuire sull’istanza di provvedimenti inibitori, esso incaricava un perito di verificare se le soluzioni tecniche proposte dalla SABAM fossero tecnicamente realizzabili, se esse consentissero di filtrare unicamente gli s
cambi illeciti di file e se esistessero altri dispositivi idonei a controllare l’utilizzo di programmi «peer to peer», nonché di quantificare il costo dei dispositivi considerati.

22      Nella sua relazione, il perito designato traeva la conclusione che, nonostante la presenza di numerosi ostacoli tecnici, non si poteva escludere completamente che il filtraggio ed il blocco degli scambi illeciti di file fosse realizzabile.

23      Con sentenza 29 giugno 2007, il presidente del tribunal de première instance de Bruxelles condannava pertanto la Scarlet a far cessare le violazioni del diritto d’autore accertate con la sentenza 26 novembre 2004, rendendo impossibile qualsiasi forma, realizzata mediante un programma «peer to peer», di invio o di ricezione, da parte dei suoi clienti, di file che contenessero un’opera musicale appartenente al repertorio della Sabam, a pena di ammenda.

24      La Scarlet interponeva appello contro tale sentenza dinanzi al giudice del rinvio, affermando, anzitutto, che le risultava impossibile ottemperare a tale ingiunzione poiché l’efficacia e la durata nel tempo dei dispositivi di blocco o di filtraggio non erano dimostrate e l’attuazione di tali dispositivi era ostacolata da diversi fattori pratici, quali problemi di capacità della rete e di impatto sulla stessa. Inoltre, qualsiasi tentativo di bloccare i file incriminati, a suo avviso, sarebbe stato destinato al fallimento a breve termine, stante l’esistenza di numerosi programmi «peer-to-peer» che avrebbero reso impossibile la verifica del loro contenuto da parte di terzi.

25      La Scarlet sosteneva poi che detta ingiunzione non era conforme all’art. 21 della legge 11 marzo 2003, su taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, che recepisce nel diritto nazionale l’art. 15 della direttiva 2000/31, in quanto imponeva, de facto, un obbligo generale di sorveglianza sulle comunicazioni veicolate dalla sua rete, posto che qualsiasi dispositivo di blocco o di filtraggio del traffico «peer to peer» presuppone una sorveglianza generalizzata su tutte le comunicazioni che passano per tale rete.

26      Infine, la Scarlet spiegava che la predisposizione di un sistema di filtraggio avrebbe leso le disposizioni del diritto dell’Unione in materia di tutela dei dati personali e di segreto delle comunicazioni, in quanto tale filtraggio implica il trattamento degli indirizzi IP, che sono dati personali.

27      In tale contesto il giudice del rinvio ha ritenuto che, prima di verificare se un meccanismo di filtraggio e di blocco dei file «peer-to-peer» esista e possa essere efficace, occorre assicurarsi che gli obblighi da porre eventualmente a carico della Scarlet siano conformi al diritto dell’Unione.

28      In tale contesto, la cour d’appel de Bruxelles ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)      Se le direttive 2001/29 e 2004/48, lette in combinato disposto con le direttive 95/46, 2000/31 e 2002/58, interpretate, in particolare, alla luce degli artt. 8 e 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, consentano agli Stati membri di autorizzare un giudice nazionale, adito nell’ambito di un procedimento nel merito e in base alla sola disposizione di legge che prevede che “[i giudici nazionali] possono altresì emettere un’ingiunzione recante un provvedimento inibitorio nei confronti di intermediari i cui servizi siano utilizzati da un terzo per violare il diritto d’autore o un diritto connesso”, ad ordinare ad un [FAI] di predisporre, nei confronti della sua intera clientela, in abstracto e a titolo preventivo, esclusivamente a spese di tale FAI e senza limitazioni nel tempo, un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche, sia entranti che uscenti, che transitano per i suoi servizi, in particolare mediante l’impiego di software “peer to peer”, al fine di individuare, nella sua rete, la circolazione di file contenenti un’opera musicale, cinematografica o audiovisiva sulla quale il richiedente affermi di vantare diritti, e in seguito di bloccare il trasferimento di questi, al momento della richiesta o in occasione dell’invio.

2)      In caso di risposta affermativa alla [prima] questione (…), se tali direttive obblighino il giudice nazionale, adito per statuire su una richiesta di ingiunzione nei confronti di un intermediario dei cui servizi si avvalgano terzi per violare il diritto d’autore, ad applicare il principio della proporzionalità quando è chiamato a pronunciarsi sull’efficacia e sull’effetto dissuasivo della misura richiesta».

Sulle questioni pregiudiziali

29      Con le sue questioni il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se le direttive 2000/31, 2001/29, 2004/48, 95/46 e 2002/58, lette nel loro combinato disposto ed interpretate alla luce delle condizioni che la tutela dei diritti fondamentali applicabili implica, debbano essere interpretate nel senso che ostano all’ingiunzione rivolta ad un FAI di predisporre un sistema di filtraggio:

–        di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, in particolare mediante programmi «peer-to-peer»;

–        che si applichi indistintamente a tutta la sua clientela;

–        a titolo preventivo;

–        a sue spese esclusive, e

–        senza limiti nel tempo,

idoneo ad identificare nella rete di tale fornitore la circolazione di file contenenti un’opera musicale, cinematografica o audiovisiva rispetto alla quale il richiedente affermi di vantare diritti di proprietà intellettuale, onde bloccare il trasferimento di file il cui scambio pregiudichi il diritto d’autore (in prosieguo: il «sistema di filtraggio controverso»).

30      In proposito, occorre anzitutto ricordare che, ai sensi degli artt. 8, n. 3, della direttiva 2001/29 e 11, terza frase, della direttiva 2004/48, i titolari di diritti di proprietà intellettuale possono chiedere un provvedimento inibitorio nei confronti degli intermediari, come i FAI, i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare i loro diritti.

31      Dalla giurisprudenza della Corte risulta poi che la competenza attribuita, a norma di tali disposizioni, agli organi giurisdizionali nazionali deve consentire a questi ultimi di ingiungere a detti intermediari di adottare provvedimenti che contribuiscano in modo effettivo, non solo a porre fine alle violazioni già inferte ai diritti di proprietà intellettuale mediante i loro servizi della società dell’informazione, ma anche a prevenire nuove violazioni (v., in questo senso, sentenza 12 luglio 2011, causa C‑324/09, L’Oréal e a., non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 131).

32      In
fine, dalla medesima giurisprudenza si evince che le modalità delle ingiunzioni che gli Stati membri devono prevedere ai sensi di detti artt. 8, n. 3, e 11, terza frase, quali quelle relative alle condizioni che devono essere soddisfatte e alla procedura da seguire, devono essere stabilite dal diritto nazionale (v., mutatis mutandis, sentenza L’Oréal e a., cit., punto 135).

33      Pertanto, tali norme nazionali, al pari della loro applicazione da parte degli organi giurisdizionali nazionali, devono rispettare i limiti derivanti dalle direttive 2001/29 e 2004/48, nonché dalle fonti del diritto alle quali tali direttive fanno riferimento (v., in questo senso, sentenza L’Oréal e a., cit., punto 138).

34      Di conseguenza, in conformità al sedicesimo ‘considerando’ della direttiva 2001/29 e all’art. 2, n. 3, lett. a), della direttiva 2004/48, dette norme, emanate dagli Stati membri, non possono intaccare le disposizioni della direttiva 2000/31 e, più precisamente, i suoi artt. 12‑15.

35      Tali norme devono quindi rispettare l’art. 15, n. 1, della direttiva 2000/31, che vieta alle autorità nazionali di adottare misure che impongano ad un FAI di procedere ad una sorveglianza generalizzata sulle informazioni che esso trasmette sulla propria rete.

36      A questo riguardo, la Corte ha già statuito che siffatto divieto abbraccia in particolare le misure nazionali che obbligherebbero un prestatore intermedio, come un FAI, a realizzare una vigilanza attiva su tutti i dati di ciascuno dei suoi clienti per prevenire qualsiasi futura violazione di diritti di proprietà intellettuale. Peraltro, un obbligo siffatto di vigilanza generale sarebbe incompatibile con l’art. 3 della direttiva 2004/48, il quale enuncia che le misure contemplate da detta direttiva devono essere eque e proporzionate e non eccessivamente costose (v. sentenza L’Oréal e a., cit., punto 139).

37      Ciò considerato, occorre verificare se l’ingiunzione oggetto della causa principale, che impone al FAI di predisporre il sistema di filtraggio controverso, implichi in tale circostanza l’obbligo di procedere ad una sorveglianza attiva su tutti i dati di ciascuno dei suoi clienti per prevenire qualsiasi futura violazione di diritti di proprietà intellettuale.

38      A questo proposito, è pacifico che l’attuazione di tale sistema di filtraggio presuppone:

–        che il FAI identifichi, in primo luogo, nell’insieme delle comunicazioni elettroniche di tutti i suoi clienti, i file che appartengono al traffico «peer-to-peer»;

–        che esso identifichi, in secondo luogo, nell’ambito di tale traffico, i file che contengono opere sulle quali i titolari dei diritti di proprietà intellettuale affermino di vantare diritti;

–        in terzo luogo, che esso determini quali tra questi file sono scambiati in modo illecito e,

–        in quarto luogo, che proceda al blocco degli scambi di file che esso stesso qualifica come illeciti.

39      Siffatta sorveglianza preventiva richiederebbe così un’osservazione attiva sulla totalità delle comunicazioni elettroniche realizzate sulla rete del FAI coinvolto e, pertanto, includerebbe tutte le informazioni da trasmettere e ciascun cliente che si avvale di tale rete.

40      Alla luce di quanto precede, occorre dichiarare che l’ingiunzione rivolta al FAI in questione di predisporre il sistema di filtraggio controverso lo obbligherebbe a procedere ad una sorveglianza attiva su tutti i dati di ciascuno dei suoi clienti per prevenire qualsiasi futura violazione di diritti di proprietà intellettuale. Da ciò si evince che tale ingiunzione imporrebbe a detto FAI una sorveglianza generalizzata, che è vietata dall’art. 15, n. 1, della direttiva 2000/31.

41      Per vagliare la conformità di tale ingiunzione al diritto dell’Unione, occorre inoltre tenere conto delle condizioni che discendono dalla tutela dei diritti fondamentali applicabili, come quelli menzionati dal giudice del rinvio.

42      In proposito va ricordato che l’ingiunzione oggetto della causa principale è volta a garantire la tutela dei diritti d’autore, che appartengono alla sfera del diritto di proprietà intellettuale e che possono essere lesi dalla natura e dal contenuto di talune comunicazioni elettroniche realizzate per il tramite della rete del FAI in questione.

43      Sebbene la tutela del diritto di proprietà intellettuale sia sancita dall’art. 17, n. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»), non può desumersi né da tale disposizione né dalla giurisprudenza della Corte che tale diritto sia intangibile e che la sua tutela debba essere garantita in modo assoluto.

44      Come emerge, infatti, dai punti 62‑68 della sentenza 29 gennaio 2008, causa C‑275/06, Promusicae (Racc. pag. I‑271), la tutela del diritto fondamentale di proprietà, di cui fanno parte i diritti di proprietà intellettuale, deve essere bilanciata con quella di altri diritti fondamentali.

45      Più precisamente, dal punto 68 di tale sentenza emerge che è compito delle autorità e dei giudici nazionali, nel contesto delle misure adottate per proteggere i titolari di diritti d’autore, garantire un giusto equilibrio tra la tutela di tali diritti e quella dei diritti fondamentali delle persone su cui incidono dette misure.

46      Pertanto, in circostanze come quelle della causa principale, le autorità ed i giudici nazionali devono in particolare garantire un giusto equilibrio tra la tutela del diritto di proprietà intellettuale, di cui godono i titolari di diritti d’autore, e quella della libertà d’impresa, appannaggio di operatori come i FAI in forza dell’art. 16 della Carta.

47      Orbene, nella presente fattispecie, l’ingiunzione di predisporre il sistema di filtraggio controverso implica una sorveglianza, nell’interesse di tali titolari, su tutte le comunicazioni elettroniche realizzate sulla rete del FAI coinvolto. Tale sorveglianza è inoltre illimitata nel tempo, riguarda qualsiasi futura violazione e postula che si debbano tutelare non solo opere esistenti, bensì anche opere future, che non sono state ancora create nel momento in cui viene predisposto detto sistema.

48      Pertanto, un’ingiunzione di questo genere causerebbe una grave violazione della libertà di impresa del FAI in questione, poiché l’obbligherebbe a predisporre un sistema informatico complesso, costoso, permanente e unicamente a suo carico, il che risulterebbe peraltro contrario alle condizioni stabilite dall’art. 3, n. 1, della direttiva 2004/48, il quale richiede che le misure adottate per assicurare il rispetto d
ei diritti di proprietà intellettuale non siano inutilmente complesse o costose.

49      Ciò premesso, occorre dichiarare che l’ingiunzione di predisporre il sistema di filtraggio controverso non rispetta l’esigenza di garantire un giusto equilibrio tra, da un lato, la tutela del diritto di proprietà intellettuale, di cui godono i titolari dei diritti d’autore, e, dall’altro, quella della libertà d’impresa, appannaggio di operatori come i FAI.

50      Per di più, gli effetti di detta ingiunzione non si limiterebbero al FAI coinvolto, poiché il sistema di filtraggio controverso è idoneo a ledere anche i diritti fondamentali dei clienti di tale FAI, ossia i loro diritti alla tutela dei dati personali e alla libertà di ricevere o di comunicare informazioni, diritti, questi ultimi, tutelati dagli artt. 8 e 11 della Carta.

51      Da un lato, infatti, è pacifico che l’ingiunzione di predisporre il sistema di filtraggio controverso implicherebbe un’analisi sistematica di tutti i contenuti, nonché la raccolta e l’identificazione degli indirizzi IP degli utenti all’origine dell’invio dei contenuti illeciti sulla rete, indirizzi che costituiscono dati personali protetti, in quanto consentono di identificare in modo preciso suddetti utenti.

52      Dall’altro, detta ingiunzione rischierebbe di ledere la libertà di informazione, poiché tale sistema potrebbe non essere in grado di distinguere adeguatamente tra un contenuto lecito ed un contenuto illecito, sicché il suo impiego potrebbe produrre il risultato di bloccare comunicazioni aventi un contenuto lecito. Infatti, è indiscusso che la questione della liceità di una trasmissione dipende anche dall’applicazione di eccezioni di legge al diritto di autore che variano da uno Stato membro all’altro. Inoltre, in certi Stati membri talune opere possono rientrare nel pubblico dominio o possono essere state messe in linea gratuitamente da parte dei relativi autori.

53      Pertanto, occorre dichiarare che, adottando l’ingiunzione che costringe il FAI a predisporre il sistema di filtraggio controverso, il giudice nazionale in questione non rispetterebbe l’obbligo di garantire un giusto equilibrio tra, da un lato, il diritto di proprietà intellettuale e, dall’altro, la libertà di impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni.

54      Alla luce di quanto precede, occorre risolvere le questioni sottoposte dichiarando che le direttive 2000/31, 2001/29, 2004/48, 95/46 e 2002/58, lette in combinato disposto e interpretate tenendo presenti le condizioni derivanti dalla tutela dei diritti fondamentali applicabili, devono essere interpretate nel senso che ostano all’ingiunzione ad un FAI di predisporre il sistema di filtraggio controverso.

Sulle spese

55      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Terza Sezione) dichiara:

Le direttive:

–        del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («Direttiva sul commercio elettronico»);

–        del Parlamento europeo e del Consiglio 22 maggio 2001, 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione;

–        del Parlamento europeo e del Consiglio 29 aprile 2004, 2004/48/CE, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale;

–        del Parlamento europeo e del Consiglio 24 ottobre 1995, 95/46/CE, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, e

–        del Parlamento europeo e del Consiglio 12 luglio 2002, 2002/58/CE, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche (direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche),

lette in combinato disposto e interpretate tenendo presenti le condizioni derivanti dalla tutela dei diritti fondamentali applicabili, devono essere interpretate nel senso che ostano all’ingiunzione ad un fornitore di accesso ad Internet di predisporre un sistema di filtraggio:

–        di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, in particolare mediante programmi «peer-to-peer»;

–        che si applica indistintamente a tutta la sua clientela;

–        a titolo preventivo;

–        a sue spese esclusive, e

–        senza limiti nel tempo,

idoneo ad identificare nella rete di tale fornitore la circolazione di file contenenti un’opera musicale, cinematografica o audiovisiva rispetto alla quale il richiedente affermi di vantare diritti di proprietà intellettuale, onde bloccare il trasferimento di file il cui scambio pregiudichi il diritto d’autore.

Firme


* Lingua processuale: il francese»

Internet

Abuso di dipendenza economica

Sulla fattispecie di abuso di dipendenza economica deve ritenersi competente il Giudice del foro relativo al rapporto contrattuale sotteso

La Corte di cassazione ha recentemente chiarito che è da qualificarsi come controversia in materia contrattuale quella tra due soggetti che si pongono l’un l’altro come due consociati non relazionati reciprocamente, ma come soggetti che hanno già instaurato un rapporto di natura commerciale dal quale ognuno attende che l’altro non ne abusi ma al contrario tenga un determinato comportamento (Corte di Cassazione, Sezioni unite, 25 novembre 2011 n. 24906).

Per tali ragioni la Suprema corte ha ritenuto che la domanda proposta dalla società ricorrente, che appunto lamentava l’abuso di posizione dominante da parte della società fornitrice, non attiene alla responsabilità aquiliana, ma fondandosi su di una pretesa di abuso di dipendenza economica e cioè di eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi negli esistenti rapporti commerciali regolati da un contratto, ai fini della determinazione della competenza giurisdizionale, essa rientra necessariamente nella materia contrattuale. Corollario di tale statuizione è che il foro competente per tale fattispecie è il medesimo foro relativo al rapporto contrattuale sotteso.

 

dott. GianMaria Pesce

Internet

Design – La definizione di Utilizzatore Informato

Modelli e Design – La Corte di Giustizia fornisce una definizione di “utilizzatore informato”

di Luca Valerio*

 

 

Con la sentenza 20 ottobre 2011, procedimento n. C‑281/10 P, la Corte di Giustizia ha fornito una definizione di “utilizzatore informato” ex artt. 6 e 10 del Regolamento (CE) n. 6/2002 del Consiglio, del 12 dicembre 2001, su disegni e modelli comunitari. Sebbene il concetto venga richiamato già nel considerando n. 14 e sia indispensabile per la individuazione del carattere individuale dei disegni e modelli comunitari (art. 6) nonché per l’estensione agli stessi della protezione (art. 10), il Regolamento (CE) n. 6/2002 non ne specifica la definizione.

Orbene a tenore della sentenza in commento la nozione di utilizzatore informato deve essere intesa «come una nozione intermedia tra quella di consumatore medio, applicabile in materia di marchi, al quale non è richiesta alcuna conoscenza specifica e che in generale non effettua un confronto diretto tra i marchi in conflitto, e quella della persona competente in materia, esperto provvisto di competenze tecniche approfondite. In tal senso, la nozione di utilizzatore informato può essere intesa nel senso che indica un utilizzatore dotato non già di un’attenzione media, bensì di una particolare diligenza, a prescindere da se quest’ultima sia dovuta alla sua esperienza personale oppure alla sua conoscenza approfondita del settore considerato».

 

Sulla definizione di utilizzatore informato la Corte di Giustizia si era recentemente pronunciata con la sentenza 9 settembre 2011, procedimento T-10/08, specificando che non si tratta né di un produttore né di un rivenditore, piuttosto di un soggetto appassionato della materia che ha una certa consapevolezza dello stato della tecnica, vale a dire che ha cognizione dei disegni precedenti relativi al modello contestato. Infine la Corte precisava che l’utilizzatore informato non è né un disegnatore né un tecnico esperto.

* Avvocato in Bologna, professionista Senior – Studio Legale Adamo

 

PDF Si riporta di seguito il testo integrale della sentenza, consultabile anche in pdf (clicca qui):

 

«SENTENZA DELLA CORTE (Quarta Sezione)

20 ottobre 2011 (*)

«Impugnazione – Regolamento (CE) n. 6/2002– Artt. 5, 6, 10 e 25, n. 1, lett. d) – Disegno o modello comunitario – Disegno o modello comunitario registrato raffigurante un supporto promozionale circolare – Disegno o modello comunitario anteriore – Impressione generale diversa – Margine di libertà dell’autore – Utilizzatore informato – Portata del sindacato giurisdizionale – Snaturamento dei fatti»

Nel procedimento C‑281/10 P,

avente ad oggetto l’impugnazione, ai sensi dell’art. 56 dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, proposta il 3 giugno 2010,

PepsiCo, Inc., con sede in New York (Stati Uniti), rappresentata dall’avv. E. Armijo Chávarri, abogado, e dall’avv. V. von Bomhard, Rechtsanwältin,

ricorrente,

procedimento in cui le altre parti sono:

Grupo Promer Mon Graphic, SA, con sede in Sabadell (Spagna), rappresentata dall’avv. R. Almaraz Palmero, abogada,

ricorrente in primo grado,

Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI), rappresentato dal sig. A. Folliard-Monguiral, in qualità di agente,

convenuto in primo grado,

LA CORTE (Quarta Sezione),

composta dal sig. J.‑C. Bonichot, presidente di sezione, dai sigg. K. Schiemann, L. Bay Larsen, dalla sig.ra C. Toader (relatore) e dal sig. E. Jarašiūnas, giudici,

avvocato generale: sig. P. Mengozzi

cancelliere: sig.ra A. Impellizzeri, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 10 marzo 2011,

sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 12 maggio 2011,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1 Con la sua impugnazione la PepsiCo Inc. (in prosieguo: la «PepsiCo») chiede l’annullamento della sentenza del Tribunale dell’Unione europea 18 marzo 2010, causa T‑9/07, Grupo Promer Mon Graphic/UAMI – PepsiCo (Rappresentazione di un supporto promozionale circolare) (non ancora pubblicata nella Raccolta; in prosieguo: la «sentenza impugnata»), con cui quest’ultimo ha accolto il ricorso presentato dalla Grupo Promer Mon Graphic SA (in prosieguo: la «Grupo Promer»), diretto all’annullamento della decisione della terza commissione di ricorso dell’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI) 27 ottobre 2006 (procedimento R 1001/2005-3), relativa a un procedimento di dichiarazione di nullità pendente tra la Grupo Promer e la PepsiCo (in prosieguo: la «decisione controversa»).

Contesto normativo

2 L’art. 4 del regolamento (CE) del Consiglio 12 dicembre 2001, n. 6/2002, su disegni e modelli comunitari (GU 2002, L 3, pag. 1), dispone quanto segue:

«1. Un disegno o modello è protetto come disegno o modello comunitario se ed in quanto è nuovo e possiede un carattere individuale.

(…)».

3 L’art. 5 del regolamento n. 6/2002 prevede quanto segue:

«1. Un disegno o modello si considera nuovo quando nessun disegno o modello identico sia stato divulgato al pubblico:

a) per i disegni o modelli comunitari non registrati, anteriormente alla data alla quale il disegno o modello per cui è rivendicata l
a protezione è stato divulgato al pubblico per la prima volta;

b) per i disegni o modelli comunitari registrati, anteriormente alla data di deposito della domanda di registrazione del disegno o modello per cui si domanda la protezione ovvero, qualora sia rivendicata una priorità, anteriormente alla data di quest’ultima.

2. Disegni e modelli si reputano identici quando le loro caratteristiche differiscono soltanto per dettagli irrilevanti».

4 L’art. 6 del medesimo regolamento è del seguente tenore:

«1. Si considera che un disegno o modello presenti un carattere individuale se l’impressione generale che suscita nell’utilizzatore informato differisce in modo significativo dall’impressione generale suscitata in tale utilizzatore da qualsiasi disegno o modello che sia stato divulgato al pubblico:

a) per i disegni o modelli comunitari non registrati, anteriormente alla data alla quale il disegno o modello per cui è rivendicata la protezione è stato divulgato al pubblico per la prima volta;

b) per i disegni o modelli comunitari registrati, anteriormente alla data di deposito della domanda di registrazione ovvero, qualora sia rivendicata una priorità, anteriormente alla data di quest’ultima.

2. Nell’accertare il carattere individuale si prende in considerazione il margine di libertà dell’autore nel realizzare il disegno o modello».

5 Secondo l’art. 10 del regolamento n. 6/2002:

«1. La protezione conferita da un disegno o modello comunitario si estende a qualsiasi disegno o modello che non produca nell’utilizzatore informato un’impressione generale diversa.

2. Nell’accertare l’estensione della protezione si prende in considerazione il margine di libertà dell’autore nel realizzare il disegno o modello».

6 L’art. 25 di tale regolamento prevede quanto segue:

«1. Il disegno o modello comunitario può essere dichiarato nullo solo nei seguenti casi:

(…)

b) se il disegno o modello non possiede i requisiti di cui agli articoli da 4 a 9;

(…)

d) se il disegno o modello comunitario è in conflitto con un disegno o modello anteriore che è stato oggetto di divulgazione al pubblico dopo la data di deposito della domanda di registrazione o dopo la data di priorità del disegno o modello comunitario, se è rivendicata una priorità, e che è protetto a partire da una data anteriore mediante la registrazione di un disegno o modello comunitario o mediante una domanda di registrazione di un tale disegno o modello, o mediante la registrazione di un disegno o modello in uno Stato membro, o mediante una domanda di ottenere il relativo diritto;

(…)

3. I motivi di cui al paragrafo 1, lettere d), e) e f) possono essere invocati esclusivamente dal richiedente o dal titolare del diritto anteriore.

(…)».

7 L’art. 52, n. 1, del regolamento n. 6/2002 stabilisce che, «[f]atto salvo l’articolo 25, paragrafi 2, 3, 4 e 5, qualsiasi persona fisica o giuridica, così come un’autorità pubblica a tal fine abilitata, può presentare all’[UAMI] una domanda di nullità del disegno o modello comunitario registrato».

8 Ai sensi dell’art. 61, nn. 1‑3, del regolamento n. 6/2002:

«1. Contro le decisioni della commissione di ricorso può essere proposto ricorso dinanzi alla Corte di giustizia.

2. Il ricorso può essere proposto per incompetenza, inosservanza di norme processuali essenziali, violazione del Trattato, del presente regolamento e di qualsiasi norma giuridica relativa alla loro applicazione, o per sviamento di potere.

3. La Corte di giustizia è competente sia ad annullare che a riformare le decisioni impugnate».

Fatti e decisione controversa

9 Il 9 settembre 2003 la PepsiCo ha presentato una domanda di registrazione di disegno o modello comunitario all’UAMI, fondata sul regolamento n. 6/2002. Con tale domanda è stata rivendicata la priorità del disegno o modello spagnolo n. 157156, depositato il 23 luglio 2003 e la cui domanda di registrazione è stata pubblicata il 16 novembre 2003.

10 Il disegno o modello comunitario è stato registrato dall’UAMI con il n. 74463‑0001 per i seguenti prodotti, vale a dire «Articoli promozionali per giochi». Esso è rappresentato come segue:

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11 Il 4 febbraio 2004 la Grupo Promer ha presentato una domanda di dichiarazione di nullità del disegno o modello n. 74463-0001 (in prosieguo: il «disegno o modello contestato»), ai sensi dell’art. 52 del regolamento n. 6/2002.

12 La domanda di nullità era fondata sul disegno o modello comunitario registrato con il n. 53186-0001 (in prosieguo: il «disegno o modello anteriore»), depositato in data 17 luglio 2003 e per il quale era stata rivendicata la priorità del disegno o modello spagnolo n. 157098, depositato l’8 luglio 2003 e la cui domanda di registrazione è stata pubblicata il 1° novembre 2003. Il disegno o modello anteriore è registrato per il seguente prodotto, ossia «Lastra metallica per giochi». Esso è rappresentato come segue:

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13 I motivi dedotti a sostegno della domanda di nullità erano relativi alla mancanza di novità e di carattere individuale del disegno o modello contestato, ai sensi dell’art. 25, n. 1, lett. b), del regolamento n. 6/2002, nonché all’esistenza di un diritto anteriore, ai sensi dell’art. 25, n. 1, lett. d), del medesimo regolamento.

14 Con decisione 20 giugno 2005 la divisione di annullamento dell’UAMI ha accolto la domanda di nullità del disegno o modello contestato sulla base dell’art. 25, n. 1, lett. d), del regolamento n. 6/2002.

15 Il 18 agosto 2005 la PepsiCo ha presentato ricorso dinanzi all’UAMI avverso la citata decisione della divisione di annullamento, ai sensi degli artt. 55‑60 del regolamento n. 6/2002.

16 Con la decisione controversa la terza commissione di ricorso dell’UAMI (in prosieguo: la «commissione di ricorso») ha annullato la suddetta decisione della divisione di annullamento e ha respinto la domanda di nullità. Dopo aver respinto l’argomento della ricorrente relativo alla malafede della PepsiCo, la commissione di ricorso ha considerato, in sostanza, che il disegno o modello contestato non era in conflitto con il diritto anteriore della ricorrente e che, quindi, non erano soddisfatte le condizioni di cui all’art. 25, n. 1, lett. d), del regolamento n. 6/2002.

17 A tal proposito, la commissione di ricorso ha ritenuto che i prodotti connessi ai disegni o modelli in questione rientrassero in una particolare categoria di articoli pr
omozionali, vale a dire i «tazo» o i «rapper», e che, pertanto, la libertà dell’autore incaricato di realizzare siffatti articoli promozionali fosse «notevolmente limitata». La commissione di ricorso ne ha dedotto che la differenza nel profilo dei disegni o modelli in questione fosse sufficiente per concludere che essi producevano un’impressione generale diversa sull’utilizzatore informato.

Procedimento dinanzi al Tribunale e sentenza impugnata

18 Con atto introduttivo registrato presso la cancelleria del Tribunale il 9 gennaio 2007, la Grupo Promer ha proposto un ricorso diretto all’annullamento della decisione controversa e alla condanna dell’UAMI e della PepsiCo alle spese.

19 A sostegno del proprio ricorso la Grupo Promer deduceva tre motivi vertenti, in primo luogo, sulla malafede della PepsiCo e su un’interpretazione restrittiva del regolamento n. 6/2002, in secondo luogo, sulla mancanza di novità del disegno o modello contestato e, in terzo luogo, sulla violazione dell’art. 25, n. 1, lett. d), del regolamento n. 6/2002.

20 Con la sentenza impugnata il Tribunale, dopo aver respinto il primo motivo, ha accolto il terzo motivo e ha constatato che, di conseguenza, non occorreva più esaminare il secondo motivo del ricorso.

21 Il terzo motivo del ricorso si suddivideva in quattro capi.

22 In primo luogo, la Grupo Promer contestava la definizione della categoria di prodotti interessati dai disegni o modelli in questione come costituita da «pog», «rapper» o «tazo», sostenendo che si trattava di prodotti differenti. Secondo la Grupo Promer, la commissione di ricorso avrebbe dovuto prendere in considerazione la categoria generale degli articoli promozionali per giochi.

23 A tal riguardo, al punto 60 della sentenza impugnata, il Tribunale ha dichiarato che la commissione di ricorso ha giustamente ritenuto che, nell’ambito dell’ampia categoria degli articoli promozionali per giochi, il prodotto di cui trattasi rientrasse nella particolare categoria dei pezzi per giochi da tavolo noti con i nomi di «pog», «rapper» o «tazo».

24 In secondo luogo, adducendo che il disegno o modello contestato fa riferimento alla categoria generale degli articoli promozionali per giochi, la Grupo Promer contestava la valutazione effettuata nella decisione controversa, secondo la quale la libertà dell’autore nel realizzare il disegno o modello contestato era «notevolmente limitata».

25 Il Tribunale ha dichiarato, al punto 70 della sentenza impugnata, che giustamente la commissione di ricorso aveva ritenuto che, alla data della priorità rivendicata per il disegno o modello contestato, la libertà dell’autore fosse «notevolmente limitata», in particolare, poiché quest’ultimo doveva inserire nel suo disegno o modello le caratteristiche comuni dei prodotti in questione.

26 In terzo luogo, secondo la Grupo Promer, l’utilizzatore informato era un bambino di età compresa all’incirca tra i 5 e i 10 anni, e non un direttore marketing, come indicato nella decisione controversa. Infatti, un tale direttore nell’industria alimentare non sarebbe un utilizzatore finale e avrebbe un livello di esperienza superiore a quello di un semplice utilizzatore.

27 A tal riguardo il Tribunale ha definito la nozione di utilizzatore informato al punto 62 della sentenza impugnata e, ai punti 64 e 65 della medesima sentenza, ha dichiarato che giustamente la commissione di ricorso ha considerato che, nel caso di specie, poco importa che l’utilizzatore informato sia un bambino di età compresa all’incirca tra i 5 e i 10 anni o il direttore marketing di una società che fabbrica prodotti la cui promozione è affidata all’offerta di «pog», «rapper» o «tazo», mentre rileva che entrambe le categorie di persone conoscano il fenomeno dei «rapper».

28 In quarto luogo, secondo la Grupo Promer, i disegni o modelli di cui trattasi produrrebbero la stessa impressione generale, poiché, contrariamente all’analisi effettuata dalla commissione di ricorso nella decisione controversa, le differenze nel profilo dei disegni o modelli in questione non sarebbero evidenti e la loro individuazione richiederebbe una particolare attenzione e un’attenta osservazione del disco.

29 In merito a tale aspetto, al punto 72 della sentenza impugnata, il Tribunale, tenendo conto del margine di libertà dell’autore nel realizzare il disegno o modello contestato, ha affermato, al pari della commissione di ricorso, che, nel caso in cui somiglianze tra i disegni o modelli in questione riguardino caratteristiche comuni, tali somiglianze saranno scarsamente rilevanti nell’impressione generale prodotta da detti disegni o modelli sull’utilizzatore informato. Inoltre, quanto più la libertà dell’autore nel realizzare il disegno o modello contestato è limitata, tanto più basteranno piccole differenze tra i disegni o modelli in questione per produrre un’impressione generale diversa nell’utilizzatore informato.

30 Ai punti 77-82 della sentenza impugnata, il Tribunale ha poi esaminato cinque somiglianze esistenti tra i due disegni o modelli in conflitto. Entrambi consistevano in dischi pressoché piatti e presentavano un cerchio concentrico molto vicino al bordo, un cerchio concentrico posto a circa un terzo della distanza tra il bordo e il centro del disco, un bordo ricurvo rialzato rispetto alla parte intermedia del disco, posta tra il bordo e la parte centrale rialzata, nonché una somiglianza nelle rispettive proporzioni della parte centrale rialzata e della parte intermedia del disco, posta tra il bordo e la parte centrale rialzata.

31 Dopo aver constatato che la prima somiglianza era una caratteristica comune ai disegni o modelli relativi ai prodotti del genere cui appartiene il prodotto in questione e che la seconda somiglianza poteva essere considerata come un vincolo legato ad esigenze di sicurezza gravante sull’autore, il Tribunale ha dichiarato che tali somiglianze non attireranno l’attenzione dell’utilizzatore informato nell’impressione generale dei disegni o modelli in questione.

32 Per quanto riguarda invece le ultime tre somiglianze, il Tribunale ha dichiarato che esse riguardavano elementi per i quali l’autore era libero nel realizzare il disegno o modello contestato e che, di conseguenza, attirerebbero l’attenzione dell’utilizzatore informato, tanto più che nel caso di specie le facce superiori sono le più visibili a tale utilizzatore.

33 Relativamente alle differenze tra i disegni o modelli in questione, al punto 83 della sentenza impugnata il Tribunale ha affermato che il disegno o modello contestato presenta, visto dall’alto, due cerchi concentrici in più rispetto al disegno o modello anteriore e che, di profilo, i due disegni o modelli sono diversi in quanto il disegno o modello contestato presenta una convessità più accentuata, pur restando molto esigua.

34 Il Tribunale ha considerato tuttavia le differenze constatate dalla commissione di ricorso insufficienti affinché il disegno o modello contestato produca, nell’utilizzatore informato, un’impressione generale diversa da quella prodotta dal disegno o modello anteriore. Di conseguenza, il Tribunale ha annullato la decisione controversa.

Conclusioni delle parti dinanzi alla Corte

35 La PepsiCo chiede che la Corte voglia:

– annullare la sentenza impugnata;

– pronunciarsi definitivamente sulla controversia respingendo le conclusioni proposte in primo grado oppure, in subordine, rinviare la causa dinanzi al Tribunale, e

– condannare la Grupo Promer alle spese.

36 L’UAMI chiede che la Corte voglia accogliere l’impugnazione e condannare la Grupo Promer alle spese.

37 La Grupo Promer chiede che la Corte voglia:

– dichiarare l’impugnazione irricevibile oppure respingerla in quanto infondata;

– condannare la PepsiCo alle spese della presente impugnazione;

– condannare la PepsiCo e l’UAMI alle spese sostenute dalla stessa dinanzi al Tribunale, e

– condannare la PepsiCo alle spese del procedimento dinanzi all’UAMI.

Sull’impugnazione

38 A sostegno della sua impugnazione la PepsiCo deduce un motivo unico vertente sulla violazione dell’art. 25, n. 1, lett. d), del regolamento n. 6/2002. Tale motivo si articola in cinque parti relative, le prime quattro, a numerosi errori nei quali il Tribunale sarebbe incorso a proposito dei limiti alla libertà dell’autore, della nozione di utilizzatore informato e del suo livello di attenzione, dell’ampiezza del controllo giurisdizionale ad esso incombente e della possibilità di confrontare i prodotti anziché i disegni o modelli di cui trattasi, laddove l’ultima parte verte su un preteso snaturamento dei fatti.

Sulla prima parte del motivo unico, relativa ai limiti alla libertà dell’autore

Argomenti delle parti

39 La PepsiCo sostiene che le tre somiglianze rilevate dal Tribunale (forma circolare centrale, bordo rialzato, proporzioni) sono tutte imposte dalle funzioni dei prodotti di cui trattasi e sono caratteristiche comuni agli stessi, il che limita la libertà dell’autore. Nel confrontare i disegni e modelli in questione, il Tribunale non avrebbe tuttavia tenuto conto di tali limiti. Dichiarare che i disegni o i modelli in questione sono simili in ragione di tali caratteristiche comuni precise significherebbe semplicemente concedere alla Grupo Promer i diritti esclusivi di sfruttare tali caratteristiche comuni, il che non corrisponderebbe alla finalità perseguita dall’art. 25, n. 1, lett. d), del regolamento n. 6/2002.

40 L’UAMI afferma che, sebbene caratteristiche quali la forma del disco piatto o la parte centrale convessa non siano imposte da una funzione o da prescrizioni legislative, esse sarebbero tuttavia dettate dai vincoli posti dal mercato, limitando in questo modo la libertà dell’autore.

41 Dagli elementi del fascicolo risulterebbe che la maggior parte – se non la totalità – dei «pog» esistenti alla data di priorità del disegno o modello contestato presentano una parte centrale circolare bombata. Ciò sarebbe riconducibile al fatto che i «pog» che presentano una parte centrale bombata non circolare non potrebbero essere sovrapposti sulla stragrande maggioranza dei «pog» aventi tale caratteristica.

42 La Grupo Promer ritiene che tale parte del motivo unico sia irricevibile, in quanto mirerebbe a rimettere in discussione valutazioni di fatto effettuate nella sentenza impugnata.

Giudizio della Corte

43 Occorre rilevare che, con la prima parte del suo motivo unico, la PepsiCo, in sostanza, addebita al Tribunale di aver considerato che la forma circolare centrale, il bordo rialzato e le proporzioni simili dei disegni o modelli in questione non derivavano da una limitazione della libertà del loro autore, mentre in realtà tali elementi di somiglianza sono necessari affinché i prodotti in questione possano svolgere la loro funzione. Secondo la PepsiCo, ciò ha indotto il Tribunale a valutare erroneamente l’impressione generale prodotta da ciascuno dei disegni o modelli in conflitto.

44 La PepsiCo in questo modo intende rimettere in discussione una valutazione attinente ai fatti effettuata dal Tribunale, senza provare l’esistenza di uno snaturamento dei fatti e senza contestare né la rilevanza degli elementi che determinano il margine di libertà dell’autore nel realizzare un disegno o modello quali indicati dal Tribunale al punto 67 della sentenza impugnata, vale a dire, in particolare, i vincoli connessi alle caratteristiche imposte dalla funzione tecnica del prodotto o di un elemento del prodotto oppure dalle prescrizioni legislative applicabili ai prodotti, né le conseguenze che il Tribunale ne ha tratto al punto 72 della sentenza citata.

45 Orbene, in forza di una costante giurisprudenza, il Tribunale è il solo competente, da un lato, ad accertare i fatti, salvo nel caso in cui un’inesattezza materiale dei suoi accertamenti risulti dai documenti del fascicolo ad esso sottoposti, e, dall’altro, a valutare tali fatti. La valutazione dei fatti non costituisce quindi, salvo il caso di snaturamento di questi elementi, una questione di diritto, come tale soggetta al controllo della Corte nell’ambito di un’impugnazione (sentenza 29 aprile 2004, causa C‑470/00 P, Parlamento/Ripa di Meana e a., Racc. pag. I‑4167, punto 40 e la giurisprudenza ivi citata).

46 Si deve pertanto dichiarare irricevibile la prima parte del motivo unico.

Sulla seconda parte del motivo unico, relativa alla nozione di utilizzatore informato e al suo livello di attenzione

Argomenti delle parti

47 La PepsiCo ritiene che, nel negare che i disegni o modelli di cui trattasi producevano un’impressione generale diversa nell’«utilizzatore informato», il Tribunale abbia applicato parametri inidonei. L’utilizzatore informato non corrisponderebbe né al consumatore medio normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto come definito dal diritto dei marchi né esclusivamente all’utilizzatore finale dei prodotti in questione.

48 Dall’altro lato, si dovrebbe presumere che l’utilizzatore informato sia in grado di confrontare i disegni o modelli posti l’uno accanto all’altro e, a differenza di quanto avviene per il diritto dei marchi, non sarebbe tenuto a fare affidamento su un «ricordo imperfetto».

49 Se il Tribunale avesse applicato i parametri pertinenti, avrebbe concluso che l’utilizzatore informato distingueva facilmente i disegni o modelli in questione grazie alle due differenze più significative tra loro esistenti, vale a dire, in primo luogo, i due cerchi concentrici ulteriori ben visibili sul dorso del disegno o modello contestato e, in secondo luogo, la forma ricurva di quest’ultimo in contrapposizione a quella completamente piatta (ad eccezione del bordo) del disegno o modello anteriore.

50 La PepsiCo ritiene inoltre che l’utilizzatore informato non prenderà in considerazione esclusivamente le «facce più visibili» di un disegno o modello, concentrandosi sugli el
ementi «facilmente percepiti» (punto 83 della sentenza impugnata), ma avrà l’occasione di esaminare più dettagliatamente il disegno o modello nel suo insieme e di confrontarlo con i disegni o modelli anteriori, tenendo conto della libertà di cui gode l’autore.

51 L’UAMI sostiene altresì che il confronto dovrebbe essere fondato non già sul ricordo imperfetto dell’utilizzatore informato, bensì su una comparazione diretta dei disegni o modelli.

52 La Grupo Promer rileva che tale parte del motivo unico riguarda anche una questione di fatto. Essa afferma altresì che il Tribunale non ha applicato un criterio relativo al diritto dei marchi quale il rischio di confusione tra i due segni o modelli in conflitto di cui trattasi.

Giudizio della Corte

53 Occorre osservare, in primo luogo, che il regolamento n. 6/2002 non definisce la nozione di utilizzatore informato. Essa deve tuttavia essere intesa, come giustamente osservato dall’avvocato generale ai paragrafi 43 e 44 delle sue conclusioni, come una nozione intermedia tra quella di consumatore medio, applicabile in materia di marchi, al quale non è richiesta alcuna conoscenza specifica e che in generale non effettua un confronto diretto tra i marchi in conflitto, e quella della persona competente in materia, esperto provvisto di competenze tecniche approfondite. In tal senso, la nozione di utilizzatore informato può essere intesa nel senso che indica un utilizzatore dotato non già di un’attenzione media, bensì di una particolare diligenza, a prescindere da se quest’ultima sia dovuta alla sua esperienza personale oppure alla sua conoscenza approfondita del settore considerato.

54 Orbene, si deve necessariamente constatare che è proprio tale nozione intermedia che il Tribunale ha accolto al punto 62 della sentenza impugnata, come dimostra del resto la conclusione che ne ha tratto al punto 64 della stessa, laddove dichiara che l’utilizzatore informato di riferimento nel caso di specie potrebbe essere un bambino di età compresa all’incirca tra i 5 e i 10 anni oppure un direttore del marketing di una società che fabbrica prodotti la cui promozione è affidata all’offerta di «pog», «rapper» o «tazo».

55 In secondo luogo, come osserva l’avvocato generale ai paragrafi 51 e 52 delle sue conclusioni, se è pur vero che la natura stessa dell’utilizzatore informato, come precedentemente definito, comporta che, quando possibile, egli procederà a un confronto diretto dei disegni o modelli di cui trattasi, non si può tuttavia escludere che un confronto del genere non sia fattibile o sia inusuale nel settore interessato, segnatamente a causa di circostanze particolari oppure per le caratteristiche degli oggetti che i disegni o modelli in questione rappresentano.

56 Pertanto, non si può utilmente addebitare al Tribunale di essere incorso in un errore di diritto per aver valutato l’impressione generale prodotta dai disegni o modelli in conflitto senza partire dalla premessa secondo la quale un utilizzatore informato procederebbe comunque a un confronto diretto di questi ultimi.

57 Ciò è vero tanto più che, in mancanza di indicazioni precise a tal riguardo nel regolamento n. 6/2002, non si può ritenere che il legislatore dell’Unione abbia avuto l’intenzione di limitare la valutazione di eventuali modelli o disegni a un confronto diretto.

58 Ne consegue che la formulazione utilizzata dal Tribunale laddove ha dichiarato, al punto 77 della sentenza impugnata, che «tale somiglianza non sarà ricordata dall’utilizzatore informato nell’impressione generale dei disegni o modelli in questione», benché indichi, al di fuori del suo contesto, che il Tribunale ha fondato il suo ragionamento su un metodo di confronto indiretto basato su un ricordo imperfetto, non evidenzia alcun errore di diritto da parte sua.

59 In terzo luogo, per quanto attiene al livello di attenzione dell’utilizzatore informato, va ricordato che, se quest’ultimo non è il consumatore medio normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto che percepisce di norma un disegno o modello come un tutt’uno e non effettua un esame dei suoi singoli elementi (v., per analogia, sentenza 22 giugno 1999, causa C‑342/97, Lloyd Schuhfabrik Meyer, Racc. pag. I‑3819, punti 25 e 26), non è neppure l’esperto o la persona competente in materia in grado di osservare nei dettagli le differenze minime che possono esistere tra i modelli o disegni in conflitto. L’aggettivo «informato» suggerisce quindi che, senza essere un progettista o un esperto tecnico, l’utilizzatore conosce vari disegni o modelli esistenti nel comparto di riferimento, dispone di un certo grado di conoscenze quanto agli elementi che questi disegni o modelli comportano di regola e, a causa del suo interesse per i prodotti in questione, dà prova di un grado di attenzione relativamente elevato quando li utilizza.

60 Pertanto, l’impiego dei termini «facilmente percepita» al punto 83 della sentenza impugnata deve essere interpretato in un contesto più ampio come semplicemente volto a fornire una precisazione puntuale riguardante il grado di convessità più accentuato nel caso del disegno o modello contestato. Infatti, poiché l’approccio adottato dal Tribunale con riferimento alla definizione dell’utilizzatore informato è corretto, non si può dedurre che i termini impiegati al citato punto 83, di per sé, significhino che il livello di attenzione dell’utilizzatore informato è stato valutato erroneamente da parte del Tribunale.

61 Alla luce delle considerazioni che precedono, tale seconda parte del motivo unico deve essere respinta in quanto infondata.

Sulla terza parte del motivo unico, relativa all’ampiezza del controllo giurisdizionale

Argomenti delle parti

62 La PepsiCo, facendo riferimento a una recente sentenza della Corte in materia di varietà vegetali (sentenza 15 aprile 2010, causa C‑38/09 P, Schräder/OCVV, Racc. pag. I‑3209, punto 77), sostiene che l’esame minuzioso delle differenze e delle somiglianze tra i disegni o modelli di cui trattasi effettuato dal Tribunale è andato oltre la missione ad esso spettante ai sensi dell’art. 61, n. 2, del regolamento n. 6/2002. Pertanto, la PepsiCo afferma che la questione se si debba concludere nel senso di ritenere esistente o meno un’impressione generale di somiglianza deve essere rimessa alla valutazione della commissione di ricorso.

63 L’UAMI rileva altresì che, rifiutandosi di conformarsi all’esame degli errori manifesti di valutazione, il Tribunale è andato oltre quanto consentito dall’art. 61 del regolamento n. 6/2002 in materia di disegni o modelli comunitari.

64 La Grupo Promer ritiene che l’argomento della PepsiCo sia infondato. Le dichiarazioni della Corte nella citata sentenza Schräder/OCVV sarebbero derivate dal fatto che si trattava di un esame tecnico e complesso, mentre la presente causa riguarderebbe soltanto l’esame di disegni o modelli al fine di constatare l’assenza di carattere individuale del disegno o modello impugnato.

Giudizio della Corte

65 Nel caso di specie, è pacifico che il Tribunale ha proceduto a un esame approfondito dei disegni o modelli di cui trattasi p
rima di annullare la decisione della commissione di ricorso.

66 In tale contesto, occorre ricordare che il Tribunale è competente ad esercitare un pieno controllo di legittimità sulla valutazione compiuta dall’UAMI in merito agli elementi presentati dal richiedente (v. sentenza 5 luglio 2011, causa C‑263/09 P, Edwin/UAMI, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 52).

67 Vero è che, in analogia con la citata sentenza Schräder/OCVV, il Tribunale può riconoscere all’UAMI, in particolare quando quest’ultimo è chiamato a procedere a valutazioni altamente tecniche, un certo margine discrezionale e limitarsi, per quanto riguarda la portata del suo controllo sulle decisioni della commissione di ricorso in materia di modelli o disegni industriali, a un esame degli errori manifesti di valutazione.

68 Tuttavia, si deve osservare che il Tribunale, nelle circostanze specifiche di tale causa, non è andato al di là di un controllo della decisione controversa corrispondente al potere di riforma di cui gode in forza dell’art. 61 del regolamento n. 6/2002.

69 Pertanto, occorre respingere la terza parte del motivo unico in quanto infondata.

Sulla quarta parte del motivo unico, relativa al controllo effettuato sui prodotti anziché sui disegni di cui trattasi

Argomenti delle parti

70 La PepsiCo afferma che è erroneo basare la valutazione dei modelli o disegni in conflitto su un confronto di campioni di prodotti reali presentati dalle parti nell’esposizione delle loro domande. In particolare, l’UAMI non avrebbe affatto bisogno, nell’ambito di tali ricorsi diretti alla dichiarazione di nullità, di anticipare eventuali azioni parallele o future per contraffazione fondate sul medesimo disegno o modello anteriore e sul medesimo disegno o modello più recente come utilizzati nel mercato.

71 La Grupo Promer ricorda che i campioni di prodotti sarebbero stati esaminati altresì dalla divisione di annullamento e dalla commissione di ricorso. Di conseguenza, la valutazione compiuta dal Tribunale sull’insieme degli elementi di prova già acquisiti al fascicolo sarebbe una questione di fatto che non potrebbe essere posta a fondamento di un motivo di impugnazione dinanzi alla Corte.

Giudizio della Corte

72 Occorre osservare che, al punto 83 della sentenza impugnata, il Tribunale ha affermato che la sua valutazione sul grado di convessità dei modelli di cui trattasi è «conferm[ata] dai prodotti realmente commercializzati, quali risultanti nel fascicolo dell’UAMI trasmesso al Tribunale».

73 Tuttavia, poiché, in materia di disegni o modelli, la persona che procede al confronto è un utilizzatore informato che, come è stato constatato ai punti 53 e 59 della presente sentenza, si distingue dal semplice consumatore medio, non è erroneo prendere in considerazione, in sede di valutazione dell’impressione generale dei disegni o modelli di cui trattasi, i prodotti effettivamente commercializzati che corrispondono a tali disegni o modelli.

74 Ad ogni modo, risulta dall’impiego del verbo «confermare» al punto 83 della sentenza impugnata che il Tribunale ha basato in realtà le sue valutazioni sui modelli o disegni in conflitto come descritti e rappresentati nelle rispettive domande di registrazione, di modo che il confronto dei prodotti reali è stato utilizzato soltanto per illustrare, confermando, le conclusioni cui si era già giunti e non può essere considerato rappresentare il fondamento della motivazione della sentenza impugnata.

75 Di conseguenza, la quarta parte del motivo unico deve essere respinta in quanto infondata.

Sulla quinta parte del motivo unico, relativa ad un preteso snaturamento dei fatti

Argomenti delle parti

76 La PepsiCo, sostenuta dall’UAMI, eccepisce uno snaturamento dei fatti da parte del Tribunale rilevando, in particolare, che è irrealistico e contrario all’esperienza comune affermare che l’utilizzatore informato limiterebbe la sua percezione dell’oggetto considerato soltanto alla «visualizzazione dall’alto». Inoltre, anche esaminando i disegni o modelli di cui trattasi dall’alto e in posizione orizzontale, le differenze che li distinguono sarebbero immediatamente percettibili.

77 La Grupo Promer considera che l’asserito snaturamento dei fatti eccepito senza menzionare uno snaturamento della valutazione degli elementi di prova rappresenta un argomento che non può servire da base per un’impugnazione dinanzi alla Corte. Tale valutazione dei fatti e delle prove non costituirebbe, fatto salvo il caso dello snaturamento degli elementi che le sono stati sottoposti, una questione di diritto soggetta, in quanto tale, al controllo della Corte nell’ambito di un’impugnazione.

Giudizio della Corte

78 La Corte ha già avuto modo di dichiarare che, in considerazione della natura eccezionale di una censura di snaturamento, gli artt. 256 TFUE, 58, primo comma, dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea e 112, n. 1, primo comma, lett. c), del regolamento di procedura della Corte impongono al ricorrente di indicare con precisione gli elementi che sarebbero stati snaturati dal Tribunale e di dimostrare gli errori di valutazione che, a suo avviso, avrebbero portato quest’ultimo a tale snaturamento (v., in tal senso, sentenza 7 gennaio 2004, cause riunite C‑204/00 P, C‑205/00 P, C‑211/00 P, C‑213/00 P, C‑217/00 P e C‑219/00 P, Aalborg Portland e a./Commissione, Racc. pag. I‑123, punto 50).

79 Un siffatto snaturamento deve risultare manifestamente dai documenti del fascicolo, senza che sia necessario procedere a una nuova valutazione dei fatti e delle prove (sentenza 18 dicembre 2008, causa C‑16/06 P, Les Éditions Albert René/UAMI, Racc. pag. I‑10053, punto 69 e giurisprudenza citata).

80 Nel caso di specie, la PepsiCo addebita, in sostanza, al Tribunale di avere snaturato i fatti confrontando i disegni o modelli in questione soltanto alla luce della loro percezione «dall’alto», ignorando dunque le differenze che sarebbero evidenti ad una percezione di profilo. Così facendo, la PepsiCo non indica con precisione gli elementi che sarebbero stati snaturati dal Tribunale né dimostra gli errori di analisi che, a suo avviso, avrebbero portato il Tribunale a tale snaturamento.

81 Stanti tali premesse, occorre constatare che gli argomenti dedotti dalla ricorrente a tal riguardo non soddisfano le condizioni imposte dalla succitata giurisprudenza. Pertanto, la quinta parte del motivo unico deve essere dichiarata irricevibile.

82 Poiché la ricorrente è rimasta soccombente in tutte le parti del suo motivo unico, l’impugnazione deve essere interamente respinta.

Sulle spese

83 Ai sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, applicabile al procedimento di impugnazione in forza dell’art. 118 del medesimo regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la Grupo Promer ne hanno fatto domanda, la PepsiCo, rima
sta soccombente, dev’essere condannata alle spese.

Per questi motivi, la Corte (Quarta Sezione) dichiara e statuisce:

1) L’impugnazione è respinta.

2) La PepsiCo Inc. è condannata alle spese.

Firme

* Lingua processuale: l’inglese»

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Università degli studi di Pavia condannata al pagamento di 1,7 milioni di euro

Il Tar di Milano accoglie il ricorso di una associazione studentesca e condanna l’Università degli studi di Pavia al rimborso delle tasse pagate in eccesso rispetto alla soglia prevista dal una legge del ’97.

Il Tar di Milano, su ricorso dell’Unione degli studenti dell’Università degli studi di Pavia, ha dichiarato fondato il motivo di ricorso e ha condannato l’Università di Pavia per aver previsto e riscosso tasse universitarie superiori alla soglia prevista dall’art. 5 del D.P.R. n. 306 del 1997.

Tale normativa stabilisce che il contributo posto a carico degli studenti, non possono superare la soglia del 20% del finanziamento pubblico ricevuto dallo Stato (Fondo di finanziamento ordinario degli atenei). L’Università di Pavia dovrà rimborsare ben 1,7 milioni di euro in caso di rigetto dell’appello da parte del Consiglio di Stato.

 

Dott.ssa Francesca Marchetti

Di seguito il testo integrale della sentenza.

http://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2011/11/sentenza2761del2011.pdf

Internet

DG Concorrenza: programma per il 2012

Il Vicepresidente Joaquin Almunia illustra al Parlamento Europeo il programma di lavoro per il 2012 in materia antitrust

Ieri, 22 novembre 2011, il Vice Presidente della Commissione Europea, Commissario alla concorrenza,  Joaquin Almunia ha reso noto che nel 2012 saranno principalmente due le macroaree sulle quali si concentreranno gli sforzi della Commissione in tema di concorrenza: il tema degli aiuti di stato e quello delle azioni civili per il risarcimento del danno subito in seguito a violazione delle norme antitrust (cd. private enforcement).

Per quanto riguarda il primo argomento, il Vicepresidente Almunia ha lasciato trasparire l’intenzione di addivenire ad una riorganizzazione organica della materia entro i prossimi due o tre anni. Per quanto invece riguarda il cd. public enforcement, tema particolarmente a cuore allo scrivente, è stata ribadita l’importanza di un efficace coordinamento tra azione pubblica ed azione privata e, a tale scopo il Vicepresidente Almunia ha ribadito la propria personale intenzione di presentare a breve alla Commissione una proposta di iniziativa mirata al coordinamento dei due modelli di enforcement.

Qui il link al testo integrale del discorso

Dott. GianMaria Pesce

 

Class action: finalità risarcitoria e deterrenza

Breve commento all’ordinanza di ammissibilità ex art. 140 bis, comma 6, Cod. del consumo, del Tribunale di Roma, 20 settembre 2011

In data 20 settembre 2011 il Tribunale di Roma ha sciolto la riserva in merito al giudizio di ammissibilità ex art. 140-bis cod. cons, co. 6, nella causa proposta dal Comitato Pendolari FR 8° Carrozza nei confronti di Trenitalia SpA, procedimento incardinato presso il Tribunale civile della Capitale ed ivi rubricato sub n. RG 7714/2011. Particolarmente interessanti devono ritenersi le considerazioni svolte dal Tribunale in relazione, da una parte, alla delimitazione delle finalità dell’azione ex art. 140-bis cod. cons, e dall’altra, in relazione all’ammissibilità del risarcimento dei danni non patrimoniali.

Con riferimento alla prima questione occorre osservare come il Tribunale abbia precisato in maniera inequivocabile che l’azione di classe ex art. 140-bis cod. cons. è un’azione di risarcimento del danno o restitutoria, in cui la finalità coercitiva è perseguita dalla norma solo in modo indiretto, “potendosi presumere che il prestatore di beni o servizi convenuto con azione di classe abbia interessa a non essere ulteriormente condannato al pagamento di ingenti somme a titolo di risarcimento del danno o di restituzione”. Il punto fermo posto dal Tribunale è evidente: la ratio della norma è esclusivamente quella riconducibile ad una logica risarcitoria/restitutoria, non potendosi ammettere l’utilizzo della disposizione in esame per l’adeguamento coatto di un servizio agli standard contrattualmente pattuiti. In tal senso il Tribunale pare non aver lasciato alcun margine di discrezionalità. Da altro punto di vista, particolarmente interessante risulta essere l’inciso successivo, ovvero quello secondo cui una finalità coercitiva (rectius: di efficacia deterrente) è comunque perseguita dalla norma, seppur in modo indiretto. La questione appare assai significativa in una prospettiva di analisi della disposizione più ampia, una prospettiva che, coinvolgendo fattori economici e sociali, consenta di guardare all’art. 140bis cod. cons. anche quale disposizione avente carattere sostanziale, idonea, sotto il profilo della sua efficacia deterrente, ad indirizzare il comportamento delle imprese e degli enti potenzialmente soggetti passivi di tale normativa. E’ evidente, infatti, che il perseguimento, seppur in via indiretta, di una finalità deterrente attraverso l’applicazione della disposizione in discorso, risulti un fattore idoneo ad introdurre nel mercato di volta in volta preso in considerazione, una variabile di giustizia sostanziale che dovrebbe avere l’effetto di allineare i prezzi o adeguare i serviri resi agli standard contrattualmente pattuiti o pacificamente riconosciuti.

 

In relazione, invece, alla possibilità di risarcimento dei danni non patrimoniali, occorre osservare che il Tribunale ha accolto l’orientamento maggioritario già espresso dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la pronuncia n. 26792/2008. Secondo tale impostazione la risarcibilità del danno non patrimoniale, anche nei casi in cui esso non sia causato da un fatto qualificabile come reato e in cui il risarcimento non sia previsto da espresse disposizioni di legge, deve essere limitata ai casi in cui ricorrano tre condizioni: che l’interesse leso abbia rilevanza costituzionale, che la lesione dell’interesse sia grave e che il danno non sia futile, ossia non consista in meri disagi o fastidi. Pertanto, nel caso di specie, anche al di là di una specifica previsione legislativa o di precedente orientamento giurisprudenziale, i danni non patrimoniali lamentati dagli attori non potranno comunque essere risarciti.

Dott. GianMaria Pesce

Internet

Legge di stabilità: modifiche c.p.c.

Legge di stabilità 2012: le modifiche al c.p.c. in vigore da gennaio 2012

Con l’entrata in vigore della Legge di Stabilità (n. 183 del 12 novembre 2011) sono state introdotte una serie di modifiche al Codice di Procedura Civile e delle misure tese ad accelerare il contenzioso civile pendente in appello e in Cassazione.

Tali modifiche sono disciplinate dagli artt. 12, 26, 27 e 28 della detta norma e, ai sensi del successivo art. 36 entreranno in vigore dall’1 gennaio 2012.

 

Qui il link ad un testo riepilogativo